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Marina di Mellili: intervista a Roselina Salemi

Roselina Salemi sulla vicenda di Marina ha scritto un romanzo: Il nome di Marina. Lei è anche giornalista, e nel 1982 andò a vedere quel che stava accadendo in quel paesino che oggi non esiste più...
di Tano Rizza - mercoledì 28 giugno 2006 - 4803 letture

Nello scorso numero di Girodivite vi abbiamo parlato della vicenda di Marina di Mellili, paesino raso al suolo per fare spazio al grande polo petrolchimico siracusano. In questo numero abbiamo incontrato e intervistato Roselina Salemi, che sulla vicenda di Marina ha scritto un romanzo: Il nome di Marina.

Ma, la Salemi è anche giornalista, e nel 1982 andò a vedere quel che stava accadendo in quel paesino, grazie a lei siamo riusciti ad avere un quadro più dettagliato della situzione, e di come l’industria ha potuto spazzare via dalle cartine geografiche un’intero paese di mille abitanti.


Come ha conosciuto Marina di Melilli?

Ho conosciuto questo posto in vari modi. Mi avevano parlato di questo vecchietto che stava a Marina di Mellili e combatteva questa battaglia solitaria per evitare che le ultime case venissero demolite. La cosa mi aveva colpito. Mi avevano parlato di queste azioni di protesta fatte da questo piccolo gruppo di persone, con a capo Guerreri, allora ho cercato negli archivi dei giornali qualche notizia in più, ma trovai solo tre ritagli, uno mi colpì molto diceva che Salvatori Guerreri si incatenato per protesta contro le demolizioni. L’articolo era molto critico nei confronti di Guerreri, gli dava praticamente del pazzo. Bhe, a me i pazzi piacciono, sono più ricchi mentalmente, a volte, delle persone sane. Cosi decisi che un giorno sarei andata a Marina di Mellili e avrei dato un occhiata. E così fù.

Cosa ha trovato la prima volta che ha messo piede in quel posto?

La prima volta che sono andata a Marina di Mellili ho trovato Salvatori Guerreri. Gli ho detto che ero una giornalista e che volevo scrivere un articolo sul paese, lui mi guardò malissimo. Mi disse che di giornalisti n’erano passati tanti e che avevano scritto che era un vecchio pazzo, e non mi ha tanto degnata, devo dire che non mi diede importanza sul momento, ho faticato tanto per convincerlo. Alla fine mi diede un po’ di carte da leggere e si allontanò, mi fece aspettare due ore seduta fuori casa sua. Io restai lì parlai con la sua compagna, e diedi un occhiata alla carte, erano ricorsi, carte del tar, dei tribunali. Ma decisi di non andare via, così quando lui tornò mi trovo sempre lì che lo aspettavo. Avevo comprato dei panini e stavo chiedendo delle spiegazioni alla sua compagna soprattutto sull’ordine di queste carte. Ad un certo punto lui si arrese, capì che io non mi sarei mossa da lì, ed inizio a spiegarmi per sommi capi la storia. Più me la spiegava e più capivo che, da un lato era una storia terribile e dall’altro affascinante. Perché mi rendevo conto che era stata fatta una cosa pazzesca sotto gli occhi di tutti, e che nessuno ne parlava.

Come si spiega questo silenzio? un silenzio che parte dall’82 e arriva ai giorni nostri...

Io mi sono fatta questa idea. Nel momento in cui è stato deciso che questo sacrificio, in nome del “dio del progresso”, andava fatto, si è creata, progressivamente, in tutti una sorta di rimozione. Prima una rimozione fisica, nel senso che il paese è stato spazzato via e le persone sono state portate via in altri luoghi, a Priolo, a Floridia. Secondo, una rimozione del ricordo, ciò che non c’era più non andava neanche ricordato. La dispersione delle persone sul territorio e la dispersione della memoria ha fatto sì che ogni cosa venisse cancellata. Tanto che, quando io poco prima di pubblicare il libro ho scritto un articolo sull’Europeo che ricordava questa vicenda, cioè l’assassinio di Salvatore Guerreri, ho chiamato un collega per richiederli informazioni, dicendoli che non mi ricordavo la data esatta dell’omicidio, lui mi rispose che era morto di vecchiaia, che mi stavo sbagliano. Ciò dimostra che la rimozione è stata totale. Io credo che queste forme di rimozione siano una forma d’autodifesa, ci si difende dimenticando.

Ma c’è stato pure un problema di giustizia, perché le indagini non hanno scoperto nessun colpevole, nessuna irregolarità?

Le indagini ci sono state, si sono aperti tantissimi filoni d’inchieste. Io ne ho visti partire in quantità, in diverse sedi, per diversi reati: inquinamento, occupazione abusiva del suolo, espropri illegittimi. Inchieste ce ne sono state tante, molte sono state archiviate, molti sono rimaste allo stato istruttorio, molte non hanno portato ad individuate nessun reato. Ma poi, molte, si sono intrecciate con inchieste più grosse sulla zona industriale. Come quelle sull’Icam, ma poi tra gli stralci, l’insufficienza di prove e altro, non si è mai arrivati a nulla di concreto.

Però oggi, a distanza di molti anni dalla nascita della zona industriale, industrie come la ENI indennizzano i loro lavoratori che hanno contratto malattie sul lavoro, senza essere obbligate da nessun tribunale. Questo non è indicativo di un certo modo di voler chiudere un vicenda sospetta?

Questo tipo di gesto è una delle cose che deve far più riflettere. Nessuno tira fuori dei soldi senza essere costretto, per l’azienda è una briciola, ma guardato nell’insieme complessivo è una somma importante. C’è questa industria che sta risarcendo i danni senza che ci sia un processo, o un’autorità giudiziaria che la ha obbligata. senza che è arrivata ad una sentenza. Questo permette di fare una riflessione, su tutte le cose precedenti, su tutte le denunce, su tutte le cose che sono state dette, sulle inchieste aperte e poi frettolosamente chiuse, sulle acque inquinate, sulle morti premature, sui neonati deformati. Erano allora, come ora, una quantità di carte giudiziarie immense, con un potenziale esplosivo, ma che mai nessuno ha voluto fare esplodere. Questo vuol dire che la coscienza del danno fatto e subito c’è, che il territorio ha pagato e che c’è chi lo riconosce. Ma il valore che le persone hanno dato al loro territorio è molto basso. Se pensi di non valere niente, quel poco che ti danno ti basta. Allora non c’era coscienza del valore del territorio, del mare, della vita, dell’aria. Solo se succede qualcosa di molto grave poi si apre un dibattito, ci si confronta. Poi, il sogno industriale, e finito ben presto, le industrie sono entrate in crisi prima ancora che il piano di sviluppo industriale fosse finito, ma intanto il paese era già stato demolito.

Come sono riusciti a convincere gli abitanti di Marina ad andare via?

Le persone che hanno ceduto la casa o il terreno che possedevano hanno fatto un accordo, c’è stato un indennizzo, o gli hanno dato un altro appuntamento in cambio da un’altra parte e se ne sono andate. Quindi questa cosa è stata fatta, pur con molto dolore, con il consenso di una collettività che non era poi cosi piccola. E’ stato accettato, con sofferenza, ma con l’idea che questo fosse uno scambio. Io ti do il mio terreno, la mia casa, e tu mi dai il lavoro, il progresso, per me per i miei figli, il sogno di un miglior tenore di vita. E’ stato uno scambio cosciente basato su una speranza, su un sogno di miglioramento della propria vita. Però c’era dolore in questo, quindi la mente, come insegnano gli psicologi, tende a rimuovere

Perche non è riuscita a fare un’inchiesta giornalistica completa su questa vicenda?

Non ci sono riuscita perche il mio giornale non aveva spazio. La storia era molto complicata e lo spazio nei quotidiani è una cosa rara, avevo bisogno di almeno 4 cartelle e non c’erano mai, non c’era mai questo spazio. Il fatto poi che non c’era una notizia che potesse rendere questa storia prioritaria ha complicato le cose. Per esempio, se ci fosse stato un magistrato che arrestava dieci persone questa notizia veniva fuori e bisogna darla, allora io avevo tutto e scrivevo un articolo più grande degli altri perché sapevo le cose come andavano. Ma non c’era nessuna notizia, e neppure a livello locale, nessun giornale si occupava seriamente della situazione di Marina.


Risorse e info online

La storia di Marina di Melilli e la galleria fotografica

Foto di Marina di Melilli dal 1982 al 1995


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