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Marcello Veneziani “La rivoluzione conservatrice in Italia” (SugarCo)

Un saggio che ripercorre in maniera puntuale e documentata l’idea di destra in Italia dal Risorgimento fino a Berlusconi

di Emanuele G. - lunedì 18 giugno 2012 - 5192 letture

Ci voleva la grande capacità narrativa di Marcello Veneziani per rendere accessibile un argomento per un lato ostico e per un altro sconosciuto ai più. L’argomento è la storia del pensiero di destra in Italia dall’ottocento fino ai nostri giorni. Un pensiero di destra – è bene avvertire – da non collegarsi in nessun modo al pensiero liberale. Per spiegare meglio il concetto. La destra anti-liberale, conservatrice, populista, fascista, esoterica e paganizzante. Un argomento spinoso. Molto spinoso. Anche controverso. Ecco perché ho utilizzato i termini OSTICO e SCONOSCIUTO. Ostico poiché si tratta di una corrente di pensiero che ha sì avuto molta fortuna nel nostro paese, ma che pone all’attenzione di tutti questioni, principi, valori e riflessioni non facilmente maneggiabili se non in possesso di opportuna apertura mentale. Sconosciuta perché tale corrente sconta una sorta di “damnatio memoriae” a causa del predominio culturale cattolico e comunista nell’Italia del secondo dopoguerra. Eppoi manuali di storia e filosofia troppo a senso unico hanno fatto il resto... Ripeto. Ci voleva un Marcello Veneziani a guisa di novello “Virgilio contemporaneo” a rimuovere dall’oblio una delle componenti basilari della cultura italiana contemporanea. Un’ultima annotazione. Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1987. L’attuale edizione ne è un aggiornamento poiché dopo tale data abbiamo vissuto l’esperienza ventennale del berlusconismo conclusasi di recente. Esperienza che necessitava di un momento di riflessione e analisi.

Il concetto fondamentale è la c.d. “rivoluzione conservatrice”. Cosa si intende con questa parola? Ne do una definizione sintetica e proprio per questa parziale e non esaustiva. La rivoluzione conservatrice (in tedesco “konservative revolution”) è un termine formulato da alcuni studiosi per indicare nel loro complesso una serie di movimenti politico-culturali nati in Germania a cavallo tra le due guerre mondiali. Il termine "konservative revolution" viene utilizzato per la prima volta il 10 gennaio 1927 dallo scrittore di origine ebraica Hugo von Hofmannsthal durante una conferenza a Monaco di Baviera il cui tema era "La letteratura come spazio spirituale della nazione". Tuttavia nella riorganizzazione organica e bibliografica di questo complesso movimento messa a punto da Armin Mohler con il saggio del 1950 “Die konservative revolution in Deutschland 1918-1932” viene fatta iniziare nel 1919. Il movimento unì tutti quegli intellettuali, non di sinistra, oppositori della Repubblica di Weimar. La Rivoluzione conservatrice tedesca, fu quell’humus culturale su cui si nutrì il nascente nazismo. Dopo il 1933 alcuni aderirono al nazismo (Schmitt), molti dei suoi esponenti però presero le distanze dal Nazionalsocialismo, ritirandosi a vita privata (Ernst von Salomon, Gottfried Benn) o divenendone oppositori (Thomas Mann). In Italia, Julius Evola, teorico del razzismo spirituale, fu fortemente influenzato dalla "konservative revolution".

E da noi? Cito l’abstract di presentazione vergato dalla casa editrice. "L’Italia è un paese speciale e gli italiani lo hanno sempre saputo: a volte vivono questa specificità come una malattia e un’anomalia, a volte, più di rado, come un eccezionale primato. Quali sono le radici storiche, civili e culturali del caso italiano e quali sono i frutti più recenti? Marcello Veneziani percorre i luoghi teorici e storici in cui nasce e si sviluppa l’ideologia italiana, la linea del pensiero italiano, unita allo stile, al gusto, alla sensibilità civile e religiosa, al carattere nazionale. Il suo viaggio va a ritroso dal presente al passato, dal berlusconismo – di cui traccia un bilancio – all’Italia democristiana, dal fascismo all’Italia liberale, dal Novecento al Risorgimento. Prezzolini e Papini, Pareto e D’Annunzio, Malaparte e Berto Ricci, Rensi e Gentile, Evola e Del Noce sono i principali testimoni nel Novecento di questa linea italiana. Sullo sfondo emerge il ritratto filosofico e civile di una Nazione Culturale e di un’italianità scandita attraverso idee e autori, passioni e illusioni di élite e di popolo. Una riscoperta dell’amor patrio attraverso il pensiero che si fa storia, da parte di un autore che non ha scoperto l’Italia solo adesso, magari in odio al leghismo e al berlusconismo, ma dal tempo in cui era osceno amare la patria, come testimoniano queste pagine."

E’ un libro che può dare fastidio in quanto l’Italia di oggi appare un paese diviso – come ieri fra l’altro– in chiese, chiesette e chiesupole ideologiche dove regna una partigianeria e un odio reciproco mai represso. Con una sostanziale differenza. Nei tempi andati non imperava la maldicente ipocrisia dei giorni d’oggi. Tuttavia - e rimarco - è da leggere ed apprezzare in toto in quanto da una rilettura ponderata e serena della nostra storia culturale, politica e sociale può originarsi quel rinascimento che da tanto tempo attendiamo. E’ in gioco la sopravvivenza dell’idea stessa di Italia. E su questo “topic” non ci possiamo permettere sterili contrapposizioni fideiste e malcelate falsità ideologiche. Un maggiore amore di Patria potrebbe rivelarsi un appropriato viatico per un complesso processo di ridefinizione della nostra coscienza nazionale. Vedete l’Italia in virtù della sua indiscutibile facondia culturale è l’unica nazione al mondo che può rivendicare a sé un particolare tipo di nazionalismo: il nazionalismo culturale. Nazionalismo culturale che per sua stessa specia non è né aggressivo né foriero di genocidi. E’ foriero di ricchezza culturale. L’unica vera risorsa che il paese dispone.


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