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Maratona Beckett allo Scenario Pub.bli.co.


Alla fine si ha proprio la sensazione di aver partecipato ad una maratona, lunga , intensa e stancante.
mercoledì 23 marzo 2005, di Marco Pisano - 1442 letture

Il valore aggiunto dell’evento sta nella modalità attraverso cui si snodano i sei spettacoli che hanno come centro Beckett. Aspetta, entra, stacca il biglietto, siediti, buio. Sembra assurdo ripetere gli stessi gesti più volte in un pomeriggio. Sembra che qualcuno si diverta a farti fare la parte del topo. Man mano percepisci un certo fastidio. È lo stesso fastidio dei personaggi beckettiani: intrappolati, mutilati, ossessionati da un tempo che non passa mai e che essi credono invano di riempire di senso.

È stato questo e ancora altro quello che è successo allo Scenario Pubblico (teatro-cafè catanese) domenica 13 marzo. Il gruppo Iarba di Nino Romeo e Graziana Maniscalco ha portato in scena tre atti unici dell’autore inglese (Dondolo, Passi e Commedia), la compagnia Zappalà danza ha costruito tre performance ispirandosi a quegli stessi atti unici (Swing, Footprints e Foulplay), gli spettatori hanno creduto di assistere ad un evento culturale, invece vi hanno partecipato in prima persona.

Si sono accorti (gli spettatori) di questa differenza appena tornati a casa o, come me, rimettendosi cappotto e sciarpa per l’ultima volta, terminata la serata. Potrebbe sembrare una cosa da nulla, ma avere l’impressione di diventare inconsapevolmente parte di un ingranaggio cambia la percezione di un evento come questo.

Veniamo alle messinscene: quelle teatrali curate da Nino Romeo, con la loro eleganza stilistica, tracciano il solco semantico su cui poi le performance della Zappalà danza sviluppano spunti altri, ora ironici, ora poetici, ora espressivi. Implacabile “Dondolo”: l’interpretazione della Maniscalco è ipnotica e inquietante ad un tempo. Peccato che poi in “Passi” l’ipnosi si trasformi in staticità e perdita di ritmo. Poco male considerando l’irriverenza con cui “Commedia” sfida i canoni teatrali. L’impatto visivo fa impressione: i tre personaggi intrappolati in bozzoli che lasciano libere solo le teste. Poi la luce-occhio li tortura costringendoli a “dire”; lo strazio della ripetizione pian piano passa da loro a noi spettatori e l’ingranaggio dell’assurdo beckettiano centra l’obiettivo.

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