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Manifesto Supercamp di Libera 2020

Una settimana dal 17 al 23 agosto a San Vito dei Normanni insieme ai ragazzi di Libera
di Piero Buscemi - venerdì 28 agosto 2020 - 1205 letture

La mafia è vissuta alla stessa maniera a qualsiasi latitudine. Provoca una reazione di repulsione, una sorta di rigurgito culturale che sale dal di dentro e che è necessario sempre espellere dal corpo. Con la stessa rabbia che non accetta rassegnazioni, occorre porsi come ostacolo alla diffusione di un virus che trova nella storia d’Italia le radici più profonde difficili da estirpare. Un male secolare che nessun politico ha mai realmente combattuto coinvolgendo sullo stesso piano un’intera popolazione nazionale, come ha provato a fare nella situazione di emergenza sanitaria che stiamo ancora vivendo. Provare un sentimento diverso autorizza a tacciare di complicità chiunque si ostina a rimanere alla finestra, illudendosi che tutto questo non gli appartenga.

Perché i nomi forse saranno diversi, ma le situazioni, i dolori, le lacrime di chi è sopravvissuto non trovano differenze né di latitudine, né di percezione di un’arroganza che si veste con un manto nero e una falce tra le mani per decidere chi vive e chi muore. Come un gioco delle parti, che sia Palermo, Foggia, Napoli, o anche Firenze, Milano e qualsiasi angolo del territorio nazionale, da una parte la violenza che si tinge di potere, dall’altra un numero infinito di vittime innocenti.

Al posto giusto e al momento giusto. Persone normali, nei loro gesti quotidiani, a ritrovarsi interpreti di una realtà di morte che supera qualsiasi immaginazione. Ce lo siamo ripetuti insieme ai ragazzi di Libera a San Vito dei Normanni, un paesino della provincia di Brindisi, in uno dei campi estivi organizzati presso la XFarm, l’Azienda agricola nata sui terreni confiscati alla mafia. Una distesa di ulivi, alcuni secolari, così belli da riconsegnare da soli dignità ad un popolo che cerca da sempre il ritorno ad una normalità più nobile di quella che ha riempito le giornate di questi ultimi mesi.

Lo abbiamo fatto nell’unico modo possibile per rivendicare un ruolo di società civile, che unisce la condivisione con un’immagine di mescolanze di culture, locali, regionali, nazionali e internazionali. Un insieme di mani che si uniscono dettati da un unico obiettivo di rimpossessarsi di una terra che non è solo appartenenza. E’ un’alternativa di vita che si contrappone all’arroganza, al diritto negato di viverla, ai sogni infranti da una pallottola vagante che le mafie hanno posto sulle nostre esistenze, come se non ci fosse un domani diverso.

Lo abbiamo fatto sporcandole queste mani. Toccando la terra, rossa da colorarci la pelle. Maneggiandola come un dono prezioso. Modellandola ed anche assaporandola, come Michele, un esperto di edilizia bio, tanto per usare un termine di moda nei nostri tempi, ci ha insegnato in questa settimana. Questa terra che regge il futuro di un’intera nazione, stanca di seppellire e ricordare uomini votati alla legalità come una retorica che nasconde una rassegnazione.

Mani sporche di terra che si sono incrociate, confezionando conserve di pomodoro ed erigendo un mistico Tempio dell’acqua, unendo elementi naturali come il legno, il fango, la paglia. Mani pugliesi, romane, toscane, siciliane, lombarde, piemontesi, liguri. Mani, metafora di un’unione nazionale, unica forza culturale che possa contrapporsi a quella divisione che una corrotta ideologia mafiosa pretende di imporci.

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Ex Fadda
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Partecipanti del campo
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Ulivi
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La realizzazione del Tempio dell’acqua
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L’impasto di terra e paglia per rivestire il Tempio


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