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Malalunanuova, di Vincenzo Pirrotta

I musicisti si dispongono a mezza luna e Pirrotta al centro della scena comincia il suo cuntu.
di Marina Bertino - domenica 5 febbraio 2012 - 3558 letture

Malalunanuova è lo spettacolo teatrale presentato a Scenario Pubblico il 26 e 27 gennaio e prodotto dalla Compagnia Esperidio fondata nel 2006 da Vincenzo Pirrotta, straordinario erede della tradizione del Cuntu siciliano. Si tratta di una pièce dedicata alla città di Palermo, secondo appuntamento di una trilogia dedicata dal regista palermitano al degrado del vivere contemporaneo e messa in scena interamente nei giorni passati, in date diverse, a Catania per inaugurare Te.St, la stagione di teatro contemporaneo dello Stabile di Catania.

I musicisti si dispongono a mezza luna e Pirrotta al centro della scena comincia il suo cuntu. A Palermo la luna “luce” di più perché illumina le numerose architetture della città, testimoni di diverse epoche gloriose. Ma è la “Malalunanuova” di oggi che interessa il narr-attore, che ci trasporta in una sequenza di ombre e oscurità attraverso i quartieri popolari con i loro vicoli e anfratti, piazze e mercati, esprimendo tutta la violenza e la sensualità dell’umanità offesa di Piazza Marina, di via Maqueda, di Ballarò, di Montevergini, dell’Albergheria.

“U Cuntu” si svolge tutto all’interno di un ritmo linguistico teso e incalzante, ricco di diversi timbri linguistici e sonorità così come di ossessive e veloci ripetizioni, e caratterizzato dai suoni duri del dialetto palermitano, che arriva alle nostre orecchie come una lingua a quella velocità difficile da tradurre. Gli accompagnamenti musicali di Luca Mauceri e Emanuele Esposito si inseriscono a tratti come dei “silenzi” o delle pause ironiche (come il brano Ridi Palermo, cantato in coro a cuore aperto) che stemperano la tensione di un racconto concitato. Di Pirrotta colpisce la vigorosa espressività, che è insieme corporea e vocale e trova un suo culmine nell’uso ripetuto di suoni gutturali e nasali che evocano qualcosa di ancestrale e primitivo. A questo si unisce il suono profondo della tammorra suonata da lui stesso.

Il racconto si muove da un quartiere all’altro di Palermo, offrendo un variegato scenario di incontri carnali e violenti ora tra ragazzi e prostitute, ora tra giovani amici nei ruoli di boia e vittima. Si tratta sempre di figure in un transfert tragico, come in una delle scene più intense, quella che si svolge all’Ucciardone, in una cella che dà sul mare. Qui si agita un giovane assassino che rivive nella sua fantasia ormai folle il brutale assassinio di un amico, da lui stesso sgozzato in un’imboscata mafiosa, negli stessi luoghi in campagna dove avevano vissuto insieme momenti giocosi e di prime scoperte sessuali.

Meritatissimi applausi scroscianti a fine spettacolo; tra il pubblico si alza in piedi per applaudire anche il collega palermitano Luigi Lo Cascio, protagonista Pirrotta due anni fa nello spettacolo “Diceria dell’untore” al teatro Verga, con la regia dello stesso Pirrotta. Alla fine resti lì appassionato di una Palermo martoriata, e sei talmente affabulato che ti sembra che la narrazione sia avvenuta nel breve tempo di un sogno turbolento.


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