Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Mafie |

Mafia e sanità: un matrimonio irrinunciabile per i clan napoletani

La salute è il vero business. Disonesti, ma sicuramente capaci in termini predatori, i mafiosi sanno da molti decenni che, là dove esiste un centro sanitario, esiste la possibilità di un sicuro e cospicuo arricchimento. È il caso attuale delle strutture sanitarie napoletane.

di francoplat - mercoledì 27 ottobre 2021 - 924 letture

Dieci mesi fa, il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, decideva di non sciogliere l’ASL1 di Napoli, dopo una lunga indagine della commissione prefettizia. In qualche misura, spendeva parole di cauto ottimismo circa il fatto che la sanità campana fosse al riparo dalle infiltrazioni camorristiche. «Allo stato dei fatti non sono risultati sussistenti i presupposti richiesti dalla normativa vigente per lo scioglimento dell’Azienda in questione, mancando gli elementi concreti, univoci e rilevanti su collegamenti diretti e indiretti con la criminalità organizzata di tipo mafioso o similare». Così, una nota ministeriale chiosava la vicenda e dava ragione del mancato scioglimento.

Non che non ci fossero legittimi dubbi sulla trasparenza della sanità regionale. Due anni prima, nel giugno 2019, era emerso il caso dell’Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli: in quell’occasione, il procuratore Giovanni Melillo aveva sottolineato come il nosocomio fosse, di fatto, controllato dai clan della cosiddetta Alleanza di Secondigliano. Assunzioni, appalti, relazioni sindacali erano ambiti di pertinenza della camorra locale, tanto che l’ospedale, parole dello stesso Melillo, sembrava «essere stato la base logistica indispensabile per tessere le trame delittuose che hanno consentito la moltiplicazione delle truffe assicurative, la predisposizione di certificati medici falsi». Non mancava, in questo quadro distorto, il concorso di medici e infermieri corrotti.

Dunque, la necessità di un controllo certosino e puntuale dello stato di salute, si scusi il bisticcio di parole, della salute campana era stringente. In effetti, a dispetto della decisione ministeriale di dieci mesi fa di non procedere allo scioglimento dell’ASL1 di Napoli, una lunga indagine della DDA locale racconta oggi una storia molto diversa, sottolineando in maniera piuttosto robusta dell’esistenza di quei legami tra la sanità cittadina e la criminalità organizzata. Lo rivelano le 412 pagine dell’ordinanza di applicazione di misure cautelari emesse nei confronti di 48 indagati, di cui 36 in carcere, 10 ai domiciliari e due a cui è fatto divieto di dimora in Campania. A carico di alcuni importanti nomi del cartello camorristico locale, tra i quali Luigi Cimmino, detenuto dal 2016, e il figlio Franco Diego, Giovanni Caruson, Alessandro Desio, Andrea Basile, vi sono accuse molteplici: appalti truccati, estorsioni alle ditte che si aggiudicavano gli appalti, gestione diretta dei bar e dei punti di ristoro degli ospedali o, come nel caso del clan Polverino-Nuvoletta di Marano, l’esclusiva nella fornitura di pane a tutti gli ospedale, sino al “pizzo” chiesto ai parcheggiatori abusivi. Non lasciava nulla il cartello camorristico, a dimostrazione di come il controllo fosse capillare e sistematico.

Un controllo caratterizzato da una precisa spartizione geografica della sanità cittadina: «il Cardarelli nella sua parte posteriore ricade su Chiaiano, quindi è dei Lo Russo, mentre nella sua parte anteriore ricade sul Vomero e quindi è dei Caiazzo-Cimmino»; così, stando alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Ma non del solo Cardarelli si tratta, perché i clan controllavano, secondo gli inquirenti, anche il “Pascale”, il “Monaldi”, il “Cotugno” – tutti, per così dire, di pertinenza dei Caiazzo-Cimmino – oltre che il “Policlinico” e il “CTO”, sotto l’egida del clan di Maiano.

Come si è detto, il controllo camorristico era legato, soprattutto e in primo luogo, agli appalti pubblici, ai quali accedevano ditte strettamente legate ai clan, grazie anche alla corruzione di funzionari pubblici addetti appunto alle gare d’appalto. Pure il trasporto dei malati, era “cosa loro”: le ambulanze della “Croce San Pio” di Marco Salvati, imprenditore a cui è stata notificata una misura cautelare, detenevano il monopolio del trasporto privato. E dove non arrivava direttamente, la camorra estorceva: è il caso delle onoranze funebri dei fratelli Reale dei fratelli Trombetta oppure i 400 mila euro chiesti come tangente a un’associazione temporanea di imprese costituita dalla Cosap e dalla Co.Ge.Pa. per la manutenzione straordinaria di un adeguamento tecnologico di sei padiglioni del Cardarelli. Pure importanti imprese, come SIRAM e Graded, dovevano pagare circa duemila euro al mese, «per stare tranquilli», per la gestione del global service del più grande nosocomio del Sud Italia.

Quando si parla di controllo degli spazi, si intende anche che gli ospedali erano il punto di incontro per gli affari illeciti. Nei punti di ristoro dei nosocomi, così come negli sgabuzzini, i boss si accordavano con gli imprenditori che intendevano aggiudicarsi dei lavori interni, dalle pulizie alla manutenzione. I clan della cosca Cimmino-Caiazzo – il “gruppo del Vomero” – potevano peraltro contare su un servizio di delazione fidato, offerto da dipendenti addetti alle pulizie o ad altri servizi che li avvisavano nel caso di nuovi lavori. Insomma, una presenza tutt’altro che superficiale, quella della camorra, che, oltre a garantirsi gli appalti e i soldi, era pure in grado di fruire delle risorse professionali interne agli ospedali. Cure agevolate per gli affiliati all’Alleanza di Secondigliano: «se hai bisogno per motivi di salute, ci sta il primario senza fare un minuto di fila»¸ racconta agli inquirenti l’affiliato Antonio Zaccaro, che precisa come per un problema di pancreatite fu curato, dietro interessamento del clan del Vomero, da un primario del Cardarelli. In tal modo, i clan erano anche in grado di gestire, più efficacemente, la concessione degli arresti domiciliari per i detenuti.

Nelle quattrocento pagine dell’ordinanza sopra citata, però, non si delinea soltanto un quadro di sofisticato controllo delle strutture pubbliche da parte della camorra. Si racconta anche come tale quadro, pur con inevitabili mutamenti, abbia radici più lontane, come la criminalità organizzata sia presente nei nosocomi napoletani dagli anni Novanta. Questo è l’aspetto più desolante. Su questa rivista, nel dicembre 2020, si era dato conto, in un dossier articolato, della terribile situazione sanitaria calabrese sotto il controllo della ‘ndrangheta, tanto che, tutt’ora, la sanità regionale risulta commissariata.

(https://www.girodivite.it/Calabria-zona-rossa.html?var_recherche=francoplat)

Nel dossier, si rilevava come la sanità calabrese fosse considerata una risorsa per le cosche locali da anni e decenni lontani: il servizio di Giuseppe Marrazzo, del 1978, dal titolo “Gli intoccabili di Taurianova”, delineava con lucidità e precisione i mali drammatici del nosocomio della cittadina in provincia di Reggio Calabria. In quello stesso dossier, il quadro si allargava pure ai condizionamenti mafiosi alla sanità lombarda, dalla presenza di un direttore dell’ASL di Pavia, Carlo Antonio Chiariaco, colluso con i clan, all’uso degli ospedali Niguarda, di Milano, e Galeazzi, di Bruzzano, quali sedi di incontri tra boss della ‘ndrangheta.

Se appare evidente il fatto che la sanità rappresenti una risorsa allettante per la criminalità organizzata, altrettanto evidente, e preoccupante, è il problema della «zona grigia», delle complicità crescenti che i clan trovano nella società civile. Funzionari pubblici, imprenditori, dipendenti e anche, come si è detto, medici e altri professionisti della salute. Quando, nel 2019, si aprì il caso già citato del San Giovanni Bosco di Napoli, il procuratore Melillo, a proposito dei modi attraverso i quali venivano ingaggiati i medici, precisava: «la partecipazione c’era, a volte avveniva per motivi di paura, altre volte era legata a una coincidenza di interessi». Non fu arrestato nessun medico, in quell’occasione, ma è anche vero che, come precisava la Procura, nessun professionista aveva denunciato l’andazzo, ad esempio, dei certificati medici falsi.

È sempre lo stesso ritornello, riproposto sino alla nausea. Che una parte del Paese sia presidiata dalle cosche mafiose emerge da migliaia di documenti e di inchieste, così come affiora, in modo incontestabile, il fatto che l’altra parte della nazione soggiaccia a un controllo più larvato, ma non meno invasivo e sfibrante per l’economia. Eppure, nonostante da decenni una parte significativa della sanità italiana sia soggetta al reiterato drenaggio di risorse da parte della criminalità organizzata, con il contributo spesso decisivo di chi affiliato non è, ci troviamo, oggi, davanti a un’inchiesta napoletana che sconfessa, dopo dieci mesi, una decisione ministeriale che non aveva rinvenuto tracce significative della presenza camorristica negli ospedali locali. Non è un problema della sola ministra Lamorgese. È il problema irrisolto della costruzione reale dello Stato di diritto, che ha radici secolari e profondamente intrecciate con l’apparentemente inestirpabile presenza delle mafie nel Bel Paese. La mafia non è un anti-Stato, pare piuttosto sempre più un modello alternativo di identità civica, di definizione delle relazioni sociali dentro un contesto politico inerte o, peggio, complice.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -