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Mafia e politica

Marco Bettini, Pentito.Una storia di mafia, Bollati Boringhieri, Torino 1994
di Pina La Villa - mercoledì 31 maggio 2006 - 5452 letture

Marco Bettini, Pentito.Una storia di mafia, Bollati Boringhieri, Torino 1994

Il libro è del 1994, non è un caso. C’era stata la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, volevamo capire e volevamo essere contro la mafia. Stranamente però un libro come questo, che vale più di tante inchieste giornalistiche o di libri sensazionalistici sulla mafia, era ben nascosto negli scaffali di una biblioteca pubblica, dove l’ho trovato, e mai l’ho visto citato o ne ho letto qualche recensione. Eppure è lo studio che ci fa capire più in profondità il fenomeno mafioso in Sicilia.

Oggi, in un momento che è drammatico per la storia della Sicilia, con un presidente della regione appena eletto che è indagato per mafia, ho deciso di parlarne nella maniera più ampia possibile. Spero di riuscirci, ma si può sempre leggere direttamente il libro.

Dall’Avvertenza: “La storia narrata in questo libro è una storia vera. Il protagonista vive attualmente sotto la protezione garantita ai testimoni d’accusa dalla legge sui pentiti. Non tutti i nomi che compaiono nelle pagine seguenti sono quelli reali: ragioni di opportunità hanno consigliato di adottare diversi pseudonimi, poiché i fatti riferiti sono oggetto di procedimenti penali ancora in corso.

Il materiale di partenza è costituito da registrazioni di incontri con il protagonista: il risultato è una rielaborazione originale dell’autore, che ha cercato di rendere il modo di parlare e di esprimersi del protagonista pur tenendo conto delle esigenze di chiarezza e coerenza nello sviluppo della narrazione. La lingua che ne risulta è certo lontana da quella della Sicilia tradizionale; ma nella contaminazione di dialettismi, parole mutuate dai mass media ed espressioni da aula giudiziaria, riflette l’evoluzione di una mafia i cui traffici e la cui influenza travalicano da tempo i confini dell’isola.”

Solo una storia, forse una storia come tante o forse no, però una storia che fa capire tanti aspetti della Sicilia e forse anche quello che è accaduto in questi giorni.

Un racconto in prima persona, un’autobiografia, ma anche un racconto basato sulla suspence. Nel prologo infatti si racconta la fuga rocambolesca del protagonista, latitante da più di un anno, in pericolo perché con altri due “soldati” di mafia si è messo in proprio. Si trova da uno dei suoi complici con l’intenzione di ucciderlo quando i carabinieri, lì per un controllo di routine, lo sorprendono. Riesce però a fuggire e i suoi capi gli danno un incarico: deve uccidere il giudice Borsellino. Più esattamente lui è uno dei candidati a farlo, ogni famiglia ne ha scelto uno e il suo capo si dice orgogliosamente sicuro che la scelta cadrà su di lui. Lui si dice pronto.

In realtà Enzo, questo il nome del protagonista, da un po’ di tempo non è un buon soldato e la latitanza e l’attesa di questo incarico lo portano a pensare, a riflettere. Pensa ai suoi complici e a quello che sta rischiando. E quindi ripensa alla sua vita.

A questo punto la narrazione segue le fasi della vita del mafioso pentito (come sappiamo dal titolo): bambino, apprendista, bandito, iniziato, soldato, trafficante, clandestino, traditore, fuggiasco, redivivo, latitante, condannato, infame.

Il racconto viene fatto dal punto di vista del pentito.

Nato nel 1956 in una famiglia di contadini non mafiosi del trapanese, Enzo, ultimo di tre fratelli, è un ragazzo vivace che tollera male la povertà della sua famiglia e l’autorità del padre e soprattutto del fratello maggiore. Un’autorità che si esprime con la violenza e a cui ben presto il piccolo risponde con maggiore violenza. Fra questi episodi molto interessante è quello delle suore. Enzo era stato mandato a studiare dalle suore in un orfanotrofio perchè la famiglia non riusciva a badargli, a tenergli testa. Un giorno lui e un suo compagno vengono impiegati dalle suore per pregare al cimitero. Le persone lì presenti fanno le loro offerte alle monache, e ogni tanto danno qualcosa anche ai due bambini. I bambini sono soddisfatti, hanno lavorato ma almeno potranno comprare le caramelle e sfoggiare questo loro primato nei giorni successivi durante il breve percorso dal collegio alla scuola. Invece arrivano le suore e pretendono che consegnino loro tutto quello che avevano racimolato. I ragazzi si ribellano ma le suore sono irremovibili. I due ragazzi però non si danno per vinti e decidono di riprendersi i soldi di cui sono stati privati ma anche quelli delle offerte alle suore.

Col bottino scappano e tornano a casa. Ovviamente vengono ricondotti all’orfanotrofio e questo è il racconto:

“Mamma, se mi riporti in collegio, le monache mi ammazzano di botte perché c’ ho rubato i soldi”. Avevo paura, perché le conoscevo, le suore. “Non ti preoccupare, ci parlo io e non ti fanno niente”. Mia madre mi voleva bene, ma credeva che la gente faceva quello che diceva. Io, ancora bambino, sapevo benissimo che le cose non stavano così. In ogni caso, mio padre di riprendermi a casa non voleva saperne, ero un problema senza soluzione. Perciò fui riaccompagnato in collegio e quando arrivammo, io e la mamma, le suore mi accolsero quasi festose. “Enzuccio, sei arrivato. Bravo, su vieni qua”. Dolci, e davanti a mia madre mi accarezzavano. Lei mi rassicurò. “Hai visto che non ti fanno niente?” “No, mamma, adesso appena tu te ne vai loro mi mettono botte”. Non te ne mettono”. Dopo un altro poco di tempo mia madre se ne andò. Le monache aspettarono dieci minuti, per essere sicure, e poi mi presero a sberle in tre, quattro alla volta. Mi riempirono di botte. Più tardi vidi anche Stefanuzzu [l’ amico]. I suoi genitori l’avevano riportato dentro lo stesso giorno che eravamo scappati. Aveva gli occhi gonfi, poverino, s’era preso più botte di me, l’avevano mezzo massacrato perché era rientrato prima, che la ferita era più fresca”.

Questo è solo uno degli episodi dell’infanzia che fanno capire ad Enzo come funzionano le cose: “Le persone si comportavano così. Facevano le regole come piacevano a loro, e se qualcuno non le rispettava gli mettevano botte. Ma spesso nemmeno mio padre, le suore, i miei fratelli, seguivano le regole che loro per primi avevano stabilito. Se gli faceva comodo imbrogliavano tutto, e quello che avevano già detto non andava più bene. Usavano la forza, gli schiaffi, per ottenere ragione anche quando avevano torto. Questo era facile con un bambino, ma se trovavano qualcuno più prepotente allora stavano calmi. Le suore avevano preso me e Stefanuzzu per commuovere la gente al cimitero, ci avevano fatto pregare tutto il giorno, e poi ci avevano preso i soldi che la gente aveva regalato a noi. Siccome non volevamo accettare la prepotenza ci avevano anche riempito di botte. E così succedeva sempre. La gente non aveva onore, e nemmeno rispetto per se stessa. Capiva solo il linguaggio della forza. O comandava o ubbidiva.”

Le cose non cambiano quando Enzo diventa adolescente: il modello è un amico di suo padre, che diventa suo padrino, parrino in siciliano, lo cresima.

La descrizione di questa figura è parte del mito personale di chi racconta ma delinea una realtà comune nella Sicilia di quegli anni e da cui bisogna partire per capire la politica e la mafia.

“Gestiva un patronato, l’Encal[...] Come sindacalista aveva modo di conoscere gli affari del paese, i rapporti politici, le clientele, la burocrazia e le richieste di lavoro. Molta gente si affidava a lui, che concedeva favori in cambio di soldi, rispetto, influenza [...] Adesso capisco che Cusumano cercava di costruirmi un futuro da vero politico, e non da pistolero. Voleva fami diventare un uomo d’onore all’antica, che spende una parola sola, amato e riverito dalla gente, come lui”.

Insomma i mafiosi in città erano i gestori di patronati, i segretari della DC e i consiglieri di tutti i partiti - tranne il Pci e il Movimento sociale. Infatti il punto di riferimento del parrino e poi di Enzo diventerà u prufissuri, il proprietario di un cinema,nonché segretario della Dc cittadina, laureato in lettere e che diventerà sindaco (dopo aver fatto uccidere il sindaco in carica da un commando in cui è presente anche Nitto Santapaola).

Da piccolo prepotente, a piccolo delinquente al Malaspina, da ladro di auto a ladro di appartamenti, Enzo viene “studiato” dai mafiosi locali, che lasciano fare ai piccoli delinquenti fino a quando non toccano gli interessi degli “uomini d’onore”. Messo alla prova, Enzo viene successivamente affiliato. La lezione tanto l’ha imparata, anche lui diventa “calmo” con i più forti, accetta di diventare soldato obbediente, mentre continua ad essere prepotente con i più deboli.

Nel racconto di questa parte della vita di Enzo e della sua scelta emerge chiaramente il peso della "scuola" degli adulti, o meglio della scuola della città e delle sue relazioni. Il ragazzo sa sulla sua pelle che il potere è tutto, il potere del padre, quello del fratello, ma soprattutto, via via, il potere di chi in paese è rispettato, perché ricopre un incarico politico che gli permette di fare favori.Soprattutto il ragazzo che a casa doveva sottostare al potere e alla violenza del padre e del fratello maggiore, che disprezza perché poveri e simili a lui, ha trovato finalmente il modello del potere e soprattutto ha capito che questo potere è alla sua portata, è il potere degli uomini di rispetto del paese, dei politici.Siamo in un paese siciliano degli anni settanta, e ne conosciamo le dinamiche da un particolare punto di vista, quello di un ragazzo che vuole soldi e status.

Grazie all’insegnamento del suo padrino Enzo ha un immagine mitica della famiglia e degli uomini d’onore e quindi la soddisfazione di appartenervi. Ma ha anche la tendenza continua a fare di testa sua e a mettersi nei guai.Soprattutto quando fa prevalere il sentimento sulla ragione. Leit motiv del racconto, è questo il "difetto" che porta Enzo a non farcela a diventare uomo d’onore. L’uomo d’onore è chi persegue fino in fondo il suo interesse togliendo senza pietà gli ostacoli davanti a lui. Altro che primato della famiglia, foss’anche quella mafiosa. Enzo scopre che i cosiddetti uomoni d’onore mettono al primo posto, come tutti, i loro interessi; come tutti fanno finta di seguire le regole e in realtà fanno le regole per farle rispettare agli altri ma al momento opportuno loro non le rispettano.

Per esempio uccidono due amici di Enzo, che ritengono “traditori”, ma il terzo , il complice, aspettano diversi anni a ucciderlo perché è più potente degli altri due e può servire agli interessi del boss. Fino a quando serve lo mantengono in vita dopodiché uccidono anche lui.

Dicono che i mafiosi non mentono mai fra di loro, invece i loro rapporti sono tutti una finzione.

In realtà il modello di relazioni all’interno della mafia è esattamente lo stesso di quello che vige nella politica, nei rapporti all’interno di un partito e fra i partiti stessi.

“Loro, come me, avevano imparato a camuffare i sentimenti, sapevano che la ragione deve sempre prevalere. Perciò fingevano, io fingevo, e tutti facevano finta che nessuno fingeva”.

La diffidenza, la finzione, la strumentalizzazione di amici e nemici, le regole non scritte che tutti dicono di rispettare e che nessuno in realtà rispetta. Perché è il fine quello che prevale e il fine non è l’onorabilità della famiglia mafiosa, come vogliono far credere, ma l’interesse ad arricchirsi e ad avere sempre più potere.

“Con l’esperienza, avevo scoperto che mentivano, truffavano e uccidevano, non per la famiglia, ma solo, esclusivamente e sempre, per i loro interessi. Sei un soldato intelligente e ambizioso? Allora sei già buono per la tomba a meno che non uccidi quelli che ti stanno sopra. Sei sottomesso, hai una raccomandazione tra i capi? Sbaglia e sarai perdonato, finché torni utile. Sei un ragazzo di valore, ma nessuno ti porta? Il minimo errore ti farà mangiare terra. Faceva quasi ridere pensare che un’organizzazione con la forza e la potenza di Cosa Nostra decideva sulla vita e la morte degli uomini d’onore in base a una semplice raccomandazione. Come per ottenere un lavoro in regione, una pensione da invalido, la misteriosa, spietata, crudele e implacabile mafia ha la stessa mentalità di un partitucolo, un ministero, un sindacato, un ufficio statale, un’amministrazione pubblica, una Usl. Con le correnti, le alleanze, i voti, le raccomandazioni, i favori. Io cercavo l’onore, il rispetto, la forza, e avevo trovato dei politicanti assassini che calpestavano la verità a ogni passo. Regola fondamentale di Cosa Nostra è che tra uomini d’onore non si dicono minchiate. Se non si può rivelare la verità, si tace. Eppure avevo visto Capogreco e Messina Denaro mentire con Dino, con Fanu, con Luppino, con Aspanu, con Lillo, con Vanni, con me. E ognuno di noi mentire con i capi, consapevoli che i nostri interessi non erano i loro. Tutti della stessa famiglia, tutti falsi, truffatori e bugiardi, in nome della verità. Finzioni che servivano a sopravvivere, ma che non sopportavo più. Con la testa piena di regole alle quali ubbidire, di lealtà da conservare, avevo vissuto per quindici anni camuffando pensieri, sentimenti, amicizia, amore, e il mio viso, il fisico, l’aspetto.”

Potere è la parola chiave.

Ma potere è solitudine, è camuffamento, è soffocare ogni sentimento, perchè tradire i propri sentimenti espone, indica i propri punti deboli all’avversario.

Ecco perché Enzo non ce l’ha fatta ad essere un uomo d’onore ed è diventato un pentito.

A me sembra che la biografia di Enzo ci faccia capire esattamente i problemi della Sicilia soprattutto in queste riflessioni, che ripeto:

"Faceva quasi ridere pensare che un’organizzazione con la forza e la potenza di Cosa Nostra decideva sulla vita e la morte degli uomini d’onore in base a una semplice raccomandazione. Come per ottenere un lavoro in regione, una pensione da invalido, la misteriosa, spietata, crudele e implacabile mafia ha la stessa mentalità di un partitucolo, un ministero, un sindacato, un ufficio statale, un’amministrazione pubblica, una Usl. Con le correnti, le alleanze, i voti, le raccomandazioni, i favori."

C’è qui, a ben guardare, tutto il rapporto fra mafia e politica.

Il mafioso si sente un escluso ingiustamente dai giochi del potere politico, disprezza il politico, cerca di usarlo e spesso ci riesce perché conosce molto bene i meccanismi del potere.


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