Una storia di indulto mancato. Forse, solo sfiorato. Perchè ogni storia ha un risvolto diverso, che le leggi non contemplano mai.
“Nun mi llurdu, jo, i mani. Tutti i jorna cca frutta, puma, pira, viddura. E finocchi, asparaci, e busti i plastica. E i carta. E stringi i mani, e sorridi, e accura u restu. E l’autra vota i puma eranu fracidi. E u muluni è gerbu, e i cacocciula hannu u pilu. E a’ faciti n’to culu, tutti!”
Ha ripetuto questa litania, tutti i giorni. A suo padre, mentre in silenzio assorbiva un’altra sigaretta, e le mani, veloci e mnemoniche, legate a gesti di esperienza. E di rassegnazione. L’ha ripetuta, Franco e i suoi capelli gellati, a dismisura. Duri, come il suo carattere e l’odio verso il mondo. Qualunque esso sia. Che puzzi di povertà e fatica, e levate troppo presto. Troppo per aver smaltito nottate clandestine, nelle vinedde che non spuntano, come gli raccomandava il padre di evitare, nel suo italiano che era tedesco della Svizzera, che ancora la ricordava con nostalgia, che non era nostalgia, ma era gioventù che ogni tanto gli assomigliava, perché si finisce sempre per rimpiangerla.
Franco ci andava lo stesso, nonostante quel rosario di protesta. Il padre, da tempo, non gli rispondeva più. “passami a cassetta di limuni” , era la sua diplomazia preferita. Il figlio l’accettava, perché quel padre non aveva mai parlato troppo. Invecchiato dai rimorsi e quei quattro “franchi” svizzeri investiti in quella ape, da mostrare nelle piazze di paese. Una voce rauca, colonna sonora di un baratto, non più solo di vita. Forse, avrebbe voluto pure lui, essere un “Franco” da investire in un futuro diverso.
Migliore, sarebbe stato chiedere troppo. Ma diverso, si. Lo pretendeva, da quel padre al quale non aveva chiesto nulla. Neanche quella vita, donata senza richiesta. Con l’obbligo di certezze che colmassero quell’eredità di essere vissuta.
Ma quel padre, dal volto troppo segnato. Quel padre, da un passato di sogni, morti nel presente, e un futuro già dimenticato nelle buste della spesa dei paesani, che non riconosceva più. Quel padre, non aveva da tempo, più niente da offrirgli.
E Franco partì, un giorno. Incontro a un sogno suo, che fosse solo suo. Su una strada più accattivante che quei scossoni delle albe, affogate nelle sbronze delle sere precedenti. Si avviò dentro le vinedde che non spuntano. Accanto a quei falsi virgili danteschi, dalle loro promesse difficili da mantenere, anche per se stessi.
Poi, ci fu la notte. L’orario delle cazzate. L’appuntamento che la vita ti riserva, dietro l’angolo. Svoltare o tornare indietro, forse l’unica scelta. Franco aveva già scelto, molto prima di quella notte. Molto prima di quel passamontagna sulla faccia. Molto prima di quel ghigno impertinente del suo compagno.
Molto prima di quegli occhi spaventati del barista. Molto prima di quello sparo, che Franco cercò nella propria coscienza e nel contatto con la pistola calda, che gli violentò la mano. Quando arrivò la polizia, lo trovarono seduto sul marciapiede. I segni del suo destino incisi sull’arma, ormai fredda.
Era solo. Solo, come i quindici anni che gli regalò una sentenza annunciata. Trascorsi nel silenzio di chi non può parlare. Di chi si aggrappa alla vita, solo adesso, minacciata di omertà. Coprire una colpa che non è la tua, per salvare un altro figlio della mafia.
Perché l’avvocato provò pure, a rassicurarlo. Incensurato e giovane. Con tanto tempo avanti per dimenticare. Un sacrificio, forse troppo grande per lui. Ma qualcosa devi dare in cambio, per farti restituire la tua vita. E poi, quindici anni passano presto. E se fai il bravo, ti fanno uscire prima.
Franco li ha contati, giorno per giorno. Li ha contati, avvolgendosi nelle notti, dentro le pagine dei libri di botanica, presi a prestito. Cercando, in quelle pagine, proprietà organolettiche che gli lasciassero, ancora una volta, un’ultima volta, una porta da aprire per un futuro rinnegato.
Una mattina se li è portati con sé, quei libri. Fuori, attraverso quella porta di ferro, rimasta chiusa per quindici anni. Una settimana prima di un nuovo indulto. E’ tornato a casa. Il padre era morto, qualche anno prima. Stanco di aspettarlo. Franco ha aspettato che quelle stanze vuote, gli restituissero un passato. Ha aspettato, ma un’altra attesa inutile. Poi, è andato sul retro della casa.
L’ape era ancora lì, ibernata nel garage. Anche lei in attesa. Un sorriso nostalgico ha invaso i suoi ricordi. Ha appoggiato i libri sul sedile finto pelle. Si è chinato e con la mano, ha raccolto quel carciofo dimenticato. Tre volte tra le dita. Una macchia nera, su ogni polpastrello. Infine, ha scritto sul terreno: QUESTA E’ LA CASA DI MIO PADRE. UN UOMO, CON LE MANI SPORCHE.