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MES sì o MES no?

Parliamo del MES, Meccanismo Europeo di Stabilità
di Gaetano Sgalambro - venerdì 19 giugno 2020 - 559 letture

La domanda binaria sul MES (che prevede per l’Italia, paese particolarmente colpito dalla pandemia, un prestito di 36mld., a zero interessi, strettamente finalizzato alla realizzazione di misure dirette e indirette antiCovid) costituirebbe uno spartiacque insuperabile tra maggioranza di governo e opposizione e non solo: minaccerebbe di spaccare ognuna delle due formazioni politiche dal proprio interno e con esse anche l’attuale legislatura. E’ per evitare quest’ultima che le parti rimanderebbero sempre oltre la loro decisione.

Almeno questa è la rappresentazione scenica interpretata dai nostri politici e narrata dai giornalisti della carta stampata e della tv.

A mio parere gli argomenti posti a base del tema, e la modalità del loro confronto, sono avulsi dalla correlazione con i veri problemi che lo sottendono. Sono una vera cartina di tornasole della pari dissimulazione della realtà con cui i nostri parlamentari di maggioranza e d’opposizione, compresi i semplici politici di partito e i parlamentari europei, unitamente agli uomini dei media, usino tenersi su un piano dialettico, prudenzialmente lontani dal trattare nel merito tecnico le gravi problematiche del paese, per tema di evidenziare le proprie responsabilità (spesso colpose).

Ognuna delle due parti politiche, infatti, muove solo da strumentali dialettiche di principio: quelli del no sostengono che la stretta condizionalità d’impiego dei finanziamenti del MES (limitati ai provvedimenti sanitari anti-Covid) potrebbe costituire il cavallo di Troia della Troica, sempre pronta ad avvinghiare con i tentacoli dell’austerità ogni nostra libera decisione; quelli del si ( o del fare, speso a ogni costo) sostengono che non è ragionevole perdere l’occasione particolarmente preziosa, data la nostra fame di finanziamenti, di contrarre un debito di trentasei miliardi (“non sono bruscolini”, dice Fassino.) a tasso d’interesse zero.

I primi all’uopo si prefiggono l’alternativa di attingere al libero mercato finanziario, anche se più costoso. I secondi pensano che si potrebbero fare tante altre cosucce (di traforo), oltre quelle vincolate anti-Covid. Al limite si potrebbe, per questa via traversa, provvedere a dotare di strutture sanitarie ordinarie quelle regioni del centro-sud che ne erano rimaste carenti, già in epoca pre-pandemica. Sulle posizioni di questi secondi sono schierati diversi giornalisti di vaglia nel nome del buon senso.

Tutti loro -e dal loro esempio gran parte dell’opinione pubblica- non tengono in conto che la pandemia si è innestata nel contesto della grave crisi sistemica del paese e che ha funzionato quale stress test negativo dell’efficienza delle sue istituzioni e della capacità di prevenzione e di risposta della sua classe politica, che ha portato a esiti civili umanamente drammatici ed economicamente disastrosi.

Ne è prova che nessuno si pone la prima domanda d’obbligo: nel grave contesto della crisi sistemica del paese, che ha il suo punto paralizzante nell’enorme debito economico dello Stato, oggi precipitato dalla pandemia, è veramente prioritario il bisogno di assumere un altro debito di trentasei mld., da investire in due anni esclusivamente in strutture sanitarie antiCovid-19 (e da restituire in dieci)? Non verificandone l’effettiva priorità, rispetto alle necessità vitali per l’economia e l’occupazione? Per non dire dell’ incapacità di riuscire a spenderli tutti nei tempi giusti e correttamente?

Di primo acchito, la tensione drammatica per l’ecatombe appena vista, dei soggetti pandemici infetti, porterebbe alla decisa risposta affermativa. Prima la salute! Non c’é dubbio!. Ma se ci si sofferma a confrontare il pesante tasso di mortalità delle tre regioni, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, pur dotate di eccellenti strutture sanitarie, che hanno costituito l’epicentro circoscritto della pandemia, con quello trascurabile delle regioni del centro-sud, che ne sono carenti, risalta evidente la natura squisitamente emotiva della risposta affermativa.

L’elevato tasso di mortalità, infatti, primariamente è dovuto alla libera e susseguente grave esposizione al contagio e, solo in minima parte, anche all’innaturale ultra-saturazione delle efficienti strutture sanitarie, delle quali erano dotate le suddette regioni. Altrimenti bisognerebbe ammettere una correlazione lineare tra il tasso di mortalità e la dotazione di strutture sanitarie.

E allora, perché non domandarsi quale sia stata la ragione principale di questo fenomeno? Come mai nessuno se ne chiede il perché e invece tutti discutono sui vantaggi (o meno) del finanziamento del MES?

Prima di potere dare una risposta è necessario prendere coscienza dei tre sacrosanti insegnamenti che discendono dalla drammatica vicenda pandemica. Primo: per evitare le eccessive esposizioni ai contagi pandemici e la conseguente elevata mortalità occorre disporre di piani strategici di prevenzione a 360 gradi, intelligenti e flessibili, di sufficienti scorte di strumenti sia diagnostici veloci sia di tutela personale, di una medicina territoriale ad hoc predisposta -fattori tutti assenti dal nord al sud del nostro paese-. Secondo: non servono opere murarie di sbarramento, né vantate strutture sanitarie di eccellenza per controllarla. Docet lo scarso contagio nel meridione, dove evidentemente non ha agito quel fattore moltiplicatore del contagio, presente nel nord. Terzo: è impensabile impiegare enormi risorse economiche in misure anti-Covid, come quella di attrezzare il paese di strutture sanitarie straordinarie, capaci di trattare tutti i pazienti affetti da forme serie di Covid-19, il cui numero sarà sempre incommensurabile se l’epidemia è libera di circolare, così come di entrare.

Dal mio punto di vista, il prestito del MES, almeno alla scarsa luce dei dati forniti dal commissario Gentiloni e dal presidente Sassoli, presenta una ratio di massima enunciata, anti-Covid, opportuna, ma obiettivi tecnici non conseguenziali. Basta riflettere sul dato che i paesi europei meno colpiti dal contagio del SARS-COV2 sono quelli meno provvisti di strutture sanitarie. Fanno eccezione la Germania e alcuni paesi del nord Europa, i soli paesi ricchi che hanno potuto contare su strategie di prevenzione. Così non è chiaro se il prestito anti-Covid MES debba privilegiare i paesi carenti di strutture sanitarie (scarsamente contagiati) o quelli particolarmente toccati dalla pandemia, che sono i più ricchi.

Concludo presentando due rilievi. Il primo: sommando i miliardi assunti a debito per evitare l’aumento di due punti dell’IVA (della scorsa Finanziaria) e per finanziare il recente Decreto Rilancio a quelli previsti dal MES (o dell’alternativo mercato finanziario) superiamo la ragguardevole somma di 100mld, che, a sua volta, aggiunta a quella di 170mld del Recovery Fund, avrebbero costituito un capitale di circa 270mld. Capitale con il quale politici capaci avrebbero potuto imprimere un’efficace spinta positiva al nostro sistema produttivo, con ristoro della martoriata economia e dell’occupazione. Piuttosto che lasciarlo dissolvere, alla lunga, solo in aumento del debito pubblico. Il secondo: riguarda i nostri giornalisti di vaglia, come Paolo Mieli e altri, che nel nome del buonsenso invitano ad accettare il MES. A costoro dico che il loro buonsenso funziona solo nelle situazioni di ordinaria amministrazione. In quelle critiche, siano temporanee o croniche, come quelle nelle quali ci troviamo immersi da non poco tempo, funziona se segue a intelligenti provvedimenti strutturali di rottura e di ricostruzione. E’ della carenza assoluta di questi provvedimenti che continuiamo a pagare il danno.


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