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Lussuria

Un film di Ang Lee. Con Tony Leung Chiu Wai, Joan Chen, Lee-Hom Wang, Tang Wei, Anupam Kher, Johnson Yuen e Chih-ying Chu.

di Antonio Cavallaro - domenica 20 gennaio 2008 - 6140 letture

Se cominciassimo questa piccola recensione raccontando la storia di Lussuria, - seduzione e tradimento - srotolandolo dai salti temporali della struttura narrativa, il film andrebbe raccontato pressappoco così: la giovane e bella Wang Chiah Chih scappa da Shangai ad Hong Kong per sottrarsi all’occupazione Giapponese, qui si unisce ad una compagnia teatrale di studenti universitari che sposa la lotta di resistenza. Il gruppo decide di assassinare un importante uomo politico cinese divenuto un collaborazionista giapponese. Wang ha il compito di sedurlo per attirarlo in una imboscata, fedele alla causa patriottica baratta persino la sua verginità per prepararsi all’incontro col traditore del popolo cinese, ma questi parte improvvisamente alla volta di Shangai. Wang lascia il gruppo quando un tentativo di ricatto ai loro danni viene sventato con una carneficina.

Passano tre anni, è il 1942, l’occupazione giapponese è al suo culmine, Wang ritornata anche lei a Shangai rincontra il leader del suo vecchio gruppo che la convince a completare la missione interrotta tre anni prima. Compagna di gioco della moglie dell’uomo politico di giorno, riesce finalmente a diventarne l’amante di notte. Fedele alla missione, Wang si concede più volte all’uomo sopportandone la violenza e il sadismo, ma proprio quando l’uomo sembra aver abbassato la guardia, proprio quando tutto è pronto per l’assassinio Wang, davanti all’enorme anello di diamanti che l’uomo intende regalarle come pegno d’amore, tradisce i suoi ideali rivelando la minaccia imminente al politico, che fugge via gambe in spalla tuffandosi in macchina con un salto degno del migliore Buster Keaton. Wang finirà con una pallottola in testa, mentre lui, nella scena finale, contempla a lungo il letto della camera di Wang.

Al di là dell’appositamente provocatorio riassunto, c’è da dire che il film offre ben poco per meritarsi quei riconoscimenti e quegli elogi di cui è stato fatto oggetto, uno per tutti il Leone d’oro all’ultimo festival di Venezia. Se i meriti sono tutti dei due interpreti principali (la brava Joan Chen e il sempre-bravissimo Leung Chiu Wai, da anni ormai uno dei migliori attori al mondo), i demeriti vanno tutti attribuiti ad Ang Lee. Lee mette in scena in maniera tutta occidentale una storia ambientata nell’esotica Cina della seconda guerra mondiale, ma il risultato non può che essere deludente e superficiale.

Se l’amore che sboccia fra i due protagonisti durante gli amplessi può essere intuito alla luce dell’epilogo è una colpa del regista. La regia è incapace di infondere profondità ed intensità alla storia d’amore, lontanissima da quei modelli a cui tacitamente si rifà. La forma a cui tende il film è wong-karwaiana (perdonateci e concedeteci il termine): struttura narrativa, il decor degli ambienti, il decor degli abbigliamenti, gli stretti dettagli sulle espressioni dei protagonisti, la stessa presenza di Leung; la macchina da presa si sofferma spesso sugli specchi che rivelano l’azione filmica: nulla di più che manierismo. Al di là dello sforzo produttivo nelle ricostruzioni, della buona fotografia e del sapiente montaggio (normale abc che può offrire una grande produzione), il film non da altro e lascia molto spazio alla noia.

La glacialità (diremmo anche incomprensibilità) e l’esotismo della lontana Asia di cui dovrebbe vivere il film (nell’ottica dominante e realizzatrice occidentale) è artefatta: c’è già stato Wong Kar-Wai, c’è gia stato Hou Hsiao Hsien, magari (..anzi sicuramente) non agli occhi di molti spettatori occidentali, ma ciò non può giustificare il risultato del film di Lee. Attratto forse dal titolo o dal battage pubblicitario che promette ferine scene di sesso lo spettatore si reca al cinema, per poi scoprire che l’unica scena a cui non si può restare indifferenti non è tanto quella di un amplesso, ma la lunga sequenza del massacro “dell’amico” Zhao.


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Lussuria
20 gennaio 2008, di : gramigna

complimenti per lo spirito critico ma adesso perchè andare a vederlo?so anche la scena finale.. uffa.
Lussuria
1 febbraio 2008

Io non andrei a vederlo per il solo fatto del titolo. La lussuria sarebbe quel peccato che ci fa desiderare una donna. Io le donne le desidero ancora, nonostante l’ondata dei gay-pride che ci vorrebbe trasformare tutti in capponi. Chi mi spaccia la sua lussuria poi e la confonde con la mia fa anche una cosa scorrettissima: mi fa pagare il suo dazio. Gesù non condannava affatto la lussuria fra coniugi: un fatto perfettamente naturale. Condannava la promiscuità che sposta la lussuria su un terreno pubblico facendola divenire un fattore di crisi del senso di umanità. Senza alcun perbenismo: fate pure sesso con la vostra compagna o con il vostro compagno, ma non scordate che è l’amore che fa vivere una coppia, mentre la lussuria, da sola, lo accoppa. Dall’oriente poi uno si aspetta film sulle pratiche sessuali del kamasutra: una sorta di contemporaneo manuale per le coppie in crisi, e invece ci arriva un polpettone (già nel titolo) indigesto e figlio probabilmente di una commistione fra cultura orientale e cattolicesimo oltranzista. Personalmente propendo per un cristianesimo buddhista o per un buddhismo cristianizzato (se preferite), giusto per liberarsi da tutti gli orpelli di una falsa e distorta morale e per guardare ancora all’uomo come un essere capace di amare e non solo di autofustigarsi.