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Lunga lettera di ricordi, aperta ad un amico

Il rispetto umano è il valore fondamentale che consente di costruire anche sull’impossibile.

di Gaetano Sgalambro - mercoledì 19 gennaio 2022 - 1241 letture

Caro Aldo,

ho letto il tuo recente ricordo dell’anniversario della morte del giudice Paglialunga, che io ebbi la fortuna di avere vicino a partire dai primi anni universitari, come un buon padre putativo politico e soprattutto come maestro di etologia sociale applicata. Da questo suo insegnamento trasse origine e poi debutto il singolare circolo culturale "Il Ponte", da te citato, delle cui vicende fui un modesto ma tenace protagonista. In particolare mi piace ricordare e raccontarti dei suoi vividi moventi, quali quelli che tutt’oggi, ne sono sicuro, animano ignorati moltissime periferie del paese.

Si era nel contesto di una cittadina divisa da accesi antagonismi sociopolitici: tra la numerosissima classe bracciantile e la ristretta classe dei proprietari agrumicoli e dei commercianti dei loro prodotti. Noi giovani studenti liceali, di una scuola dove la politica era bandita, avevamo potuto formarci alla luce dei maggiori autori letterari e filosofici del passato, e avevamo potuto anche sperimentare la nascita del sentimento dell’amicizia nella comunanza dei banchi di scuola, dello studio e dei giuochi. Senza fare caso all’estrazione sociale di ognuno di noi. Anche in questo risaltava allora l’importanza della scuola. Ma appena licenziatici dal liceo, ci ritroviamo di colpo immersi fino al collo nei contrasti della realtà politica locale, talché ognuno di noi viene calamitato, volente o nolente, entro la cornice della propria estrazione sociale. Mentre l’amicizia liceale si scioglie a poco a poco in una conoscenza da semplice saluto.

Un piccolo gruppo di noi, però, non si lascia dividere da questo radicale spartiacque. Pensavamo, forse perché incoraggiati dall’apertura della politica ai governi di centrosinistra o dal Concilio Vaticano II o perché stavano lievitando bene i moventi del “Sessantotto", comunque sia, che le antagonistiche differenze politiche che ci catalogavano non potessero cancellare il sentimento dell’amicizia maturato, anche se di queste differenze, che ci vestivanoi, bisognava comunque parlarne. Ma occorreva uno spazio laico comune dove poterla praticare nelle ore libere e dove, soprattutto, poterne discutere con persone serie e competenti. L’idea del confronto politico, nel senso di doverci misurare l’un contro l’altro per contarci alla fine, allora come oggi inesorabile paradigma matematico della democrazia, era ben lontano da noi, che sia pure nelle differenze eravamo tenuti insieme dalla comune età. Era un vergine stato di libertà di pensiero di cui non avevamo coscienza e di cui disconoscevamo sia l’importanza culturale sia la sua preziosità. Insomma, facevamo tutto questo solo perché ci veniva spontaneo.

Non posso nascondere, purtroppo, che in quei tempi arrecammo un sensibile danno alla nostra cittadina: fummo responsabili della chiusura del Centro Studi, gloriosa istituzione culturale lentinese. Pensate: era dotata di una biblioteca (modesta, ma unica nel paese); di un palcoscenico ove si esibivano giovanissimi Turi Ferro, Ida Carrara, Michele Abbruzzo, Tina Anselmi e altri; di una tipografia per stampare gli inviti e le comunicazioni sociali; di tavolo di ping-pong; perfino di radiogrammofono. Ebbene, ne contestammo l’attività culturale convegnistica perché non era sensibile alle esigenze aperte di noi giovani universitari. Così, da “Giovani turchi”, riuscimmo con uno stratagemma ad avere la maggioranza dell’assemblea per il rinnovo del consiglio direttivo e ne licenziammo i componenti storici in tronco. Nonostante i loro indubbi meriti storici. Ciò ne segnò la chiusura inesorabile, essendo venuti a mancare i rappresentanti dei maggiorenti del paese che sostenevano l’istituzione.

Rimasti senza tetto, facemmo tutti i tentativi possibili per rifondarne un altro sulle stesse orme, ma con un’attività culturale diversa. Coinvolgemmo per più volte le massime autorità cittadine succedutesi, tanti professionisti della classe più giovane, rispetto a quelli storici, fossero avvocati, insegnanti o ingegneri. Ma non ci fu niente da fare: ci mettevano sempre di fronte al dato di fatto che mancavano i mezzi economici per avere una sede. Niente soldi, niente attività culturale!

Invero o nessuno voleva avere a che fare con noi giovani turchi indigeni o nessuno voleva rischiare la propria faccia in questo nostro folle, forse ingenuo nono lo so, proposito. Nello scoramento generale io rimasi tenace nel continuare a credere alla possibilità di realizzarlo in qualche modo. Non mi abbandonarono solo pochissimi amici, tra questi ricordo Pippo e il fratello Turi e Melo (chi conosce me conosce anche i loro cognomi).

Non essendoci i soldi per la sede, io pensai ad un circolo culturale senza sede, cioè volante da una struttura occasionale all’altra: che si riunisce per le sue attività di volta in volta nei locali di un ristorante o di un albergo, e li ci si poteva arrivare benissimo; con sedie, che si potevano chiedere in prestito a ore ai diversi parroci del paese; con le riunioni del consiglio direttivo da tenere in qualsiasi delle nostre case; mancava solo la sede di una minima segreteria, più che altro di corrispondenza. Spiegatane le ragioni, chiedo di ospitarla all’amico Franco Zerega, che accetta con entusiasmo. Sistemata la sede, metto bene a fuoco, a me stesso, il principio, i fini, l’attività da svolgere in detto circolo e ne preparo nome e bozza dello statuto ( copiato quasi integralmente da quello del Centro Studi). L’originalità del nuovo statuto, per quei tempi, stava nel primo articolo che pressappoco recitava: Il Ponte è un circolo culturale e politico, strettamente apartitico, che in particolare promuove l’incontro e il dialogo tra le diverse posizion politiche, basato sul rispetto umano e sui principi costituzionali.

Poi, senza alcuna svirgolatura di tema, promuovo l’iniziativa primariamente nell’ambito ristretto della mie amicizie, dove più facilmente posso trovare audience, giacché godo della loro stima, e dove si trovano espressioni di tutte le tendenze politiche. E l’operazione ha successo: ognuno singolarmente accetta di partecipare. Successivamente estendo l’invito personale ad alcuni significativi esponenti dei marxisti locali, professori Adamo e Siracusano, che accettano anche loro (inviti indiretti a Manlio Sgalambro e al professore Catanzaro – neurologo - furono rifiutati) e ai Fucini. Quest’ultimi non accettano perché il loro vescovo, mi pare mons. Bentivoglio, ha vietato loro di farlo, ritenendoli non pronti a un simile dialogo. Io, intanto, tenevo un asso segreto nella manica: l’entusiastica partecipazione del giudice Paglialunga, che aveva sostenuto già da tempo la mia iniziativa e che aveva accettato l’eventualità di doverci mettere direttamente la faccia come presidente del Ponte.

Formato così il gruppo dei costituenti ci riuniamo in casa Zerega. Appena ci guardiamo tutti in faccia scoppia un interminabile putiferio tra le parti che politicamente si riconoscono reciprocamente estremisti, in barba allo spirito costituendo, e mi accusano di avere loro strappato la partecipazione, carpendone la buona fede. Solo a tarda serata, c’è voluto un pesante intervento culturale e morale del giudice Paglialunga per tenere a freno i più riottosi e il suono della campanella di Anna Zerega, che ci avvisava dalla cucina che era giunto il momento della spaghettata della notte. A tavola si raggiunse la quiete. Così venne alla luce il Ponte, entro il quale si svilupparono diverse amicizie, guarda caso, proprio tra coloro che si stimavano opposti, e che poi prese la direzione di una luminosa cometa.

P.S.: Il rispetto umano è il valore fondamentale che consente di costruire anche sull’impossibile.


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