Loretta Mussi ex Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera di Benevento, rimossa dal suo incarico per aver destituito un primario. Era riuscita a far diventare Benevento tra le migliori strutture ospedaliere della Campania.
Donna, medico e dirigente come Loretta Mussi, se ne trovano poche in giro. Nata in Lombardia ed amante della nostra terra, può apparire una contraddizione. Ma lei è donna d’altri tempi. La passione per il proprio lavoro l’ha portata a difendere sempre i diritti di cittadinanza non sposando le logiche di "clientela" dei partiti ma adottando quel "Governo Clinico" tanto necessario alla salute dei pazienti.
Rimossa per questo dal suo incarico, dopo aver destituito un primario consumando cosi il suo più grave e fatale dei delitti "abuso dei poteri".
Esponenti dei maggiori partiti l’hanno invitata ad andarsene dalla Campania. Due processi in attivo e un terzo in arrivo per "falso ideologico".
Alcuni giorni fa mi ha inviato queste pagine, dove "testimonia" e ci racconta direttamente la sua esperienza di Direttore Generale in una delle Aziende Ospedaliere della nostra regione.
“Ho scritto, non per volontà di protagonismo ma solo come "testimone". Vorrei quasi sparire mentre racconto. Mi sono convinta solo perché può essere utile per i tanti compagni e cittadini, che ancora sperano in qualcosa di diverso.
Arrivo a Benevento il giorno 8 gennaio 2001. Essendo stata nominata nella notte del 31 dicembre 2000 i giorni precedenti sono serviti tutti per chiudere casa a Milano e trasferirmi a Napoli.
Lascio Milano e la Lombardia senza alcun rimpianto: la gestione Formigoni ha svuotato di ogni possibilità di azione utile i Servizi di Prevenzione nei quali avevo lavorato con passione per quasi 16 anni.
Ero felice di tornare al Sud, i cui problemi avevo iniziato a conoscere da quando a Roma, frequentando l’Università lavoravo con il collettivo del Manifesto di Montesacro, e poi al tempo del terremoto dell’80. Ed ero felice di poter lavorare con Bassolino: pensavo che con lui, Governatore della Regione, si sarebbe potuto dare una svolta agli annosi problemi della sanità campana. Certo mai avrei potuto immaginare come sarebbe andata a finire.
Al mio arrivo trovai un’azienda, definita DEA di 2° livello ed azienda di riferimento nazionale, ma che in realtà, nonostante le cospicue dimensioni, aveva la valenza di un ospedale sovrazonale, largamente surclassato dal più agguerrito Ospedale religioso Fatebenefratelli. Era bene evidente che gli assetti politici locali, consideravano quest’ultimo il vero ospedale, peraltro favorito da copiosi finanziamenti, mentre il Rummo, coi suoi circa 1200 dipendenti, poteva servire come bacino elettorale, come ammortizzatore sociale, come serbatoio per il pubblico impiego direttamente controllato dai partiti locali, tutto tranne che per fare buona salute.
Fedele al mandato mi attivai per garantire trasparenza e legalità all’azione amministrativa, e per dotare il Rummo di tutte quelle specialità di cui doveva disporre per poter garantire (esclusi gli interventi di altissima specialità) l’autosufficienza delle cure per gli abitanti della Provincia, ma anche per quei cittadini che pur appartenendo a province limitrofe (Avellino, parte della cintura napoletana, lo stesso Molise) per ragioni geografiche, orografiche e di collegamento sarebbero stati certamente favoriti dalla presenza di una struttura sanitaria efficiente nel capoluogo sannita.
L’offensiva dei partiti e della parte più corporativa dei sindacati, non tardò a manifestarsi: la prima rottura con la segreteria di Bassolino, a capo della quale vi era proprio un beneventano, Costantino Boffa, oggi deputato, fu sulla nomina del Direttore Sanitario che io feci autonomamente, non ero al corrente ché gli accordi prevedevano una stretta e reciproca lottizzazione nelle nomine, tra Azienda Ospedaliera, in quota DS ed ASL in quota UDEUR.
Successivamente cominciai ad avere intralci e sollecitazioni sulla nomina dei primari, sui concorsi, sul trasferimento del personale, sulle nomina dei coordinatori infermieristici, sulla stessa dislocazione degli infermieri all’interno dell’ospedale. Mano a mano che il tempo passava i rapporti tra me ed i partiti, tutti, ma in particolare quelli del centro-sinistra che ritenevano di avere un diritto sulla Azienda, ed i sindacati, credo in gran parte influenzati dai partiti di riferimento, ma anche da piccoli potentati locali, si deteriorarono tanto che furono organizzati ben due consigli comunali aperti, al Comune di Benevento, nei quali veniva messo sotto accusa il mio operato.
Per cinque anni venni sistematicamente attaccata sui giornali locali, abbandonata, quando non combattuta, da parte di quelle forze che avrebbero dovuto invece darmi una mano, e nulla mi fu perdonato. Rispetto a ciò, contò molto, credo, anche il fatto che fossi una donna e per di più quasi straniera.
Avevo ereditato un’azienda quasi in pareggio di bilancio, ma quasi nulla funzionava all’interno dell’ospedale, quando iniziai il mio mandato: il quasi pareggio era stato raggiunto infatti, grazie ad investimenti e manutenzione pressoché zero, mentre lo stesso personale era privo di fondo.
La radiologia era fatiscente e chiusa al pubblico, la medicina un cronicario, le chirurgie poco facevano, con l’eccezione della otorinolaringoiatria e della ortopedia. Pronto Soccorso, Medicina d’Urgenza e Terapia Intensiva lavoravano secondo schemi e modelli assai antiquati, la Radioterapia non effettuava prestazioni, nonostante la presenza di un acceleratore lineare, il cui funzionamento, mi fu detto, era stato boicottato fin dall’inizio. Vi era anche una camera iperbarica nuova ma non attiva. Scarsa era l’attività nell’area materno-infantile. Funzionavano invece discretamente i laboratori ed il centro trasfusionale.
Data la situazione e la scarsa domanda, al Rummo arrivavano solo i poveri e coloro che non potevano permettersi di andare altrove, gli operatori erano poco impegnati, e, non pochi, mi confessavano di vergognarsi di lavorare in un posto tanto screditato.
Al termine del mandato nel 2005, l’Azienda aveva cambiato completamente volto. Oltre all’ammodernamento della struttura e al rafforzamento delle specialità già presenti, furono attivate specialità centrali nell’emergenza e fortemente richieste come: la cardiologia interventistica e la chirurgia vascolare, la neurochirurgia con neurorianimazione e neuroradiologia, la riabilitazione con particolare attenzione ai neurolesi, la chirurgia maxillo-facciale. Fu cambiata la gestione dell’emergenza e si investì molto oltre che sulla struttura, su assunzioni e formazione del personale per Pronto Soccorso, Medicina d’urgenza e Terapia Intensiva.
Le medicine furono diversificate con l’apertura di nuove specialità come: peneumologia, reumatologia, gastoenterologia con endoscopia interventistica, oncologia. Fu realizzato un dipartimento materno-infantile con l’attivazione, accanto alle specialità di base della terapia intensiva neonatale, della neuropsichiatria infantile e della genetica. Furono completamente rinnovati e dotati delle tecnologie indispensabili buona parte dei laboratori e le radiologie.
Infine furono istituiti e strutturati quattro servizi che ritengo indispensabili per il buon funzionamento di una struttura ospedaliera ad elevata specialità: il Servizio di Prevenzione e Protezione per la tutela della salute degli operatori e per la sicurezza, il Servizio di Ingegneria Clinica, preziosissimo per la sicurezza di operatori e pazienti, per mantenere in efficienza le attrezzature elettromedicali oltre che per operare forti risparmi su acquisti e manutenzione, il Servizio Tecnico-Infermieristico che diede nuova dignità e consapevolezza ad una professione, quella di infermieri e tecnici, centrale e sempre in prima linea nella cura e assistenza dei pazienti, il Dipartimento di Qualità fondamentale per la formazione, il controllo di gestione, i processi di valutazione e per il governo clinico e del rischio che purtroppo non facemmo in tempo ad attivare.
In cinque anni, il bilancio pari a poco più di 60.000 Euro, assai striminzito per un’Azienda Ospedaliera di rilevo nazionale, fu portato a circa 97.000 Euro, con una produttività (quantità e qualità delle prestazioni) tale da coprire circa l’80% dei costi, che ritenevamo, peraltro, di poter ammortizzare in pochi anni.
Mi auguro fortemente che il nuovo Direttore Generale, riesca a resistere alla politica di tagli portata avanti dalla Regione, e a mantenere almeno il livello raggiunto, altrimenti si rischierà di retrocedere.
Le cose che riuscimmo a fare furono tantissime e ciò fu possibile per la passione che muoveva la nostra squadra, per la partecipazione convinta di tanti operatori vecchi e nuovi e di tutte le professioni, per aver messo al centro della nostra azione la salute dei cittadini che si rivolgevano alla struttura ed il bene pubblico, per aver puntato, inoltre, sempre e solo sulla professionalità.
Certo ci furono anche errori, ma ritengo minori rispetto ai risultati conseguiti, se si considera il periodo breve che ci fu concesso per operare: un periodo più lungo sarebbe stato certamente utile per operare alcuni aggiustamenti, per migliorare le condizioni dell’accoglienza, per completare le ristrutturazioni annunciate e per dare un’ulteriore svolta ad alcuni reparti.
Una delle accuse che ci sono state rivolte, è di aver realizzato una struttura eccessiva rispetto alla domanda locale, una sorta di Policlinico. In verità, non si è fatto altro che anticipare le scelte dell’attuale Piano Ospedaliero (peraltro già contenute nel precedente) che punta all’autosufficienza provinciale, riuscendo così a recuperare una buona fetta della mobilità in uscita, che, come si sa, è una delle piaghe della sanità campana. Ma forse le ragioni dello scontento erano altre: si era realizzata una struttura che era ormai in grado di competere e vincere rispetto al privato locale e non solo.
A me non si perdonò di aver voluto sottrarre la gestione dell’Azienda alle richieste e all’influenza dei partiti, e di non aver permesso, che posti ed assunzioni fossero utilizzati, come merce di scambio elettorale o per altre finalità ancora.
L’esperienza del Rummo, nonostante il boicottaggio cui fu sottoposta e la propaganda contro, resta comunque come fattivo esempio che un’altra sanità è possibile anche in Campania e nel mezzogiorno purché popolazione ed addetti sappiano sottrarsi alla sudditanza che l’attuale mediocre classe politica riesce ancora ad imporre.
Per rompere la cappa che ci sovrasta, bisognerebbe trovare il modo per far sì che le intelligenze, le professionalità e gli spiriti che al Sud ancora si trovano, nonostante tutto ed in misura anche maggiore che al Nord, facessero rete tra loro.
L’amarezza maggiore resta quella di aver avuto contro proprio coloro che avrebbero dovuto essere più sensibili alla nostra azione innovatrice: tra questi pongo soprattutto i DS."
Purtroppo molti operatori della sanità, quando cambia un direttore generale non si chiedono: "Che programmi ha il nuovo manager?" Ma semplicemente a chi appartiene?
Lei è certamente appartenuta solo ai Cittadini.