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Lorenzo Baldo, vice-direttore di “Antimafia Duemila”, al Liceo Cottini di Torino

Al di là dei singoli casi, sui quali si tornerà, qual è la valutazione generale fornita da Lorenzo Baldo?

di francoplat - mercoledì 29 marzo 2023 - 1834 letture

«Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza, la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo».

Con le parole di Pippo Fava – tratte dall’articolo “Lo spirito di un giornale” dell’11 ottobre 1981 pubblicato dal “Giornale del Sud” – il vice-direttore di “Antimafia Duemila”, Lorenzo Baldo, ha aperto il terzo incontro del corso di aggiornamento sulle mafie rivolto ai docenti del Piemonte e organizzato dal liceo artistico Renato Cottini e dalle Agende rosse. Sono passati quarant’anni da quelle parole, scritte nere su bianco, ci si avviava a una delle stagioni più cupe della storia italiana, sia sul versante politico generale sia dal punto di vista della storia mafiosa; aspetti, va detto, che non è necessario scindere, anzi che vanno letti congiuntamente. E le parole di Fava illustrano a meraviglia il senso complessivo dell’intervento di Baldo.

Leggiamole in filigrana. È il giornalismo etico il punto di raccordo delle nove storie di giornalisti uccisi dalla criminalità di stampo mafioso che ha raccontato Baldo; giornalisti coraggiosi, ispirati da curiosità e senso dell’indagine, da una potente voglia di raccontare ciò che esiste dietro le apparenze, spesso lasciati soli e osteggiati dai loro stessi colleghi, vicini o dentro ciò che non si sarebbe dovuto scoprire. Si intende, con quest’ultima asserzione, la presenza di una galassia nebulosa di interessi dietro alcune vicende di cronaca o dietro alcuni processi in atto, che presentavano magari una faccia esclusivamente mafiosa e celavano, invece, un coacervo di presenze a cui la visibilità dava fastidio: pezzi deviati dello Stato, massoneria, imprenditoria, politica collusa, Chiesa.

Al di là dei singoli casi, sui quali si tornerà, qual è la valutazione generale fornita da Lorenzo Baldo? Qual è oggi lo stato dell’arte giornalistica in rapporto all’idea espressa da Pippo Fava di un sistema di informazioni votato all’indagine della verità? Usa una classifica, il relatore, per portare i partecipanti al corso dentro la delicata situazione nostrana: l’Italia perde diciassette posizioni nella classifica mondiale sulla libertà di stampa rispetto all’anno scorso, passando dalla quarantunesima alla cinquantottesima posizione (su 180 complessive) della lista compilata da Reporter sans frontières, ossia il World Press Freedom Index. A ciò ha contribuito sicuramente un dato, le 44 intimidazioni che, nei primi tre mesi dello scorso anno, sono state rivolte ai giornalisti. Ma non è solo questione di minacce o intimidazioni o, ancora, di censure, quelle degli editori, a cui pure fa riferimento l’ospite del Cottini. Vi è un altro aspetto, intimamente connesso a una parte della stampa, una larga parte della stampa si direbbe: il fatto che alla verità strozzata dalla violenza intimidatoria si associ la verità truccata, deformata, e, ancora, la verità burocratica e priva di mordente, il “copia e incolla”, come lo definisce Baldo, ossia l’antitesi dello slancio di ricerca a cui faceva riferimento Fava. In un gioco reticolare di rimpalli, la notizia zampilla da una testata all’altra e dietro non si scorge più la mano del singolo giornalista d’indagine, ma una asettica ripetizione di concetti. Non di rado, epidermici.

Baldo parla del giornalismo libero come di un’utopia e, forse, fa riferimento alla propria stessa vocazione giornalistica, quella sorta all’indomani delle stragi del ’92 e delle stragi seguenti, quella che ha portato lui e un gruppo di giovani giornalisti ancora in erba a dar vita alla testata “Antimafia Duemila”, prima in versione cartacea e, in seguito, come periodico online. La ricerca della verità – espressione ricorrente nella tessitura concettuale di Baldo – era chiara per i fondatori di quella rivista alternativa, settoriale nella misura in cui decideva di occuparsi di mafie: individuare i mandanti esterni delle stragi del ’92 e del ’93. Non a caso, il vice-direttore della testata sopra menzionata ribadisce l’importanza di quanto emerso nel processo sulla cosiddetta “trattativa”, ossia un’interlocuzione fra Stato e mafie a cui, però, non è stata riconosciuta la categoria del reato da parte della prima componente. «Individuare i connubi tra mafie, politica, imprenditoria, Chiesa», questa era ed è la ricerca della verità per Lorenzo Baldo, Giorgio Bongiovanni – il direttore di “Antimafia Duemila” – e per i loro colleghi.

A dispetto delle amarezze che pure traspaiono dalle parole del giornalista, legate al soffocamento di un giornalismo veramente libero e indipendente, Baldo sottolinea l’importanza della propria esperienza, una «palestra di vita» definisce gli anni che lo hanno accompagnato dal Duemila a oggi, per gli incontri con straordinari testimoni della violenza mafiosa, famigliari delle vittime della mafia, che non hanno accolto passivamente le versioni ufficiali, edulcorate o artefatte circa la fine tragica dei loro cari. E, in tal senso, ha invitato i docenti presenti al corso a porre questi testimoni dinanzi ai discenti: certo, il sapere accademico è importante, asserisce Baldo, ma altra cosa è l’incontro con la passione, la forza e il coraggio di chi ha dovuto lottare per veder riconosciuta anche una parziale verità.

A questo punto, il relatore colloca le nove storie di giornalisti, che qui si elencano, perché compaiano tutti, noti e un po’ meno noti, colti ognuno con plastica intelligenza narrativa da Baldo attraverso brevi video tratti da “La storia siamo noi” o da trailers di film, come Fortapasc di Marco Risi (2009, su Giancarlo Siani), o da altri documentari, con interviste a parenti, amici, colleghi. Eccoli uno dietro l’altro, in ordine cronologico, i nove cronisti uccisi dalle consorterie mafiose e non solo: Cosimo Cristina (5.05.1960), Mauro De Mauro (16.09.1970), Giovanni Spampinato (27.10.1972), Peppino Impastato (9.05.1978), Mario Francese (26.01.1979), Pippo Fava (5.01.1984), Giancarlo Siani (23.09.1985), Mauro Rostagno (26.09.1988) e Beppe Alfano (8.01.1993). A questi vanno, poi, aggiunti altri giornalisti uccisi per il ruolo che svolgevano: Carlo Casalegno (1977), Walter Tobagi (1980) e, ancora, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994) e Italo Toni e Graziella De Paolo, scomparsi nel 1980 in Libano.

L’enumerazione può risultare arida, ma così non è stato il racconto di Lorenzo Baldo, pacato e penetrante allo stesso tempo. È stato capace di far emergere la peculiarità di ogni filone d’indagine del singolo giornalista e, al contempo, di sottolineare con chiarezza i punti di connessione e le ricorrenze di queste nove vicende umane: i depistaggi, per esempio, quelli legati alla morte lontana nel tempo di Cosimo Cristina, creatore della testata giornalistica “Prospettive siciliane” e trovato morto sui binari del treno, come Impastato, dopo la sua scomparsa a Termini Imerese. “Suicidio di mafia”, lo definisce Baldo, perché di suicidio parlarono le inchieste, senza che fosse nemmeno effettuata una perizia calligrafica sulle lettere trovategli indosso. Cristina aveva intuito le metamorfosi della mafia, quelle che portarono alla «mafia con le scarpe lucide», come la definì il giornalista Alfonso Madeo, Cosa nostra che si allontanava, almeno in parte, dalla campagna e approdava in città, veleggiando verso il “sacco di Palermo».

E di depistaggi e ritardi e misteriose scomparse di documenti si trova larga presenza in altre morti: è il caso di Mauro Rostagno, il piemontese che operava a Trapani, che aveva avvicinato fili scoperti pericolosi, come testimonia una relazione su Gladio scomparsa, insieme ad altri documenti, dopo la sua morte. Come non ricordare, poi, l’archivio di Peppino Impastato – altro “suicida” secondo le prime indagini – anch’esso scomparso: all’epoca furono indagati quattro carabinieri, tra i quali quell’Antonio Subranni coinvolto di recente nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Pochi anni fa, il giudice per le indagini preliminari di Palermo, Walter Turturici, ha archiviato l’inchiesta sul generale dei carabinieri, parlando di «un contesto di gravi omissioni ed evidenti anomalie investigative». Non è da meno la vicenda di Beppe Alfano, ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto, cuore pulsante di intrecci torbidi come appare dalla ricca messe di documenti forniti dal sito ufficiale delle Agende rosse (19luglio1992). Alfano stava indagando sul traffico di armi e uranio e aveva registrato la presenza della massoneria nelle vicende locali; pure in questo caso, da casa Alfano, dopo la sua uccisione, scomparvero appunti, documenti e altro materiale prezioso mai restituito alla famiglia.

Baldo racconta, tra un video e l’altro, tira le fila di un discorso che, pur nelle sue inevitabili frammentazioni, intende mantenere unitario; e la cucitura di raccordo riesce. Perché le vite di questi giornalisti sfioriscono alla luce delle loro rigorose indagini, della loro persistente voglia di capire. E se il già citato Pippo Fava aveva puntato il dito contro i “cavalieri dell’Apocalisse”, gli imprenditori catanesi collusi con la mafia locale, il giovane Giancarlo Siani si era mosso con eguale determinazione – da precario per cinque anni, sino a poco prima della sua scomparsa – per individuare i nessi tra camorra e politica locale, indagando, in particolare, sugli appalti per la ricostruzione post-terremoto del 1980. Giovanni Spampinato ebbe invece l’ardire di occuparsi, tra le fine degli anni Sessanta e il 1972, della “provincia babba” di Ragusa, di cui era corrispondete per “L’Ora” palermitana: nella sua ricerca trovò connessioni tra la mafia locali e i gruppi neofascisti, tra trafficanti di armi e trafficanti di reperti archeologici. Almeno sino ai primi anni Duemila, la sua morte fu ascritta a un delitto comune, derubricata, per certi aspetti, dal novero degli omicidi di chi dietro le “province babbe” vedeva altro, ben altro; ad esempio, ed è il caso di Spampinato, l’esistenza di Gladio.

La narrazione porta a valle le vicende di altri due giornalisti, gli ultimi, Mauro De Mauro e Mario Francese. Uno, il primo, scomparso e mai più ritrovato. Una sentenza della Corte di Cassazione del 2015 – quarantacinque anni dopo il suo rapimento – ha individuato in un particolare filone d’inchiesta le ragioni della sua fine: De Mauro stava lavorando alla sceneggiatura, per conto del regista Francesco Rosi, sugli ultimi giorni della vita di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni morto nell’ottobre del ’62 precipitando con un velivolo. Morte misteriosa quella di Mattei, scomparsa infinita quella di De Mauro. Qualche anno dopo, toccò a Mario Francese, reo, agli occhi dei poteri forti e occulti, dei poteri mafiosi e non, di aver indagato sulla nuova mafia, sull’ascesa dei Corleonesi – intervistò la moglie di Riina – sulla destinazione dei fondi per il terremoto del Belice, sugli appalti dietro la costruzione della diga Garcia, dietro le cui imprese si collocava la figura del capo dei capi, ‘u curtu. Vicenda, quella di Francese, che Baldo sente vicina perché il figlio del giornalista, Giuseppe, ha collaborato con “Antimafia Duemila” e si è tragicamente tolto la vita, nel 2002, dopo la condanna di Leoluca Bagarella e di altri boss per la morte del padre.

Vittima indiretta della mafia, Giuseppe Francese. E si torna così alle parole iniziali di Pippo Fava. Si muore di mafia quando la verità si oscura, quando chi dovrebbe illuminarla, per mestiere, la copre, la nasconde. Lorenzo Baldo continua la lettura pubblica del pezzo giornalistico di Fava: «se un giornale non è capace di questo – di raccontare la verità – si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali. Ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace – per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!».

L’ospite del Cottini non nasconde l’amarezza per una lotta condotta con pochi compagni, in un clima asservito alle narrazioni facili e opportunistiche, alle narrazioni artefatte e lontane da qualsiasi forma di ricerca costante e coraggiosa e onesta della verità. Non a caso, allarga il quadro e dal racconto burocratico delle vicende mafiose passa a sottolineare l’ottundimento informativo legato alla guerra in Ucraina e ad altri fondamentali fenomeni del nostro tempo. Fra gli altri, il caso Julian Assange, il giornalista che gli Usa reclamano per punirlo del reato di diffusione di notizie a loro sgradite; monito non da poco per i giornalisti di tutto il mondo. Fenomeni e orientamenti planetari che ci vogliono passivi: è questo il monito finale di Lorenzo Baldo: destate dal torpore i vostri giovani studenti, date loro in mano una conoscenza croccante e non premasticata, scioglieteli da una certa oscurità di pensiero, dall’idea che non esista un’alternativa, che non esista la possibilità di cambiare lo stato delle cose. Baldo evoca, pur senza citarla esplicitamente, l’aberrante profezia di donna Margaret Thatcher, secondo la quale la società non esiste e non c’è alternativa. Ecco, cercare un’alternativa, poter pensare a un futuro meno liberticida e ingiusto è la conclusione di Lorenzo Baldo, relatore che ha costruito con grande sagacia narrativa una vicenda tragica del nostro Paese, anestetizzandone gli aspetti truculenti senza far loro perdere il senso tragico, non solo individuale, di quelle vite infrante in nome di una società che si voleva esistesse come collettività democratica e libera.


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