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Lo scandalo dei precari in Sicilia


Lula ha creato ben 12 milioni di nuovi posti di lavoro in Brasile! La Sicilia solo una pletora di precari al di fuori di ogni logica funzionale ed economica.
martedì 18 gennaio 2011, di Emanuele G. - 723 letture

Ma come faccio a gridare allo scandalo se quasi tutto in Sicilia è uno scandalo? Si vede che sono un tipo poco aduso al secolare rito del voltarsi dall’altro lato. Pratica molto ricorrente nell’isola posta al centro del Mar Mediterraneo.

Eppure – permettetemi – di non passare sotto silenzio uno scandalo di tali proporzioni. Inizio il mio articolo con una constatazione, in apparenza, fin troppo riduttiva:

In Brasile Lula ha creato ben 12 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre in Sicilia siamo riusciti a ingigantire, oltre ogni lecito, una pletora di precari.

Dove sta la differenza? In Brasile, la politica si occupa realmente di assicurare quanto più benessere ai propri concittadini. Non per nulla il paese sudamericano è una delle potenze emergenti a livello mondiale. Al contrario, qui da noi si occupa (la politica) solo di costruire un ben oliato meccanismo clientelare. Facendo relegare la Sicilia all’estrema periferia di tutto.

Il fenomeno del precariato in Sicilia è di lungo corso. Tutto inizia con l’art. 13 della finanziaria del 1990 che dava la possibilità agli enti locali del Sud Italia di avvalersi di personale assunto per un anno per dare respiro alla cronica disoccupazione che attanaglia il Sud. Nel 1991 tutte le regioni del Meridione hanno mandato a casa quel personale avventizio. Ad eccezione della Sicilia. Da quel momento in poi un fenomeno destinato a durare appena un anno si è trasformato in un incubo per la nostra isola. Un mostro che ha di fatto bloccato qualsiasi ipotesi di riforma e possibilità di assicurare a tutti noi un reale sviluppo. In vent’anni si è parlato solo di precariato. Gli scottanti problemi che assillano la nostra terra non sono stati mai minimamente affrontati e portati a giusta soluzione.

Dare numeri certi sul precariato in Sicilia è impresa al dir poco improba. Oscar Giannino, nel corso del programma Omnibus del 9 gennaio scorso, indicava in 145.000 il numero complessivo dei precari “attivi” in Sicilia. Una decina di anni fa un’inchiesta di Panorama si fermava a 120.000! Reputo tali cifre assolutamente imprecise. Come considerare, per dunque, i 77.000 avventizi destinati ai cantieri lavoro? Oppure i 50.000 e passa di stagionali della Forestale? C’è da considerare, inoltre, un dato assolutamente dirompente: i precari siciliani della scuola, personale docente e personale Ata, sarebbero addirittura 150.000! Ma ci rendiamo conto del disastro che abbiamo combinato? Si è creato un esercito di gente scarsamente motivata e professionalizzata che nel corso degli anni ha drenato impressionanti risorse pubbliche. Apportando, fra l’altro, benefici nulli al sistema complessivo Sicilia. Pensate che i precari storici, regionali ed enti locali, si portano a casa un montepremi salari di 250/3000 mln l’anno…

Appunto, esistono tante di quelle specie e sottospecie di precari che neanche Linneo riuscirebbe a mettere ordine in cotanto caos normativo e organizzativo. Ci sono, lo ricordavo sopra, i precari storici. Un 25.000/26.000 persone. Pensate che il Comune di Palermo ha ben 3.200 precari! Ho accennato sopra ai precari dei cantieri lavoro, della Forestale e della scuola. Ma ci sono altre categorie di precari. Ad esempio, quelli delle partecipate e/o aziende speciali della Regione Siciliana. Oppure i catalogatori dei beni artistici, monumentali e quant’altro. Ci sono, poi, gli ex-detenuti destinati a lavori socialmente utili. Come non dimenticare il personale di imprese in crisi transitato nel corso degli anni nella pubblica amministrazione? O il personale non strutturato della Protezione Civile, della sanità pubblica e della formazione? In breve, nessun settore è stato lasciato privo del prezioso apporto professionale dei precari. Utilizzati a guisa di tappabuchi piuttosto che all’interno di una programmata organizzazione di lavoro. Creando una devastante alterazione delle dinamiche e dei principi giuridici che sovrintendo al mondo del lavoro. Precari – è bene ricordarlo – quasi tutti stabilizzati grazie al munifico Governatore Lombardo.

Ci era stato detto che grazie al loro apporto gli uffici pubblici in Sicilia avrebbero finalmente erogato servizi degni di questo nome. Che incredibile menzogna! Vorrei fornirvi al riguardo alcuni punti di riflessione.

* Lavorare come precario non assicura certamente un buon livello di qualità professionale al lavoro svolto. Tutt’altro… Crea una profonda situazione di disagio e alla fin fine non ci si assume nessuna responsabilità in riferimento alle mansioni che si dovrebbero svolgere.

* Come la mettiamo con il decreto Brunetta che indica esplicitamente che le assunzioni debbano avvenire solo per pubblico concorso? E con una divisione al 50 % dei posti messi in concorso fra interni ed esterni?

* Come mai gli uffici pubblici della nostra isola (Regione, enti locali e altro ancora) risiedono in pianta stabile agli ultimi posti per efficienza allorquando vengono pubblicati sondaggi e ricerche?

* La loro scarsissima efficienza organizzativa e tecnica si riflette sul livello complessivo della qualità della vita. Che da noi ci vede svettare – in modo constante – dal novantesimo posto in giù!

* Vorrei proprio sapere come la Regione potrà pagare questo esercito di precari. Lo Stato ha tagliato di almeno 170 mln i trasferimenti ordinari alla Sicilia. La Regione ha, a sua volta, operato una decurtazioni di quasi 500 mln a quelli destinati agli enti locali. Lo sapete che secondo il report annuale della Corte di Conti – Sezione Sicilia la Regione incassa solo 12 mln di tasse invece del miliardo previsto dalla normativa vigente?

* Ricordo che secondo la direttiva Ciampi almeno il 40 per cento del bilancio comunale deve essere in conto capitale. Ossia destinato a investimenti produttivi. Qui in Sicilia è un’utopia visto che i bilanci sono prigionieri delle spese correnti. Degli stipendi, in soldoni.

* L’articolato della manovra correttiva di fine anno della Regione bloccava il turn over negli enti locali consentendo la sostituzione di un solo dipendente per ogni 5 che andavano in pensione. Questo negli enti locali la cui spesa per il personale oltrepassava il 40 % in riferimento al bilancio complessivo dell’ente di riferimento. La Regione – notate – emana disposizioni al dir poco schizofreniche. Da un lato, tende a comprimere la spesa corrente. Dall’altro, da inizio a un flusso sproporzionato di assunzioni più o meno stabili.

* Hanno assunto migliaia di precari e poi incaricano società esterne per affidare servizi. Questo è un autentico controsenso. Caso lampante è quello della Serit. Gli accertamenti inerenti alla fiscalità locale dovrebbero farli gli uffici comunali preposti. In realtà li fanno queste società esterne. In breve, si paga due volte un servizio. E bisogna dire che questi affidamenti esterni causano volentieri un caos indicibile ed un’emorragia di soldi pubblici.

* Secondo una ricerca del sindacato degli enti locali della Cisl Sicilia pubblicata anni orsono almeno l’80% dei dipendenti degli enti locali non ha alcuna titolarità per ricoprire la funzione assegnata. Nel contempo la Sicilia registra un 35% di surplus di dipendenti sia alla Regione che negli enti locali. Fatevi un giro degli uffici e vi accorgerete di quanto siano affollati. Parimenti, fate il confronto fra la dotazione di personale per popolazione omogenea fra i comuni del Nord e quelli del Sud…

* Siamo sicuri che la Regione con le sue diramazioni e gli enti locali abbiano predisposto la nuova pianta organica per sbloccare le assunzioni dei precari? L’adempimento riguardante questo delicato atto amministrativo mica si può esitare in una notte. E’ chiaro, infine, che la situazione cambia se il personale è da considerarsi a tempo determinato o indeterminato. Su questa delicatissima situazione è intervenuta la magistratura per capire meglio la posizione di ben 1.800 precari stabilizzati dal Comune di Catania.

* In ogni buon corso di economia aziendale e gestione del personale si insegna che le spese per quest’ultimo non devono eccedere il 40 % del budget. Qui siamo al quasi 100 %. Dove si trovano – quindi – le risorse per assicurare servizi e fornire strumenti atti allo sviluppo del territorio?

Il fenomeno del precariato in Sicilia rappresenta, a mio avviso, un’immagine più che eloquente di cosa è stata la nostra terra negli ultimi sessant’anni. Un tirare a campare senza una seria programmazione nel tempo avente lo scopo di assicurare un progresso diffuso e uno sviluppo economico stabile. Se rileggiamo la storia economica siciliana a partire dalla fine della seconda guerra mondiale ci accorgiamo di alcune costanti.

Sottomissione di qualsiasi iniziativa in campo economico alla politica. Cioè, quando si è intervenuti nel campo economico lo si è fatto privilegiando i meri interessi immediati della politica. Da qui la creazione di un comparto economico regionale contraddistinto da una vocazione a fungere da ammortizzatore sociale. Si è operato su due versanti. Il primo, mediante assunzioni espletate senza tenere minimamente conto delle reali necessità operative degli uffici. Assunzioni effettuate solo per soddisfare le necessità elettorali del ceto politico siciliano. L’altro, la costituzione di una miriade di enti e sotto-enti che non si muovevano secondo logiche derivanti dalla politica economica. Questi enti dovevano diventare zone di parcheggio di pacchetti voti da indirizzare in occasione delle tornate elettorali. La storia è stata in tale occasione galantuomo e tutti noi sappiamo i guasti devastanti originati da tali carrozzoni.

In tale ottica il personale assunto non agisce per perseguire i principi della buona amministrazione. Esso diventa prigioniero di quanti hanno creato tale disastro. Mi riferisco ai partiti politici, alle associazioni di categoria, agli ordini professionali e ai sindacati. Tutti uniti da un patto di ferro che vedeva il personale assunto terreno di costante scambio di favore al fine di approfittare delle ingenti somme messe a disposizione dalla Stato. Non importava – in nessun modo – la preparazione professionale. Importava che le persone assunte fossero strumentali alle logiche clientelari che hanno sovrinteso le procedure di assunzioni. Procedure, più di una volta, rispettate dal punto di vista formale. Mentre dal punto di vista sostanziale bellamente alterate. Il risultato è aver creato una cultura del posto pubblico intesa come “passacarte” o parassita. Tutti questi assunti non sono affatto espressione di una cultura dello sviluppo. Anzi lo deprimono in quanto non producono un bel nulla. E distraggono ingenti risorse pubbliche che potrebbero essere indirizzate sulle cause di fondo dell’abissale ritardo della Sicilia nei confronti del sistema mondo.

Hanno ragione quanti in questi giorni denunciano proprio il fatto che la scelta di stabilizzare i precari sia una scelta sinonimo di profonda alterazione del senso della giustizia sociale. Di fatto i precari si pongono in una situazione di privilegio che non ha alcun motivo di essere. Sin dalle ridicole modalità con cui si è svolto “il concorso di stabilizzazione” dove è manifesto che alla Regione e agli enti locali non importa un fico secco di reclutare personale davvero preparato. Il personale precario assunto è una pura simulazione. Non devono lavorare. Infatti, la Regione e gli enti locali hanno predisposto definiti carichi di lavoro per loro? Che tipo di responsabilità assumono? Come sono organizzati? In quale “mission” operativa sono inseriti? Non mi pare che ci siano risposte in tal senso. Essi sono, pertanto, il risultato di una tragica modificazione delle più elementari norme etiche e giuridiche di avviamento al lavoro. Orbene, visto che fra regione ed enti locali sono stati stabilizzati più di 26.000 persone questo significa che i siciliani hanno perso almeno 13.000 possibilità di trovare lavoro. Si…perché il decreto Brunetta recita espressamente che si accede a un pubblico impiego per pubblico concorso e con una ripartizione del 50 % fra interni ed esterni.

Altre constanti che ricorderò brevemente.

* L’emigrazione è stata utilizzata in Sicilia per evitare disordini. Si è preferito privarsi dell’apporto di persone competenti nella manualità (anni cinquanta) e nell’ingegno (oggi) piuttosto di creare reali occasioni di lavoro in seno alla nostra regione. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti noi. La mancanza di braccia esperte e di menti capaci ha impoverito oltre ogni lecita misura la Sicilia. Vi immaginate quali effetti favorevoli avrebbe potuto originarsi da un’alleanza fra un operaio specializzato e un laureato professionalizzato? La Sicilia avrebbe potuto regalare al mondo un modello unico di sviluppo. Invece, si è optato di creare il sistema del “posto pubblico” che sta facendo precipitare la Sicilia alle soglie della povertà.

* Si è creduto che inducendo lo sviluppo si potesse mettere in moto un “ciclo virtuoso” capace di creare crescita, occupazione e sviluppo. Così non è stato. Mi riferisco ai poli industriali di Siracusa, Milazzo, Termini Imerese e Gela. Come si fa a inserire in territori dove non c’è una cultura industriale delle unità produttive che necessitano di un background particolare? Così stiamo ereditando dal passato tante belle cattedrali nel deserto in procinto di chiudere una buona volta per tutte. Con l’aggravante di un’inesorabile distruzione dell’ambiente e una diffusione quasi endemica di gravissime patologia oncologiche. Si sarebbe potuto indurre lo sviluppo. Ogni occasione per crearlo è sempre ben accetta. A patto, tuttavia, di preparare il terreno, strutturare i territori alla loro accoglienza e collegarli al resto del mondo.

La fine di questa poco edificante storia è che la Sicilia ora è pervasa da un marea di precari. Il che rende la nostra isola non appetibile agli interessi di investitori esteri. Che vengono ad investire qui visto che c’è un mondo del lavoro dove si assume basandosi su logiche clientelari e si espelle, dall’altro versante, personale altamente professionalizzato? Il mondo del lavoro moderno e globalizzato richiede un alto livello di preparazione e professionalizzazione che i precari con tutta la buona volontà non possederanno mai in quanto frutto di logiche distorte.

La Sicilia è al mondo – ammettiamolo – l’unico lembo di terra dove il socialismo reale continua imperterrito a governare. Persino a Cuba stanno licenziando 500.000 dipendenti pubblici perché lì si sono accorti che una delle ragioni del sottosviluppo risiede nel tenersi un apparato pubblico pletorico e dedito alla corruzione sistematica. Sintetica parentesi conclusiva. Non ho volutamente parlato della Mafia poiché reputo che ad essa non si possa intestare tutto quello che non va in Sicilia. La Mafia è utilizzata dalla mala politica per costruirsi un comodo alibi e non assumersi precise responsabilità etiche e storiche.

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