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Lo scaffale degli ultimi respiri

Lo scaffale degli ultimi respiri / Aglaja Veteranyi ; traduzione di Angela Lorenzini. - Rovereto : Keller editori, 2011. - 129 p., [III], br. ; 18 cm. - (Vie ; 12). - Tit.orig.: Das regal der letzen atemzüge. - ISBN 978-88-89767-19-1.
di Sergej - venerdì 21 settembre 2018 - 956 letture

"Concepita ero stata concepita a Cracovia, dice mia madre.

Concepita a Cracovia e partorita a Bucarest. Sono una valacca. Cos’è una valacca?

Le mani della mia levatrice venivano dalla Germania.

La mia appendice rimase in Cecoslovacchia, in un ospedale militare. Si dovette tirare il freno d’emergenza del treno.

All’epoca c’erano ancora mio padre e mia sorella.

Mia sorella si teneva aggrappata al lettino a rotelle e si chinava sul mio viso.

Ti taglieranno con un coletello graaande così!

Un coltello graaande così!

Quando mi svegliai, vidi per prima mia sorella.

Con un coltello graaande così ti hanno tagliato! Con un coltello graaande così!

Le mie adenoidi rimasero a Madrid"

(Lo scaffale degli ultimi respiri / Aglaja Veteranyi, p. 69)

Vi è una linea dominante, nella produzione letteraria europea, che riguarda la produzione accettata come canone - fatta di seri intellettuali del passato, adeguatamente pontificati, propagandati dalle scuole, e socialmente accettati a furia di tagli oculati, letture furbe e magnificazioni di schieramento. Sono i "classici", quelli che fanno il "canone" della cultura occidentale. E poi ci sono gli out-sider che rimangono tali, inassimilabili alla lingua dell’industria e della scolastica. Sono i monellacci, gli scrittoi eccentrici e smodati. Non necessariamente gli "eversivi", perché poi quasi sempre, a essere tramandati sono sempre fascisti e leccaculo del potere.

E così, per noi, rimane in controluce da leggere "l’altra" letteratura: quella di Lazarillo de Tormes, di Grimmelshausen, di Sterne (Viaggio sentimentale) ecc_. E oggi, quel che si produce dalle aree periferiche della Fortezza Europa, quelle più povere e abbandonate. E’ l’altra Europa, quella che per qualche decennio ci siamo ostinatamente costretti a non guardare e a non considerare. Ed è grazie alla piccola editoria che a volte è possibile leggere i tesori di questi mondi altri. Testi che ci fanno leggere, di ciò che noi siamo e di qual è la nostra vera realtà, molto più dei testi canonici e socialmente accettati.

Aglaja Veteranyi è stata una grande autrice, con la sua scrittura poetica che rompe il discorso lineare, a favore della mimesi onomatopeica, icastica, la rottura del linguaggio, l’uso della metafora. Abbiamo imparato ad amare Veteranyi e con piacere letto questo "Lo scaffale degli ultimi respiri" (titolo bellissimo!) tutto incentrato sul tema della morte - in questo caso della zia -. Una lingua vivissima, che accende l’immaginazione e illumina i significati moltiplicando il senso.

Una scrittura che è movimento. Come del resto tutta movimento - contro la sedentarietà delle nostre popolazioni cittadine - è stata la vita di Aglaja Veteranyi.

"La sedentarietà faceva alla mamma e al suo uomo, uno che aveva trovato per strada, l’effetto di una malattia nervosa. A me, invece, mi rendeva silenziosa. Parlavo piano, camminavo piano, pensavo piano. I miei pensieri erano impacchettati nel tacere" (p. 77).

Una vita picaresca. Con sullo sfondo i drammi politici della nostra sfatta Europa: così, dietro allo zio Petru - di cui si dice del problema dei denti: "Contro i miei denti come le lune, scriveva. Quanti devono caderne ancora, prima di poterci vedere?" (p. 96) - il dramma della Romania con la finta democraticizzazione.

"Io non ho tenuto la bocca chiusa, tutti i denti mi hanno fatto sputare. Quando il porco era ancora vivo, ci hanno picchiati per strada e poi ci hanno ficcati in galera. I feriti gravi li fucilavano subito. A me hanno legato mani e piedi insieme col fil di ferro e mi hanno sbattuto fuori la libertà dai polmoni con un sacco di sabbia. Erano gli stessi che poi hanno fucilato il calzolaio. Gli stessi di oggi. Gli stessi, ti rendi conto!" (p. 100).

Un insieme indimenticabile di personaggi / persone vive nelle pagine di Aglaja Veteranyi, che attraversano la morte per arrivare fino a noi e alle orecchie di dio. Perché occorre che:

"Raccontiamo una storia al buon Dio, perché sia di buon umore quando arrivo [...]. Dio ha un cuore pieno di morti" (p. 112).

"Ogni morto porta a Dio il suo ultimo respiro, secondo Costel. Un respiro in cui Dio può leggere la vita di quell’uomo come in un libro. La biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri" (p. 124).

Buona lettura.


Sinossi editoriale

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Lo scaffale degli ultimi respiri, di Aglaja Veteranyi - Copertina del libro

La giovane protagonista di questo intenso romanzo non è una donna qualunque, lo si capisce subito. La sua casa è popolata da lingue e profumi di tutto il mondo e da riti antichi come quello del lavare il grano nove volte prima di cucinarlo per fare il dolce dei morti.

Con la madre, il fratello e la zia vivono in Svizzera ma il piccolo stato europeo è solo il punto di arrivo di una vita da girovaghi e circensi.

Proprio la perdita dell’amata zia diventa occasione per ripercorrere alcuni momenti della loro vita insieme. Alla sofferta e dura verità della morte ben presto si sostituisce un delicato gioco di illuminazioni poetiche che ci conduce in tutto il mondo, lungo una vita da circensi ed emigranti.

La giovane protagonista è nata a Bucarest, battezzata a Cracovia, operata d’appendicite in Cecoslovacchia e di tonsille a Madrid. Un caleidoscopio di situazioni e colori che però non riescono ad attenuare il dolore di non sentirsi mai a casa e di non avere una "lingua madre". La Veteranyi scrive infatti in tedesco, lingua che impara in Svizzera quando vi giunge con la famiglia a quindici anni, ancora analfabeta.

Scrittrice di culto nei paesi di lingua tedesca e in Francia, Aglaja Veteranyi è figlia di circensi fuggiti dalla Romania e approdati in Svizzera dopo una vita di spettacoli in vari continenti. Pochi giorni prima dell’uscita de "Lo scaffale degli ultimi respiri" si toglie la vita in riva al Lago di Zurigo a soli quarant’anni. È il 3 febbraio 2002.

Tradotta in numerose lingue, ha ottenuto importanti riconoscimenti letterari come l’Adalbert von Chamisso Förderpreis e il Kunstpreis Berlin.


Una lettura / di Stefano Moretti

da: L’indice dei libri del mese

Durante la sua vita, Aglaja Veteranyi è stata molte cose: attrice girovaga, acrobata, scrittrice di successo, donna dalla scura e delicata sensibilità. Nata in Romania nel 1962 da una coppia di circensi, Aglaja visse i suoi primi quindici anni seguendo i genitori in giro per il mondo. Quando nel 1977 la madre acrobata decise di fissar le tende a Zurigo, Aglaja parlava perfettamente il rumeno e lo spagnolo d’Argentina, ma non sapeva né leggere né scrivere. In pochi anni, dopo aver studiato recitazione a Zurigo, iniziò a scrivere testi teatrali e romanzi che ottennero presto importanti riconoscimenti di critica e di pubblico. Il suo primo libro, tradotto in italiano con il titolo Perché il bambino cuoce nella polenta (Tufani, 2005), vinse l’Adalbert von Chamisso Förderpreis e il Kunstpreis Berlin.

Nel 2002, poco prima che uscisse il suo secondo romanzo, che ora leggiamo grazie alla bella traduzione di Angela Lorenzini, Veteranyi decise di togliersi la vita abbandonandosi alle acque del lago di Zurigo. Secondo un personaggio del libro, i morti portano a Dio i loro ultimi respiri, nei quali egli legge tutta la loro vita. Per questo, la biblioteca di Dio è uno scaffale pieno di ultimi respiri.

E a pensarci bene, anche il piccolo libro che l’editore Keller ha portato sugli scaffali delle nostre librerie custodisce i frammenti dell’esistenza sradicata e girovaga di Aglaja, segnata dall’amore per il teatro, dalla ferita dello spaesamento sofferto dalla propria famiglia e soprattutto dalla presenza costante della morte, vissuta come rito collettivo prima ancora che come questione individuale. L’intero racconto, che ha forti tinte autobiografiche, è racchiuso infatti dalla frase che riecheggia nell’incipit: "Passiamo più tempo da morti che da vivi, per questo da morti ci serve molta più fortuna". Nel breve romanzo, la giovane protagonista racconta la morte dell’amata zia, accudita dalla sorella, che la narratrice vede come una madre stupida e ingombrante, dal compagno dello zio Petru, pittore omosessuale morto dopo vent’anni passati nelle galere di Ceausescu, e da una miriade di parenti che vanno e vengono dalla Romania. Scandito in tre tempi, dall’agonia in ospedale al dolce dei morti preparato per il funerale, il romanzo raccoglie brevi episodi del passato e del presente, brani di colloqui, soffermandosi su elementi spuri come le scritte che si leggono sui muri delle corsie o sui formulari da compilare all’anagrafe, che si tingono così di una surreale e straniante comicità.

Il rapporto di Veteranyi con la morte è infatti prima di tutto una questione di linguaggio, un tentativo di trovare una resa verbale al suo impossibile apprendistato: prepararsi all’assurdo mestiere di vivere con la morte è per lei – e forse non solo per lei – imparare per l’ennesima volta una lingua estranea. "Mi crescono addosso lingue straniere" dice la protagonista dello Scaffale. Forse l’aspra e incomprensibile lingua della morte non è solo cresciuta addosso a Veteranyi, ma le si è insinuata sottopelle, sin troppo a fondo.

Stefano Moretti


Una lettura / di Cristiana Saporito

Lei non ha nome. Perché forse non saprebbe pronunciarlo. Perché è la terra a chiamarla ogni giorno, a chiederle i piedi, a trattenere in ostaggio porzioni di sé, per non lasciarla mai intera.

Concepita a Cracovia, scivolata dal ventre tra le braccia di Bucarest, grazie a mani tedesche che la sentirono piangere. La sua appendice è in Cecoslovacchia e le adenoidi hanno scelto Madrid dopo due operazioni chirurgiche.

Quel che resta abita in Svizzera, dov’è approdata dopo un valzer di viaggi e di odori diversi. Dove «si paga anche per sbattere le ciglia» e dove anche respirare deve essere bello per forza. Perché se qualcuno domanda: “Ti piace star qui?” non è previsto dire di no.

La sua è gente da circo. È vita da circo.

Ha una famiglia mozzata. Un padre fuggito, una madre stupenda, che può solo guardare perché non sa amarla. E una zia che riempie il suo cuore, finché non si allontana. E poi inizia a morire.

È lei, più nipote che figlia, la protagonista del libro Lo scaffale degli ultimi respiri di Aglaja Veteranyi, ispirato al percorso della stessa autrice, nata in Romania e sbarcata in “Elvezia” con la sua carovana di artisti di strada. Di memorie sbilenche e riti ancestrali.

Un romanzo tagliente e invasivo. Per cui non si origlia dietro la porta, non è possibile rimanere al di qua. Si entra dentro i sapori di quelle lenzuola, nella pentola che riflette le stelle, nel grano lavato ben nove volte prima di essere degno di un dolce.

Una poesia dolorante e magnifica che permea ogni spazio: quello del corpo che si decompone, degli occhi marciti dietro un saluto, dell’inverno scaduto dentro una stanza. Lo stile sposato dalla scrittrice è accecante e straordinario. Breve, quasi sincopato. Una sintassi essenziale, asciutta ma sempre efficace. Abitata di suggestioni e silenzi fortissimi.

Una storia composta «dall’alto della fune», come la avverte Peter Bichsel, per cui si scruta dal basso col fiato bloccato. Una vita senza patria che cerca i suoni per descriversi, i profumi per scaldarsi, che attraversa passioni tradite, rapporti mancati, il senso amaro alla bocca di un destino un po’ zoppo in cui «si passa molto più tempo da morti che da vivi» e allora si versa vino sulle tombe, si ubriacano i defunti, si cambia confine sperando di tornare. Una girandola di umori e paesi infilati in valigia senza attenzione, una roulotte di parole che non trovano casa, che non vivono dentro una lingua, ma ci scorrono e basta.

Perché forse non esiste una vera lingua madre. Perché nel caso dell’autrice la lingua è più zia che madre, più una creatura che non l’ha generata, ma che affonda comunque nella sua carne. Mescolandosi con le altre voci. Pochi giorni prima della sua pubblicazione, il 3 febbraio del 2002, la Veteranyi si suicida in riva al Lago di Zurigo. Lasciando il suo talento galleggiare sull’acqua. E la sua intensità su queste pagine.

Fonte: Flaneri.


I libri di questa scrittrice ci sono stati segnalati da Angela Bonanno, che ringraziamo. La copia che qui viene recensita è stata acquistata su Amazon.



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