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Libertà e ascolto: una intervista a Janete El Haouli

"Acquisire una coscienza del silenzio, quale dimensione di apertura (anziché limitazione) è un passaggio fondamentale per arrivare a uno stato di “democrazia sonora” in cui ognuno possa scegliere se e cosa ascoltare".

di Silvia Zambrini - mercoledì 9 novembre 2022 - 1329 letture

Democrazia non è solo una forma di governo. Esistono più espressioni di libertà come quella di poter scegliere se e cosa ascoltare, ovvero “democrazia sonora”. Da incontro con Janete El Haouli, docente universitaria esperta in progettazione acustica, regia radiofonica, tra i primi a trattare il paesaggio sonoro in Brasile.

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Janete El Haouli

Janete, la tua ricerca è iniziata in Brasile (tuo paese di nascita) come musicista interessata alla musica contemporanea (in particolare la sperimentazione della voce) ed extraeuropea (forte anche delle tue origini libanesi). Come ti sei avvicinata al paesaggio sonoro?

A fine anni ’70 mi sono laureata come pianista interprete di repertori classici dal barocco al primo Novecento. Subito dopo sono andata a studiare a San Paolo analisi ed estetica musicale, composizione e improvvisazione sotto la guida di Hans Joachim Koellreutter didatta tedesco arrivato in Brasile negli anni ’30. È stato per me un cambiamento radicale a livello di pensiero e di pratica musicale. In quegli stessi anni ho conosciuto il lavoro del compositore canadese R. Murray Schafer grazie alla traduzione in spagnolo di 5 suoi piccoli libri da parte della musicista argentina Violeta Gainza.

​Leggendo e mettendo in pratica le proposte di Schafer, in particolare il concetto di paesaggio sonoro creato da lui a fine anni ’60, mi sono resa conto di quanto l’attenzione rivolta ai suoni dell’ambiente possa ampliare il nostro modo di percepire il mondo: in ogni società, in ogni cultura suono e ascolto si relazionano l’uno l’altro. Questi testi sono stati fondamentali per avviare un percorso educativo con bambini, adolescenti e adulti quando nel 1984, con alcuni colleghi a Londrina/Paraná, abbiamo creato l’ “Oficina de Musica”: una scuola laboratorio in cui si svolgevano esercizi di creazione sonora, anticipatrice di una pedagogia sperimentale importante.

Conducevamo i bambini lungo le vie di Londrina per una passeggiata senza parlare, durante la quale si doveva immaginare di avere una lente di ingrandimento applicata all’orecchio per ampliare l’idea di ascolto. Tornando all’officina riascoltavamo l’intera registrazione. I bambini rimanevano impressionati perché non immaginavano che così tanti suoni venissero captati dai microfoni. Poi, attraverso un montaggio, creavamo e pubblicavamo piccoli brani incentrati sull’ascolto dell’ambiente.

Facevamo una serie di altri esercizi ad esempio passando la carta di mano in mano, utilizzando tra le altre quella di alluminio (che produce un suono particolare) o spostando delle sedie senza produrre alcun impatto uditivo. È proprio attraverso questo suo “ampliamento” che l’ascolto diventa sensibile e di conseguenza si fa più attenzione agli effetti che produce il suono. In sintesi vorrei dire che sono stata segnata da tre grandi pensieri: quello di Hans Joachim Koellreutter, di R. Murray Schafer e di Conrado Silva compositore uruguaiano che negli anni ’80 ha introdotto il termine di officina della musica in Brasile.

Come ha inciso il Covid sul paesaggio sonoro in Brasile?

Durante la pandemia in Brasile (come probabilmente in tutto il mondo) abbiamo potuto ascoltare il silenzio con nessun in strada, le automobili ferme nei garage, bar e negozi chiusi. É stato impressionante percepire questa differenza di ambiente durante tutti i giorni della settimana e al tempo stesso un’occasione di grande riflessione sulla quantità di suoni che produciamo, spesso inutilmente.

Come si potrebbe arrivare a un ambiente sonoro alleggerito da tanti suoni non necessari?

Nella società attuale non sopportiamo il silenzio, lo si associa a sensazioni di malessere mentre invece è un momento importante di elaborazione di ciò che si è vissuto. Un silenzio fisico non esiste poiché non esiste un’assenza totale di suono (il singolo respiro già crea un impatto acustico). Esiste tuttavia una limitazione umana al suono. Quando parlo di silenzio intendo un silenzio profondo, interiore, secondo una dimensione che va scoperta, apprezzata, di cui si prende coscienza attraverso il suono e viceversa: suono e silenzio sono variabili dipendenti.

Tu viaggi spesso e il paesaggio sonoro è sempre centrale in queste tue esperienze. Come vedi l’Europa, in particolare l’Italia, secondo questo aspetto?

Ciò che percepisco quando arrivo in Europa è una somiglianza notevole con il Brasile dal punto di vista ambientale acustico. Recentemente sono stata a Catania e Siracusa dove mi hanno portato a conoscere un luogo di natura in cui si arrivava a piedi tra pietre e scogli. Là c’erano tre giovani che diffondevano musica con lo smartphone senza curarsi di chi c’era attorno. Questo già fa pensare alla società attuale, al perché la gente vada in un posto quasi deserto per poi indurre le stesse atmosfere da assembramento urbano: io non glie l’ho chiesto perché loro erano lì prima di noi e si trattava pur sempre di un luogo pubblico... la questione è delicata!

Poi sono stata in un bar di fronte al mare: anche lì un posto bellissimo dove però una radio trasmetteva musica orribile. Ho domandato al proprietario se aveva della musica siciliana ma lui stupito mi ha detto che lì ascoltano solo quello che da la radio. Questa reazione di incredulità di fronte al fatto che il sonoro possa non essere gradito capita spesso in Brasile dove non esistono punti/vendita senza musica forte (siano bar o negozi). Al pari che in Italia i gestori sono convinti di gratificare i clienti col sonoro ad alto volume ancor prima che col genere musicale. Spesso ho intervistato commessi e collaboratori che avvertivano mal di testa, stress e dolori allo stomaco a causa del bombardamento sonoro continuo.

Un modo per far comprendere l’importanza del silenzio è indurre a ricordare la sensazione provata in seguito a un’indigestione: anche se il suono, a differenza del cibo non viene rigettato, arriva un punto in cui l’organismo non ne sopporta il sovraccarico. Le persone si fermano a pensare quando parlo di queste cose: è l’ “ascolto pensante” su cui insisteva Schafer, ossia poter pensare attraverso l’ascolto per creare una relazione tra il suono e la nostra mente.

Credo sempre nel lavoro dell’educazione all’ascolto totale: noi pensiamo di sentire (come anche di vedere) ma non sappiamo fino a che punto stiamo vedendo o sentendo. A questo punto ci sono due questioni su cui lavorare: una è l’educazione dell’infanzia nella scuola, l’altra una campagna di sensibilizzazione attraverso i mezzi di comunicazione di massa poiché rimangono questi il principale modello di ascolto.

Per la Radio dell’università di Londrina avevo creato e prodotto una serie di trasmissioni sull’ecologia sonora durante le quali c’erano diversi momenti di silenzio tra una musica e un’altra. Chiedevo all’utente cosa avesse ascoltato e ripetevo la domanda a breve distanza di tempo: questa è una tecnica di elaborazione dell’ascolto attraverso l’estrapolazione del frammento, ovvero un processo di scomposizione di ciò che ascoltiamo così come in altri casi si lavora sulla parola soffermandosi sulla fonetica di ogni lettera. Il feedback è sempre stato positivo, alcuni dicevano di aver percepito per la prima volta il rumore del ventilatore, dello spostamento di oggetti, il fruscio delle foglie all’aperto. Spesso ho fatto delle registrazioni nei bar, in strada, inserendo poi alcuni frammenti in radio: un invito ad ascoltare ciò che produciamo e non sempre percepiamo. Manca una cultura dell’ascolto a livello di singolo suono e pausa tra un suono e l’altro, tra una musica e un’ altra.

Come giudichi la difficoltà a concentrarsi e a ricordare in relazione all’ “ascolto pensante”?

La memoria è legata all’ascolto perché quando uno sta parlando l’altro pensa che cosa deve dire e non ascolta. Di conseguenza non ricorda. Quando avevo intervistato lo scrittore brasiliano Rubem Alves, purtroppo scomparso, lui, notando quanto fossero pubblicizzati i corsi di “oratoria”, chiedendosi perché tutti volessero imparare a parlare e nessuno ad ascoltare, aveva coniato il termine “escutatória” come tecnica di apprendimento per un ascolto corretto. Per questi motivi mi interessa lavorare con i bambini prima che imparino a parlare perché loro ascoltano moltissimo così come osservano ogni cosa. La parola infanzia etimologicamente significa “colui che non sa ancora parlare”. Se non si parla si può percepire con maggiore profondità, attraverso più dimensioni (come la gestualità) perché tutta l’attenzione è rivolta all’altro. Come diceva Paulo Freire, noto educatore brasiliano, dobbiamo imparare dai bambini cosa insegnare.

A livello educativo la scuola non è interessata a lavorare su queste cose. La televisione e la radio nemmeno. Trent’anni di incontri continui con studenti e non solo mi hanno fatto capire che la strada è ancora lunga. Ho fede in progetti come FANA (free acoustic neutral area) che segnala i luoghi senza musica diffusa ma ci vuole tempo perché la gente comprenda l’importanza di una dimensione acusticamente neutra, in cui sia possibile conversare senza sforzo.

Acquisire una coscienza del silenzio, quale dimensione di apertura (anziché limitazione) è un passaggio fondamentale per arrivare a uno stato di “democrazia sonora” in cui ognuno possa scegliere se e cosa ascoltare. Una “democrazia visiva” bene o male esiste perché all’immagine è possibile sottrarsi ma il suono, non permettendo vie di fuga, diventa totalmente autoritario.


Questa intervista è apparsa anche su Fana.one



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