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Libertà di stampa in Europa: l’Osce lancia l’allarme


Vecchi metodi e nuove tecnologie. Le tecniche per restringere la libertà di stampa sono diverse e ogni Paese ha trovato la sua strada. (Un articolo di Alberto Tundo da Peacereporter.net)
mercoledì 4 agosto 2010, di Redazione - 415 letture

La libertà dei mezzi d’informazione è sotto attacco nella maggior parte dei Paesi europei. Questo in sintesi l’allarme lanciato dall’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, nel rapporto inoltrato al Consiglio permanente il 29 luglio.

"La libertà di espressione è messa in discussione e limitata sotto molti aspetti" - scrive la direttrice dell’ufficio dell’Osce incaricato di monitorare la libertà dei mezzi di comuinicazione nei 56 paesi membri, Dunja Mijatovic - "attraverso metodi tradizionali così come con le nuove tecnologie che sopprimono il flusso di informazioni e riducono il pluralismo dei media".

C’è molta preoccupazione per l’Italia, naturalmente, per la "legge bavaglio" ma non ci siamo solo noi. Salvo Stati Uniti, Canada; Germania e Islanda, la situazione è preoccupante ovunque. In Grecia, il 19 luglio, è stato ucciso un noto inchiestista, Socratis Giolias, direttore dell’informazione della radio Thema 98.9 e curatore del blog di critica politco-sociale più seguito del Paese, Troktiko. Ha rischiato di morire invece un altro giornalista, il serbo Teofil Pancic, autorevole firma del settimanale Vreme preso a sprangate da due sconosciuti nella notte del 24 luglio, a Belgrado.

Se, dalle prime indiscrezioni fatte filtrare dalle autorità inquirenti, a Giolias sono stati fatali alcuni articoli sulla galassia anarchica greca, a Pancic non sono state perdonate le sue inchieste sul nazionalismo e sugli hooligan serbi. Attacchi li ha subiti anche Arkady Lander, direttore di Mestnaya, giornale russo di Sochi che si è distinto per la durezza con cui ha attaccato i leader regionali. Non si conoscono invece le sorti di Aleksei Dudko, ex giornalista e blogger arrestato a Mosca con l’accusa di detenzione di droga e materiale esplosivo.

Non c’è, però, solo la violenza fisica o l’intimidazione. Il controllo sui media si può esprimere anche attraverso modi più subdoli. In Armenia, ad esempio, il passaggio al digitale è stato l’occasione per dare una nuova regolamentazione al settore radiotelevisivo.Una riforma che prevede un numero limitato di canali, non fornisce regole certe per l’ottenimento delle concessioni, che dipenderanno da un’agenzia governativa e potranno essere revocate dai tribunali ordinari.

Preoccupa l’Estonia, il cui parlamento si accinge ad approvare un nuovo testo sulla protezione delle fonti confidenziali dei giornalisti che, di fatto, riduce i diritti di questi ultimi, che non ridono nemmeno in Spagna. Nel dicembre dell’anno scorso, Daniel Anido, direttore di Radio Cadena Ser e il responsabile news, Rodolfo Irango, erano stati condannati per "rivelazione di informazioni che sarebbero dovute rimanere segrete". L’11 giugno i due sono usciti dal carcere. Sono, invece, cadute le accuse contro Antonio Rubio, vicedirettore del Mundo, indagato per lo stesso "reato".

In Francia il presidente Nicholas Sarkozy, da tempo impegnato in un braccio di ferro con la stampa, soprattutto quella scandalistica, va stringendo la sua morsa sui media. Lo scorso cinque luglio ha raccolto i frutti di una riforma delle leggi sulla trasmissione audiovisiva, varata nel marzo del 2009, che gli ha permesso di nominare il direttore della tv di stato, France Television.

Un’altra riforma è in dirittura di arrivo in Ungheria e qui il controllo del governo sui media diventerebbe davvero stringente. Il pacchetto di riforme, adottato il 23 luglio, crea un’Autorità nazionale per i media e le telecomunicazioni e un Consiglio dei Media, organi che saranno guidati dalla stessa persona, un funzionario di nomina governativa in carica per nove anni. I membri del Consiglio saranno nominati con una maggioranza dei due terzi (che il partito di governo, Fidesz, possiede da solo, ndr) dal Parlamento, che sarà responsabile anche della designazione del board della televisione pubblica.

Non fanno notizia la chiusura di giornali in Turchia e l’intimidazione sistematica in Bielorussia e Ucraina. Inquietano di più, in alcuni Paesi, i germi del nazionalismo etnico che continuano a strisciare. In Bosnia, ad esempio, i bosgnacchi (bosniaci di religione islamica) chiedono un loro canale televisivo, oltre a quello in comune coi croati con cui vivono nella Federazione croato-musulmana. Nell’altra metà del rissoso staterello balcanico, il premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, ha ordinato a tutti i corpi dello stato, scuole incluse, il boicottaggio della televisone pubblica centrale, quella che copre tutta la Bosnia, RtvBih.

In Grecia, l’Osce è intervenuta per evitare la chiusura di una radio in lingua turca: secondo le leggi di Atene, sul territorio nazionale si può trasmettere solo in greco. "Molti sostengono che la libertà di informazione sia in declino nell’area Osce", riflette amara Mijatovic. "Sotto molti aspetti, sottoscrivo", conclude l’alta funzionaria.

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