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Libertà

La quarantena vissuta nel periodo di maggiore diffusione del virus è stata una necessità o una limitazione di libertà?
di francoplat - mercoledì 17 giugno 2020 - 1134 letture

Forse, l’emergenza Covid19 è alle spalle. Almeno per chi ne ha sentito la presenza, perché il Paese, ordinariamente manicheo, si è diviso tra coloro i quali hanno accolto le pressioni mediatiche come veritiere e realistiche e quanti, invece, hanno subdorato nelle mosse dello Stato un complotto, una ridondante messe di notizie affastellate le une sulle altre, perlopiù infondate, artatamente propinate a un gregge acritico, per vedere l’effetto che fa suggerire e imporre dei comportamenti a milioni di persone, in attesa di occasioni future di controllo delle coscienze collettive. Insomma, delle prove tecniche di trasmissione di una prossima società distopica e dispotica (anagramma quanto mai suggestivo).

Tutto è stato messo in discussione, dall’una come dall’altra parte: i dati, ora ritenuti deboli in rapporto ad altre patologie ben più ferali, ora ritenuti in difetto per carenza di valutazioni più accurate nelle case di riposo e in altre situazioni; le azioni politiche, per gli uni oppressive e claustrofobiche, eccessive rispetto alla realtà dei fatti, per gli altri pure troppo caute, poco aggressive e attente nei confronti di chi violava le regole di salute pubblica; i comportamenti collettivi, visti come acquiescenti e passivi, da una parte, o incauti e scarsamente civici, dall’altra.

Pur apprezzando quella vigile forma di coscienza che invita all’uso critico della ragione, fondamentale in ogni comunità complessa, ritengo che l’allarme non fosse allarmismo e che le disposizioni governative fossero dettate, pur nella loro eterogeneità e, talvolta, nella loro farraginosità, da un esame di realtà condivisibile. Certo, non eravamo davanti alla peste trecentesca e nemmeno dinanzi a epidemie del passato ben più virulente; il Covid19 si è presentato contagioso e relativamente letale, ma non è stato un passaggio teatrale e scenografico, decorativo, amplificato da una volontà politica scientemente volta a dirottare le masse in una certa direzione. Le dichiarazioni del personale sanitario sottoposto alle pressioni dei mesi di maggior virulenza della patologia nei reparti di terapia intensiva, il numero di decessi aumentato n volte in alcune località, le difficoltà incontrate in realtà molto differenti sul piano politico, sociale ed economico – dalla Cina all’India, dagli USA alla Spagna, dalla Corea del Sud all’Iraq –, le stesse torsioni dell’OMS dinanzi alla situazione endemica e altri indicatori suggeriscono che questa forma di coronavirus non sia stata solo un fenomeno epidermico, aumentato a bella posta da una cattiva coscienza politica planetaria.

L’occhio critico di chi è abituato a grattare dietro le superfici potrebbe trovare ingenuo questo approccio alla situazione nazionale e internazionale. Forse è così. Forse, sarebbe bene dotarsi di sensi più vigili e disincantati, di occhiali meno annebbiati da una certa retorica patriottica, di orecchie più pronte a percepire, dietro le grida di allarme del personale sanitario, il cigolìo di un meccanismo ben oleato negli ultimi secoli, quello del produttivo rapporto di scambio tra potere e sapere. Quanto più la presa sulla società richiede un sapere tecnico, tanto più il sapere tecnico, fornendo i contenuti di cui abbisognano gli Stati, ottiene un qualche grammo del potere dei ceti dirigenti, qualificandosi agli occhi della società civile come depositario di una qualche verità e, per conseguenza, degno di partecipare alla gestione della cosa pubblica.

Tutto vero. Ma ciò che qui interessa è un altro aspetto. Dinanzi al belato della massa, alla zona grigia dei cittadini ordinatamente chiusi in casa, degni della patente civica, si è levato lo sdegno di alcuni intellettuali, irretiti dall’assenza di un benché minimo orgoglio libertario, allarmati dalle libertà così facilmente, senza colpo ferire, coartate. E’ insorta la coscienza plurisecolare del liberalismo occidentale, Locke si voltolava nella tomba con animo ferito, il diritto principe della nostra società, la pietra fondante dell’Occidente, la libertà, è stata oltraggiata, vilipesa, sbeffeggiata, e proprio nel cuore dell’Occidente. Ecco, dunque, Agamben individuare, a ridosso dell’emergere dell’epidemia nel nostro Paese, il perfetto meccanismo politico di gestione delle masse ormai da anni viventi in uno stato di paura permanente: “in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo” (https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-l-invenzione-di-un-epidemia; articolo del 26 febbraio). Insomma, come i produttori di antivirus informatici che creano il virus o i gommisti che forano, subdolamente, gli pneumatici delle auto per poi ripararli.

Scherzi a parte, il ragionamento di Agamben non fa una grinza, ci mancherebbe. E’ un pensatore fine, raffinato, ci ha aiutato a guardare con intelligenza ai fenomeni del nostro tempo. Ciò che fa una grinza e che giustifica questo pezzo è il silenzio che precede il Covid19. Rispetto a che cosa? Ecco, mi domando, ma dov’erano i cantori delle libertà quando, ieri come oggi, questo paese veniva oltraggiato nelle sue libertà individuali e collettive dal puzzo insopportabile delle mafie? Dov’erano i corifei dei princìpi democratici mentre in questo meraviglioso e, a volte, insopportabile Paese le organizzazioni criminali violentavano i diritti dei cittadini, le loro potenziali occasioni di impresa, i loro spazi sociali? Dov’erano mentre i clan colonizzavano ampie zone del Sud e si dedicavano alla loro gemmificazione al Nord, imbastendo rapporti con la società civile connivente e silenziosa? E dov’erano quando si disegnava la storia di una Repubblica vilipesa nelle sue verità e nelle sue libertà dinanzi ai mille silenzi offensivi circa le verità sulle stragi o sugli inquietanti e ambigui omicidi senza colpevole o dinanzi al soffocamento delle poche autorevoli personalità della stampa che hanno cercato e cercano a fatica di ricordarci che non siamo liberi davvero se pezzi dello Stato si abbracciano, dantescamente, alla meretrice mafiosa?

Il Covid19 ha risvegliato il canto delle libertà. E ben venga, ben venga ammonirci per quel deficit di coscienza critica. Ai cantori delle libertà chiedo di intingere la penna nel calamaio anche per sensibilizzarci nei confronti di un male antico, di antiche connivenze, di duraturi silenzi complici, di derive autoritarie derubricate dall’agenda politica e da quella della memoria, di celebrazioni prive di vitalità, fini a sé stesse, di portarci nei laboratori della corruzione. Magari anche in quelli delle baronie accademiche, alchemiche stanze di un malaffare intellettuale che, non coinvolgendo le masse, non è offesa alla libertà e all’intelligenza. E’ abitudine. Ecco, forse il Covid19 ha solo turbato lo statu quo, ha smosso le acque, ci ha svegliati. Compresi i cantori delle libertà. Adesso, possiamo tornare al nostro sonno.

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