C’è chi marcisce in carcere, a scontare la colpa di essere tossicodipendente. Nessuno si ricorda di questi "untori della società", come qualcuno ama definirli. Nessuno ne parla. Loro. Aspettano solo di morire.
Ti ho visto. L’altra sera. Ti ho visto. Stavo seduto nell’aula del “diritto all’alienazione”. Guardavo Alfio “u lentinisi” che dormiva, nascosto dagli occhiali neri. La gazzosa davanti a me, stava ultimando il suo processo di decomposizione. Sempre più calda, sempre più sfiatata.
Poi, sei apparso tu. Dal 21 pollici, a tre metri da terra. Ti ho guardato negli occhi, provando a riconoscermi. Avevi paura. In mezzo ai due sbirri che ti portavano via. Scivolavi per i gradini che ti dividevano dall’auto della pula. Scivolavi, con tutta la tua vita.
Ed ho rivisto una notte di quattro anni fa. Specchiata sui tuoi occhi spenti. L’aula sempre più vuota e “u lentinisi” che continuava a dormire rumorosamente. Ho rivisto la porpora sul braccio destro di Paola. Lei. Con il suo sorriso all’overdose. Io, con un vuoto stanco da colmare.
E arrivarono anche per me, le blu spiegate pronte a giudicarmi. Mi voltai lentamente a guardare Paola. Senza vita. Senza più risposte. I due sbirri mi afferrarono le braccia. Con violenza. Ma che forza avrei trovato di scappare, se anche quella di vivere era rimasta intrappolata nell’ultimo buco della mia donna? La risposta me la diedero alla centrale. Sentivo lo zigomo aprirsi a nuova vita e il liquido caldo a ricordarmi che ero ancora vivo.
Gettai uno sguardo attraverso il gonfiore del pestaggio. Aspettai di vedere le telecamere del “recupero”. Le belle parole di consolazione. Un prete che mi parlasse di un nuovo giorno, da aspettare insieme. Un giornalista, a raccontare la mia vita. Ma sentii il metallo della chiave che mi chiudeva dentro. E poi le risa e le battute da etichetta senza appello. E gli affanni delle notti insonni e di quelle da venire. E il silenzio di un pianto cullato dalla solitudine.
Passarono otto giorni, prima che qualcuno avesse notato la mia assenza. Ma al parlatorio, si presentò una testa calva e due lenti miopi, che mi intimarono di far presto. Che tutto era fin troppo chiaro e che lui, i tipi come me, li avrebbe fatti marcire su un’isola sperduta. Poi, se ne andò senza salutarmi. Indugiò un attimo con la mano sulla maniglia, poi mi comunicò: “Purtroppo, sono il tuo avvocato. D’ufficio”.
Solo una sera, dalla mia prima crisi d’astinenza. Chiesi al secondino di farmi mandare in ospedale. Che da quella merda, io volevo uscire. Sorrise, quando mi propose la dose. “Se hai due gambe da spendere, te la porto domani. E smettila con le stronzate dell’ospedale” - mi disse, lasciandomi il suono metallico della chiave, a chiudere la discussione. Ancora una volta.
E me la iniettai, con le macchie di morte coagulate nella siringa. Se la passarono in tre, prima del mio turno. Tre mesi dopo, un camice bianco che mi guardò con schifo, mi sogghignò: “AIDS. E’ la fine che fanno, tutti gli stronzi tossici. Come te”.
“U lentinisi” si svegliò. Che minchia stai virennu? - mi chiese. Poi, si aggiustò gli occhiali e il culo sulla sedia. E si rimise a dormire. "Tra poco ci chiameranno tutti" - pensai svogliato sul teleschermo. Per ritornare alle nostre celle. "Spegneranno la luce, prima del silenzio".
Un’ultima immagine colpì la mia fantasia. Il tuo letto d’ospedale, circondato dalla speranza di ricominciare. Forse, ti rivedrò Calissano. Su un’altra isola deserta, a sorridere alle migliaia di ragazzine, che ti stanno aspettando. Si, forse, mi rimarrà il tempo per rivederti.
Tu. Non mi vedrai. Mai.