Lettera aperta al ministro Poletti

Un “paciarotto” sulla panchina del parco
di Adriano Todaro - martedì 3 aprile 2018 - 1809 letture

Egregio ministro, mi permetto di definirla ancora con questo ambito titolo anche se, tecnicamente, non lo è più. In questi anni che ha diretto un ministero così difficile da gestire, io la voglio ricordare per tutto ciò che ha fatto per noi italiani, per noi lavoratori. Eppure non mi sembra proprio che i suoi compagni o amici, non so come bisogna definirli, la stiano trattando con il rispetto che merita. E allora mi assale un senso di vuoto, una nostalgia per le sue meditate dichiarazioni, per le sue frasi un po’, diciamo così, naïf.

Leggo sui giornali di Calenda, leggo interviste a Emma Bonino, addirittura alla Beatrice, quella delle supposte e a lei niente. Perché mai il suo segretario a mezzo servizio non gli ha mai telefonato per proporgli qualcosa? Per offrire un posticino a cotanto cervello?

Di questo, però, non se ne abbia a male. E’ quello che avviene ai grandi uomini, incompresi dai contemporanei ma apprezzati dai posteri. E’ sempre così quando si è un “po’ più avanti dagli altri”.

Infatti, il suo compagno Buzzi e il sodale intellettuale “Spezzapollici”, sono restati indietro e sono finiti al gabbio.

Ho scritto spesso di lei e l’ho definita “paciarotto”. Non è una offesa. Dalle mie parti significa uno rotondetto ma di una rotondità allegra. E io me lo sono sempre immaginato nell’ex sezione dell’ex partito, nell’ex unità di base o come diavolo si chiama ora, con le maniche della camicia arrotolate mentre gioca a bocce. E dopo ogni tiro, dopo una bocciata o un accosto, un bel sorso di Lambrusco e una fetta di mortadella. Era lì il suo posto naturale. Ogni tanto una capatina alla Coop, così per farsi vedere e poi subito a casa a sbafare un bel piatto di Curzul con sugo di scalogno o strozzapretri. Il tutto innaffiato da una bottiglia di Trebbiano di Romagna Doc.

Invece è stato chiamato in quella cloaca di Roma dove tutti si rovinano perché è una città molle e tentatrice e poi, diciamola tutta, bevono Frascati che sa di piscio di gatto. "Lasa ‘ndè. Tan capess un os-cia! Valà. dam da bév Lambrusco. Sorbole!". (Lascia andare che non capisci niente. Dammi da bere Lambrusco. Sorbole!).

Il fatto è che lei è stato chiamato a gran voce e quando il partito chiama… è necessario sacrificarsi per il bene della Patria. Sua moglie, caro ministro, l’aveva avvisata sui pericoli che avrebbero potuto sortire nell’accettare di fare il ministro. Ma lei gli aveva risposto piccato: “Ho fatto una grande esperienza alla Coop che per certi versi è un po’ un ministero. E poi il Toscano me l’ha chiesto come favore personale. Cosa potevo rispondergli?”.

Da quel momento, dal momento del suo sacrificio per il Sistema Paese, si è anche trasformato fisicamente. Il pizzetto è diventato più grigio, le occhiaie sempre più profonde, la pancia più prominente. Solo i capelli continuano a crescere e di questo, lo confesso, sono un po’ invidioso.

Comunque bei tempi, quelli. Lo Statista di Rignano andava alla grande e lei non era da meno. Aveva un mandato preciso: cambiare l’Italia e non si può dire che non l’abbia cambiata. Sì, bei tempi. Si ricorda, signor ministro quando ha detto che “E’ più facile trovare lavoro andando a giocare a calcetto che mandando curriculum”? Superbo. E quando ha affermato: “Se ne vanno 100mila, ce ne sono 60 milioni qui. Sarebbe a dire che i 100mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei pistola”? Straordinario. E come dimenticare gli amorevoli consigli da padre agli studenti: “Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21“? Eccezionale. E poi sui suoi figliuoli che scaricavano cassette di frutta alla Coop e via continuando. Si ricorda?

Parafrasando un vecchio slogan di una nota marca di macchine da cucire, una volta ho scritto: “Poletti cazzate perfette”. Ora mi accorgo che avevo torto. Basta guardare i dati su quello definito gentilmente Jobs act per capire che lei l’Italia l’ha propria cambiata. E’ il lavoro a “tutela decrescente” che non prevede più l’art. 18. Non solo. Ha prodotto anche 2,9 milioni di disoccupati. Sono aumentati i poveri, i senza lavoro, quelli che cercano lavoro e quelli che lavorano un giorno la settimana.

Grazie, quindi per il suo impegno. Grazie di aver accettato di fare il ministro, grazie di aver lasciato la Coop, grazie di aver contribuito a dare agli italiani un po’ di ottimismo per il futuro. E lei, diciamocelo, è propria la fotografia dell’ottimismo.

Ora la saluto signor ministro. Al suo paese c’è un detto che così recita: “Se ven la crisi, intènt che i mègar i s’mor, i grès i s’mègra” (Se viene la crisi, intanto che i magri muoiono, i grassi dimagriscono). Qualche chilo in meno non le farà male. Le auguro tanti pomeriggi da passare sulle panchine del parco delle Acque Minerali della sua Imola. Non si preoccupi di far giungere il suo cordoglio alle famiglie degli ultimi quattro morti sul lavoro. Tanto ormai sono morti. E poi loro, anche con la crisi, non diventeranno mai magri e non saranno mai licenziati.

Con tutta la disistima possibile

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Elisabetta dixit 1 - “La decisione della Cassazione di fissare in tempi record l’udienza per il processo Mediaset conferma ancora una volta come ci sia una giustizia ad personam”. (Maria Elisabetta Alberti Casettati, eletta presidente del Senato, seconda carica dello Stato).


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