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Lentini tra la Balena Bianca e l’Elefante Rosso (1980-1985)

La storia politica di Lentini, in esclusiva per Girodivite. La nuova IX puntata scritta del prof. Ferdinando Leonzio dedicata al periodo 1980-1985.
di Ferdinando Leonzio - mercoledì 24 ottobre 2018 - 945 letture

La DC alla conquista di Lentini

In prossimità delle elezioni provinciali e comunali dell’ 8-9 giugno 1980, la DC scese in campo con un imponente spiegamento di forze, che vide impegnati tutti i suoi maggiori esponenti, fatta eccezione per l’avv. Bombaci, ritiratosi dalla politica attiva.

Il leader del partito e segretario della sezione, avv. Enzo Nicotra, si presentò alle provinciali, probabilmente per dare una dimostrazione visibile della sua presa elettorale. Ci riuscì in pieno, classificandosi primo degli eletti, non solo del collegio di Lentini, ma dell’intera provincia di Siracusa [1]. Egli, tuttavia, rimase in carica solo per circa un anno, essendo stato poi chiamato alla presidenza (1981-193) del Consorzio Area Sviluppo Industriale di Siracusa [2], lasciando perciò quella della Camera di Commercio.

Alle comunali, la DC, ormai percepita come il partito della responsabilità istituzionale, rispetto alla instabilità degli altri, ottenne il 42,4 %, suo massimo storico e ben 18 consiglieri sui 40 spettanti a Lentini, mettendo così una seria ipoteca sulla guida della cosa pubblica locale.

Di gran prestigio il gruppo consiliare, fra cui figuravano l’ex sindaco Francesco Fisicaro, i futuri sindaci Giacomo Capizzi, Gianni Cannone, Nino Mazzone e Franco Rossitto, gli ex segretari giovanili Salvatore Martines e Alberto Di Mari, l’ex presidente dell’Unione Sportiva Leontina Carmelo Russo, il decano del Consiglio Comunale Pasquale Valenti, l’ex presidente della Provincia e leader della minoranza interna Salvatore Moncada, che fu eletto capogruppo [3].

Questa forte e qualificata rappresentanza dello Scudo Crociato aveva però dentro di sé il germe della divisione, che dopo qualche anno darà i suoi frutti amari per il partito.

Il PCI alle provinciali ottenne il 38,08 % ed elesse l’ex segretario Elio Magnano, il quale, a metà legislatura, essendo stato chiamato a far parte dell’Assemblea Generale dell’USL di Lentini, lascerà il posto all’uscente Lidia Costanzo Tocco. Alle comunali, invece, superò solo di poco i pessimi risultati del 1975, portandosi al 30,27 % ed eleggendo 13 consiglieri, fra i quali l’ex segretario provinciale della CGIL on. Guido Grande, l’ex sindaco Riccardo Insolia, il futuro sindaco Mario Bosco, il noto sindacalista Ciccio Ciciulla, i nuovi quadri Pippo Moncada, Angelo Brancato e Guglielmo Tocco.

Il PSI, ormai saldamente governato dalla corrente detta dei medici, perfettamente allineata alla politica craxiana, pur non confermando il successo del 1975, nonostante le vicissitudini attraversate negli anni precedenti, ottenne una buona affermazione sia alle provinciali (10,68 %) [4], che alle comunali (11,58 %) in cui elesse cinque consiglieri: tre (Nino Moncada, capogruppo, Angelo Celso e Nuccio Fisicaro) della maggioranza e due (Alfio Lombardo e Vitale Martello) della minoranza facente capo all’avv .Delfo Pupillo. Nessun seggio fu invece conquistato dalla minoranza di Santo Ragazzi, che perciò ebbe un momento di scoramento.

Anche il PRI sembrò stabilizzarsi, soprattutto in seguito alla confluenza degli ex socialisti. A rappresentare il partito, ora guidato dall’imprenditore Saro Renna, furono eletti l’uscente Alfio Mangiameli, capogruppo, e lo zio paterno di questi Nunzio Mangiameli, allora neofita dell’impegno politico, ma ben presto rivelatosi gran raccoglitore di consensi.

Per il PSDI (3,21 %), sempre più lontano dalla tradizione di Delfo Castro, fu riconfermato consigliere comunale l’ex sindaco Andrea Amore.

In piena crisi il MSI-DN, che aveva visto rigettata la propria lista al Consiglio Provinciale per difetto di documentazione e che alle comunali (4,58 %) si dovette accontentare di un solo seggio, andato a Nello Neri, che nel 1982 sarà sostituito da Salvatore Sciuto.

Sembrava pertanto giunto a conclusione il periodo in cui ad essere premiate dall’elettorato erano le ali estreme dello schieramento politico a scapito dei partiti dell’area governativa, ora coincidente con quella del pentapartito [5].

Tutto ciò avveniva mentre la Città si apprestava a vivere la crisi sempre più evidente di quello che era stato il settore portante della sua economia, quello agrumario, con milioni di quintali di agrumi portati nei centri AIMA [6] e con molti magazzini per la lavorazione che chiudevano o si trasferivano altrove. Intanto tardava la costruzione del nuovo Biviere e riemergevano la disoccupazione e l’emigrazione.

Il clima politico e la distribuzione delle forze consiliari, che avevano visto il trionfo della DC, non potevano avere che uno sbocco: un´Amministrazione a guida dc, sostenuta dalle forze di area governativa, del resto già tutte orientate per una tale soluzione.

Il sindaco Capizzi

La scelta per la sindacatura cadde su Giacomo Capizzi [7], giovane ma già affermato professionista, che sarà riconosciuto amministratore equilibrato, capace e corretto. Per la DC entrarono in Giunta il dott. Pippo Zarbano, che si rivelerà uno dei più lucidi e preparati amministratori, l’ex segretario del partito, il giornalista Gianni Cannone, il dott. Franco Rossitto e il prof. Nino Mazzone, vicinissimo all’avv. Nicotra [8].

Il PSI [9] ottenne tre assessorati affidati al segretario scolastico Nuccio Fisicaro (vicesindaco), discendente da una famiglia di antica tradizione socialista [10], ad Angelo Celso, ormai alla sua terza legislatura, e al dott. Alfio Lombardo.

Il PRI venne rappresentato dal geom. Alfio Mangiameli, che avrebbe diretto l’importante settore dei Lavori Pubblici. Il PSDI rimase all’opposizione.

In data 23 marzo 1981 ebbe luogo l’assemblea sezionale del PSI per il rinnovo del Direttivo, a cui le opposizioni interne di Ragazzi e di Pupillo, scoraggiate e disorientate, scelsero di non partecipare. Si ebbe perciò un direttivo interamente controllato dalla corrente dei medici, che riconfermò alla segreteria il prof. Filippo Motta.

La nuova direzione politica del PSI cominciò ben presto a dare segni di insofferenza per l’andamento dell’Amministrazione comunale: furono richieste verifiche programmatiche, ci furono incontri più o meno chiarificatori fra i partiti della maggioranza (DC, PSI, PRI), che però non approdarono a nulla, fino a quando si giunse alle dimissioni degli assessori socialisti, seguiti subito dopo da quelle di tutti gli altri.

La nuova crisi venne rapidamente risolta con una nuova formula di governo locale DC-PRI, con l’appoggio esterno del PSDI, che però poteva contare sul sostegno in CC di soli 21 consiglieri su 40.

Sindaco venne riconfermato l’avv. Giacomo Capizzi (DC), con vicesindaco il giovane Alfio Mangiameli (PRI) e con assessori gli uscenti dott. Pippo Zarbano, prof. Nino Mazzone e dott. Franco Rossitto e i nuovi prof. Tanino Sferrazzo, dott. Marcello Ciaffaglione, cav. Pasqualino Valenti e cav. Alfio Cardillo, autorevole esponente dell’Associazione Cristiana Artigiani.

Nello stesso periodo in cui si risolveva la crisi comunale avevano avuto luogo le elezioni regionali del 21 giugno 1981, che avranno forti ripercussioni sul quadro politico lentinese.

Esse decretarono un arretramento della DC (36,05 %) e dei partiti laici, che complessivamente a Lentini raccolsero appena il 4,44 % [11], una tenuta del PSI (10,81 %), ormai passato all’opposizione, le cui correnti si erano tutte impegnate a sostenere i loro leader provinciali, e, nello stesso tempo, un significativo avanzamento del PCI (40,56 %) che aveva così riconquistato il primo posto in città ed aveva anche eletto deputato il consigliere Mario Bosco.

Questi risultati col tempo avranno notevoli ripercussioni nella DC e nel PSI.

Il congresso nazionale della DC del maggio 1982 si concluse con l’elezione a segretario di Ciriaco De Mita, leader della sinistra, il quale volle contrapporre un atteggiamento risoluto nei confronti dell’altrettanto risoluto segretario del PSI Craxi, suo alleato/rivale. Questo clima non contribuì certamente a colmare le distanze che si erano create a Lentini tra i due partiti. Sicché le dimissioni presentate nello stesso periodo da Capizzi , benché fossero ufficialmente motivate dalla volontà di favorire la formazione di una più larga maggioranza comunale, che includesse anche i socialisti, in realtà erano dovute al cattivo collegamento e alle incomprensioni che si erano creati tra l’Amministrazione comunale e la sezione democristiana e, in particolare, con la corrente di appartenenza del Capizzi, cioè quella nicotriana. Tanto è vero che la nuova crisi si concluse con la riedizione della stessa formula DC-PRI, con l’appoggio esterno del PSDI.

Il sindaco Cannone

Stessa formula, ma diverso sindaco, perché a succedere a Capizzi fu chiamato Gianni Cannone [12], ormai in sintonia con l’avv. Nicotra e col segretario Pippo La Rocca.

La nuova Giunta, ad eccezione del vicesindaco repubblicano Alfio Mangiameli, era interamente formata da democristiani: il prestigioso dott. Pippo Zarbano, il politologo Salvatore Martines, il prof. Nino Mazzone, il cav. Pasquale Valenti, simbolo vivente della storia della DC lentinese, che tutta aveva attraversato, il geom. Davide Battiato, il dott. Alberto Di Mari, l’appassionato organizzatore sportivo Carmelo Russo, vicinissimo al segretario La Rocca.

La giunta Cannone , sostenuta, come la precedente, da una maggioranza ristretta di 21 consiglieri, cadde per il ritiro dell’appoggio esterno da parte del PSDI (20-5-1983), che dissentiva dal Regolamento Edilizio proposto dall’Amministrazione.

Si apriva così una lunga e difficile crisi che vedeva la DC in rotta col PSDI, in cattivi rapporti col PSI e sottoposta ai virulenti attacchi del PCI. Per di più anche le acque interne del partito apparivano piuttosto agitate, in seguito alla decisione di Nicotra di lasciare la corrente andreottiana, a Siracusa guidata dagli onorevoli Gino Foti e Santi Nicita, per aderire a quella demitiana, in Sicilia orientale rappresentata da Rino Nicolosi e provincialmente da Nitto Brancati. Tale scelta fu condivisa sostanzialmente da tutti i suoi sodali, tranne l’avv. Capizzi, che rimase con la corrente andreottiana, a cui già aderiva la minoranza locale di Salvatore Moncada.

Mentre si snodavano tali sussulti tellurici in seno alla DC lentinese, nel PSI erano accadute parecchie cose di rilevante importanza.

Le ultime elezioni regionali, alle quali si erano presentati tutti i grossi calibri provinciali del partito, avevano impegnato a fondo tutte le correnti e in particolare quella “gentiliana”, capitanata dal dott. Santo Ragazzi, che aveva cercato di acquisire nuovi consensi attorno alla innovativa candidatura del prof. Raffaele Gentile [13], il quale risulterà vincitore dell’appassionante gara.

Vista la crescente personalizzazione della politica dilagante ormai in tutti i partiti e i legami della stessa con le posizioni di potere, praticamente la corrente che riusciva ad avere un parlamentare, finiva col controllare anche la federazione provinciale. Il PSI non fece eccezione a questa “regola” e Gentile, sotto le cui bandiere accorsero in molti, da leader della minoranza provinciale in pochissimo tempo divenne leader della maggioranza. In tale veste provvide a “sanare” le varie situazioni locali, fra cui quella di Lentini, la cui sezione era governata dalla sola corrente dei medici, per giunta sconfitta alle regionali, mentre non erano rappresentate nel Direttivo le correnti facenti capo al dott. Ragazzi e all’avv. Pupillo e la nuova creata da Nicola Spada, che tutte avevano dato un determinante apporto al risultato complessivo del partito.

Insomma, con le elezioni regionali, l’era dei medici era sostanzialmente finita.

Con un provvedimento da tutti atteso, anche se da alcuni temuto e da altri auspicato, la sezione socialista di Lentini venne sciolta ancora una volta e commissario venne nominato Santo Gallo di Canicattini. Il quale, contrariamente alle speranze di rinnovamento suscitate, nel ricostituire la sezione, adottò un rimedio peggiore del male. Furono, infatti, fissati dei giorni in cui chiunque poteva chiedere l’iscrizione al partito, semplicemente riempendo un modulo, senza neanche pagare nulla. Le domande, senza nessuna verifica o cernita, vennero tutte automaticamente accettate. I rapporti di forza tra le “correnti” scaturenti da tali elenchi di “iscritti”, pieni di “suocere ignare” e di “amici inconsapevoli” rimarranno invariati fino allo scioglimento del partito.

Sulla base di tale tesseramento, il 22 maggio 1982 si tenne il congresso sezionale di ricostituzione, in cui venne eletto il nuovo Consiglio Direttivo, in cui nessuno ottenne la maggioranza dei 15 componenti: 5 seggi andarono alla corrente D’Anna, 5 a quella Ragazzi, 3 a quella Spada e 2 a quella Pupillo. Poiché la corrente D’Anna, provincialmente guidata dal prof. Pippo Amara, era traslocata sotto le insegne del neo onorevole Raffaele gentile, i “gentiliani” disponevano complessivamente di 10 seggi (5 D’Anna e 5 Ragazzi). Così la segreteria andò al più gentiliano di tutti, il dott. Santo Ragazzi, con vicesegretario l’imprenditore edile Alfio Serratore e responsabile dell’organizzazione il prof. Ferdinando Leonzio [14].

La segreteria Ragazzi, basata su una maggioranza fittizia, composta da ex rivali, sia per divergenze politiche che per incomprensioni caratteriali, che spesso inevitabilmente riemergevano, non ebbe vita facile. Il PSI si era trovato dunque diviso di fronte alla crisi seguita alle dimissioni della giunta Capizzi ed era perciò rimasto fuori anche della giunta Cannone.

Dopo qualche tempo la situazione nel PSI precipitò e il dott. Ragazzi, rimasto senza maggioranza, attaccato dalle minoranze interne, senza un soldo in cassa e con uno sfratto in corso dai locali della sezione, allora in Via Garibaldi, con una difficile crisi comunale seguita alle dimissioni della giunta Cannone, con un gruppo di 5 consiglieri, di cui nessuno appartenente alla sua corrente, con lettera circolare del 26 giugno 1983 [15] ai componenti del Direttivo, rassegnò le dimissioni da segretario. Il PSI evitò un crollo totale solo grazie alla prudenza e alla passione politica del vicesegretario Serratore, che si affrettò a convocare il Direttivo per l’elezione di un nuovo segretario.

Nessuno si sentiva di prendere la guida del partito in una così difficile situazione. Fu solo dopo un mese di inutili riunioni che, per le pressioni ricevute dal dott. Pippo Centamore, suo intimo amico, e per senso di responsabilità verso il partito in cui militava da giovanissimo, che il prof. Ferdinando Leonzio, sulla base della politica detta della governabilità [16], accettò la difficile eredità, unanimemente conferitagli. Nel mentre veniva rapidamente rinvigorita – mediante sottoscrizioni - la vuota cassa del partito, affittata una nuova sede, riattivati gli organi di partito e il gruppo consiliare, coinvolta la base del partito, furono portate avanti con rinnovato prestigio le trattative per dare un nuovo governo alla Città.

Esse si conclusero con l’elezione di una nuova giunta Cannone sostenuta da DC, PSI e PRI e composta da tre assessori socialisti (Nuccio Fisicaro, vicesindaco, Angelo Celso e Vitale Martello), quattro democristiani (Alberto Di Mari, Salvatore Martines, Tanino Sferrazzo e Pippo Zarbano) e uno repubblicano (Alfio Mangiameli).

La decisione dell’avv. Nicotra e della sua corrente, maggioritaria nella sezione di Lentini, di rompere col gruppo prevalente nella DC siracusana e cioè con la corrente andreottiana, per approdare in quello della sinistra demitiana, non fu senza conseguenze. Se, da un lato, l’avv. Nicotra dovette lasciare la presidenza dell’ASI, dall’altro ottenne la candidatura alla Camera dei deputati e il sostegno dei demitiani e del loro leader Rino Nicolosi, in vista delle elezioni politiche del 26-27 giugno 1983. Ciò, unitamente all’impegno profuso da lui nell’esteso collegio della Sicilia orientale e alla sua intraprendenza [17], comportò l’elezione del Nicotra [18] alla Camera, per la IX legislatura repubblicana.

Il cambio di corrente ebbe però anche la conseguenza di acuire all’interno della sezione dc di Lentini le tensioni da tempo esistenti tra la maggioranza neodemitiana di Nicotra (che controllava la sezione) e la minoranza andreottiana di Moncada (che controllava la federazione), cui in qualche modo si collegavano altri andreottiani “indipendenti”, come Capizzi e Martines.

Tale divisione attraversava verticalmente anche il gruppo consiliare, completamente spaccato a metà, e non poteva non avere conseguenze anche sull’Amministrazione comunale presieduta da Cannone, tanto da esplodere, infine, pubblicamente nella seduta del CC del 12 dicembre 1983, culminata con le dimissioni presentate dall’intera Giunta. Fu, da allora, un crescendo di polemiche fra i due tronconi della DC.

I quali finirono per prendere posizioni nettamente contrapposte anche sulle prospettive future. I nicotriani, guidati da Cannone e Mazzone, si schierarono nettamente per le dimissioni in massa dei consiglieri, in modo da determinare lo scioglimento del CC e quindi un ritorno alle urne che restituisse la parola ai cittadini, che a suo tempo avevano assegnato la vittoria alla DC, ora impossibilitata a governare – secondo il loro punto dii vista - per responsabilità dei rivali.

Gli andreottiani-moncadiani, invece, erano per una soluzione “istituzionale” che evitasse una gestione commissariale e salvasse la legislatura, per poter procedere alla risoluzione dei problemi cittadini.

Di fronte a questo braccio di ferro, la posizione del PCI [19] cominciò a prendere in seria considerazione la possibilità di realizzare l’ipotesi dello scioglimento del CC, scaricandone però la grave responsabilità sulla DC, in quanto probabilmente intravvide la la possibilità di trarre, da una nuova elezione, visto il fallimento di ben quattro amministrazioni a guida DC [20], un considerevole vantaggio elettorale [21].

Insomma la Balena Bianca e l’Elefante Rosso, sia pure per motivi assai diversi, stavano per convergere sulla strada dello scioglimento del Consiglio Comunale.

Ma per una volta entrambi i due colossi persero l’iniziativa politica, che passò interamente al PSI, per l’occasione in piena intesa col PRI.

Il PSI, in particolare, che, come abbiamo accennato, praticava la linea politica della governabilità, era invece del tutto contrario a consentire che le divisioni e le contraddizioni interne della DC si scaricassero sulla Città, la quale invece aveva bisogno di essere governata.

Suscitò perciò sorpresa, e forse disorientamento, l’imprevisto intervento del segretario del PSI e del capogruppo repubblicano ad un’assemblea “aperta” del PCI, con cui i due annunciarono pubblicamente l’iniziativa di invitare il PCI e il PSDI ad incontri a brevissimo termine per formare assieme un’amministrazione, che allora fu definita di alternativa democratica [22].

Le trattative, invece, si rivelarono lunghe e difficilissime, soprattutto per l’atteggiamento del PCI, piuttosto indispettito dall’attivismo socialista e sempre pronto a sfruttare ogni minimo dissenso per rompere le trattative.

Alla fine la spuntò la linea del PSI e venne costituita la nuova amministrazione di alternativa democratica, sostenuta da PCI, PSI, PRI e PSDI.

La giunta Mario Bosco

A presiedere la nuova Amministrazione fu chiamato l’on. Mario Bosco (PCI), con assessori Nuccio Fisicaro (vicesindaco), Angelo Celso, Vitale Martello (PSI), Angelo Brancato, Paolo Di Falco, Pippo Moncada (PCI), Nunzio Mangiameli (PRI), Andrea Amore (PSDI).

Sarà però il meglio organizzato PCI, rispetto al sempre rissoso PSI [23], ad intestarsi, sul piano propagandistico, la positiva soluzione della lunga e difficile crisi [24] e a raccoglierne i frutti in termini di voti, come dimostrarono i risultati delle elezioni europee del 17 giungo 1984 [25].

I mesi seguenti furono anch’essi densi di avvenimenti all’interno dei vari partiti, fino alla viglia delle nuove elezioni provinciali e comunali, che saranno tenute il 12 maggio 1985.

La DC, rimasta all’opposizione, assunse nei confronti della giunta Bosco due atteggiamenti diversi: l’ala moncadiana scelse un linea di opposizione istituzionale, mentre quella nicotriana assunse un atteggiamento più virulento.

Man mano, però, che il tempo scorreva le polemiche interne dello Scudo Crociato si affievolivano, finché a prevalere fu lo spirito di partito e la necessità di trovare un accordo in vista delle elezioni comunali. Si giunse, così, nel gennaio 1985, ad un accordo unitario, il cui primo effetto fu la ricostituita unità politica ed operativa del gruppo consiliare. L’accordo si presentava abbastanza solido, essendo basato sul rispetto del ruolo delle diverse componenti e delle diverse personalità, a cominciare da quelle dai due principali leader Nicotra e Moncada, e dei due ultimi sindaci Capizzi e Cannone.

Fu dunque costituito un esecutivo sezionale unitario, con il ritorno alla segreteria dell’on. Nicotra, considerato il deputato di tutti, e con un sapiente dosaggio delle varie sensibilità locali. Ne facevano parte per gli andreottiani, il leader della minoranza dott. Salvatore Moncada, l’ex sindaco Giacomo Capizzi, molto vicino all’on. Nicita e unico degli andreottiani a non aver seguito Nicotra nel cambio di corrente, e l’ex assessore Salvatore Martines,, molto vicino all’on. Foti; per i demitiani/nicotriani: l’ex sindaco Gianni Cannone, il capogruppo Nino Mazzone e l’ex assessore Alberto Di Mari, demitiano della prima ora, stretto sodale del leader provinciale della corrente Nitto Brancati. Fu anche lanciato un appello agli altri partiti per un confronto su come affrontare i problemi cittadini, che sostanzialmente era un invito a superare la realtà della giunta Bosco. Rimasto senza concreti riscontri tale appello, alla DC non rimase altro che intraprendere la strada di una dura opposizione all’Amministrazione comunale, al PCI e al PSI, accusato addirittura di succubanza nei confronti del PCI. Con questo spirito unitario e battagliero la DC si apprestava ad affrontare la nuova prova elettorale.

Al contrario, nell’irrequieto PSI, l’imminenza delle elezioni, anziché rafforzare lo spirito di partito, rafforzò quello delle singole “componenti”, sulla carta tutte craxiane, ma nella realtà locale costituite da gruppi con obiettivi particolari, tutti ormai avvezzi a considerare una carica istituzionale, anche piccola, come quella di consigliere comunale, come lo strumento per determinare le scelte del partito e tutto ciò che ne conseguiva.

Il segretario della sezione, logorato da una serie infinita di impegni [26], si trovò di fronte a situazioni assai lontane dal costume socialista, con un tesseramento elefantiaco, dalla federazione ridotto a 250 iscritti, contenuti in un elenco immutabile che cristallizzava la forza delle “componenti”, poiché di anno in anno veniva automaticamente riconfermato, senza alcuna possibilità di variazione, la pretesa delle “componenti” di designare i candidati autonomamente , come partiti nel partito, in base alla loro rappresentanza nel direttivo, senza possibilità di vagliarne l’idoneità politica.

Il punto di rottura fu toccato quando le due “componenti” che rappresentavano la maggioranza e la minoranza provinciale si accordarono per l’inserimento in lista di elementi che nulla avevano a che vedere con la tradizione socialista: fu allora che il prof. Ferdinando Leonzio rassegnò le dimissioni da segretario, non ritenendo di poter avallare una simile impostazione [27].

Non fu possibile sostituirlo e pertanto fu costituita una specie di segreteria collegiale, composta da un rappresentante per ogni “corrente” [28]. I candidati furono scelti col sistema proporzionale in base alla rappresentanza di ciascuna componente nel direttivo, senza possibilità per nessuno di poter interferire nelle scelte degli altri.

Con tale spirito il PSI, o meglio quel che ne restava, si accingeva ad affrontare le nuove elezioni.

Anche nel PRI erano emerse dissonanze tra il capogruppo ed ex vicesindaco Alfio Mangiameli ed il segretario della sezione Saro Renna, tant’è che nel primo congresso sezionale il Renna venne sostituito alla segreteria dal prof. Silvio Pellico. Il Renna, ormai leader della minoranza interna, dopo qualche tempo, assieme ad Enzo Reale, abbandonerà il partito per fondare il MDR (Movimento Democratico Repubblicano).

Anche nel PSDI si preparavano importanti cambiamenti di direzione che avrebbero portato il partito lontano dalla tradizione di Castro.

Al MSI-DN, sostanzialmente fuori dal gioco politico ed escluso da tutte le possibili coalizioni, non restava che difendere tenacemente il proprio zoccolo duro.

E nel frattempo si veniva formando a Lentini, dopo tanto tempo, una sezione del PLI, per iniziativa dell’imprenditore Rosario Ossino Fisicaro.

Cominciava a tramontare l’Italia dei partiti, sconfitta dai personalismi e dai particolarismi. Cominciava a tramontare, inesorabilmente e malinconicamente, la prima Repubblica…

Ferdinando Leonzio


In icona, foto di Gianni Cannone.


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[1] A Lentini, alle provinciali, la DC ottenne un ottimo 42,48 % certamente dovuto alla presenza in lista del Nicotra.

[2] Nicotra riuscirà ad ottenere un finanziamento di circa 15 miliardi di lire per l’approntamento della zona industriale, con annesso centro sociale.

[3] Nuovo segretario della DC lentinese era diventato il rag. Pippo La Rocca.

[4] Alle provinciali si presentò il segretario, il pediatra Filadelfo D’Anna che ebbe una buona affermazione, pur senza essere eletto. D’Anna era l’unico lentinese componente del Direttivo Provinciale del PSI, il che gli conferiva notevole autorità.

[5] DC, PSI, PSDI, PRI, PLI.

[6] Azienda per gli Interventi sul Mercato Agricolo, istituita con l. n.3033/1966 e soppressa nel 1999.

[7] Giacomo Capizzi, avvocato, era originario di Floresta, dove era nato il 1° novembre 1942. Trapiantatosi giovanissimo a Lentini, assieme alla sua famiglia, si era avvicinato alla politica attiva nel 1970, quando aveva cominciato la pratica legale nello studio dell’avv. Enzo Nicotra. Era stato vicesegretario della sezione nel periodo 1976-1980 e, come Nicotra, faceva parte della corrente andreottiana. Dal 1985 al 1994 sarà sindaco di Floresta.

[8] Il sindaco conferì la delega allo sport al consigliere comunale Carmelo Russo (DC).

[9] Segretario del PSI era il prof. Filippo Motta, succeduto al dott. Filadelfo D’Anna, della cui componente faceva parte.

[10] Il nonno materno Mariano Raiti era stato consigliere comunale socialista prima del fascismo ed il padre Antonino aveva ricoperto lo stesso ruolo nel 1946.

[11] PSDI, PRI e PLI si erano presentati assieme in provincia di Siracusa, nel tentativo, riuscito, di conquistare un seggio all’ARS, che essi ottennero strappandolo al MSI-DN.

[12] Fra le iniziative più importanti realizzate da Cannone sono certamente da menzionale l’organizzazione di un convegno internazionale su Gorgia e la sofistica e l’impegno profuso per far ottenere a Lentini il titolo di “Città”. Tale titolo fu concesso con D.P.R. 7-8-1990, durante la sindacatura Battiato della cui giunta il Cannone faceva parte.

[13] Fra i quali, in qualità di amico personale e collega del prof. Gentile, il prof. Ferdinando Leonzio che non si era ricandidato e che si era appartato dalla politica attiva.

[14] Dopo qualche tempo, come poi avverrà per altri, il prof. Leonzio, insofferente alla rigida disciplina di gruppo (le riunioni di Direttivo erano sempre precedute da riunioni dei gentiliani “puri”), divenne di fatto indipendente, cioè al di fuori di ogni corrente.

[15] Lo stesso giorno iniziarono le votazioni per il rinnovo del Parlamento nazionale.

[16] Di trattava della linea politica nazionale, secondo cui il PSI, quando il suo apporto si fosse rivelato essenziale, aveva il “dovere” di assicurare la governabilità della istituzioni. Nel caso di Lentini la DC, partito di maggioranza relativa (18 consiglieri), che con l’alleato PRI arrivava a solo 20 consiglieri su 40, non era in grado di assicurare un governo alla Città.

[17] L’avv. Nicotra inviò una lettera aperta ai lentinesi , in cui chiedeva il loro sostegno in nome del loro senso civico.

[18] La DC a Lentini ottenne il 27,67 % al Senato e il 36,90 % alla Camera. La forte differenza percentuale, equivalente a circa 2500 voti, era indubbiamente dovuta alla presa elettorale di Nicotra.

[19] Era segretario del PCI di Lentini il prof. Michelangelo Cassarino.

[20] Le due a guida Capizzi e le due a guida Cannone.

[21] Il PCI lentinese alle politiche del 1983 era risalito, ottenendo il 46,32 % al Senato e il 41,81 % alla Camera ed aveva anche risanato le ferite della dura sconfitta del 1975, come dimostrava anche la segreteria affidata al Cassarino.

[22] Tale soluzione aveva una maggioranza numerica in Consiglio Comunale: 13 PCI, 5 PSI, 2 PRI, 1 PSDI, per un totale di 21 consiglieri su 40.

[23] La scelta degli assessori socialisti non era stata indolore. Nuovo capogruppo del PSI fu eletto Vitale Martello.

[24] Mesi dopo, il nuovo segretario di sezione del PCI Riccardo Insolia si prenderà, per la soluzione raggiunta in sede comunale, i pubblici elogi del segretario nazionale del PCI Alessandro Natta, nel corso di un pubblico convegno tenuto a Lentini. In realtà il PCI, che avrebbe preferito il ritorno alle urne, aveva ostacolato in vari modi la soluzione della lunga crisi, durata dal 12-12-1983 (dimissioni della giunta Cannone) al 20-2-1984 (insediamento della giunta Bosco).

[25] Il PCI ritornò alla maggiorana assoluta (52,4 %), mentre il PSI, nonostante il grosso successo politico e d’immagine, mantenne a stento le posizioni (6,3 %) e la DC precipitò al 22,1 %. In lieve calo i partiti laici e in ripresa il MSI-DN.

[26] Riunioni di corrente, di direttivo, di gruppo consiliare, di maggioranza, di Consiglio Comunale, di federazione, incontri bilaterali con gli altri partiti, con singoli dirigenti, ecc.

[27] In questa circostanza il segretario dimissionario commise l’errore di rifiutare varie interviste per informare il pubblico delle reali motivazioni delle dimissioni, per non danneggiare il partito nell’imminenza delle elezioni.

[28] Pippo Cardello, Nello Greco, Delfo D’Anna, Santo Ragazzi e Lino Spada.


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