Sei all'interno di >> :.: Culture | ParoleRubate |

Lentini e la nuova politica (1960-1964)

"Le elezioni comunali del 1960, tenute per la prima volta col sistema proporzionale, segnarono un’autentica svolta nella politica lentinese, non solo per quanto riguardava l’atteggiamento dei partiti e la loro strategia di fondo"... Una nuova puntata della storia politica di Lentini, di Ferdinando Leonzio, in esclusiva per Girodivite.
di Ferdinando Leonzio - mercoledì 18 aprile 2018 - 1270 letture

Le elezioni comunali del 1960, tenute per la prima volta col sistema proporzionale, segnarono un’autentica svolta nella politica lentinese, non solo per quanto riguardava l’atteggiamento dei partiti e la loro strategia di fondo, ma anche per avere incentivato una notevole tendenza al trasformismo, prima piuttosto raro in città. Tale tendenza in vari casi darà luogo al cosiddetto “salto della quaglia”, cioè al passaggio, inusitatamente disinvolto, da uno schieramento all’altro.

Inoltre, come la precedente legge elettorale maggioritaria aveva favorito le coalizioni, così la proporzionale spinse tutte le forze politiche a presentarsi col proprio simbolo e col proprio programma, potendo perciò evidenziare al massimo ciascuna la propria identità.

Il quadro politico che precede le elezioni del 1960

Per capire le ragioni profonde di tali mutamenti, gli schieramenti e le collocazioni delle forze politiche in città è necessario ricostruire qualche antecedente storico e osservare da vicino le vicende e le personalità che fiorirono allora all’interno dei principali partiti politici presenti in città.

Il 23 ottobre 1958 alla presidenza della Regione Sicilia, contro le direttive del suo partito [1] era stato eletto l’autorevole deputato regionale democristiano, Silvio Milazzo [2]. La sua elezione era scaturita da un’inaspettata convergenza tra una parte dei deputati dc, il PCI, il PSI, i monarchici e i missini, forze tutte che erano entrate. nel nuovo governo regionale. Tale operazione era stata vista da molti come una giusta ribellione contro il soffocante centralismo romano che insidiava l’autonomia siciliana. L’inusitata operazione introdusse nel linguaggio politico il termine milazzismo per indicare la convergenza fra le opposizioni di destra e di sinistra onde battere il monopolio del potere del centro, dominato dalla DC.

Essendosi rifiutato di dimettersi, come gli imponevano gli organi centrali del suo partito, Milazzo venne espulso dalla DC e, l’8 novembre 1958, fondò un proprio movimento: l’Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), alla testa del quale si presentò alle elezioni regionali del 7 giugno 1959, riuscendo poi a formare un nuovo governo regionale (senza il MSI) [3].

Anche a Lentini venne fondata una sezione dell’USCS, con sede in Via Conte Alaimo. Promotore e leader ne fu il prof. Giuseppe Nanfitò, una figura di pedagogista di grande spessore, che andrebbe in qualche modo ricordata dalla sua Città [4]. Il nuovo partito, schieratosi a fianco delle sinistre, presentò una sua lista alle elezioni municipali del 6 novembre 1960.

JPEG - 81 Kb
Nello (Sebastiano) Arena (1915-1984)

Nel fortissimo PCI lentinese, dopo la caduta del gruppo dirigente capeggiato da Giovanni Pupillo [5], più precisamente nel periodo della gestione “centrista” del partito (segreterie di Nicolò Manganaro e di Angelo Peluso) [6] era prepotentemente riemersa la corrente areniana e il suo prestigioso leader [7] Nello Arena che, pur essendo consigliere comunale nella legislatura 1956-1960, era rimasto per lungo periodo silente ed appartato dalle vicende politiche ed amministrative, forse frenato dall’autorevole leadership di Otello Marilli [8].

Nell’ultimo biennio però la sua componente [9] aveva fortemente esteso la sua influenza in tutte e tre le sezioni che il PCI era riuscito a formare a Lentini [10], di cui aveva poi assunto il pieno controllo. Alla viglia delle elezioni la candidatura a sindaco di Nello Arena, autodidatta di spiccata intelligenza e cultura [11] e oratore di straordinaria efficacia [12], appariva scontata ed inarrestabile, nonostante il mugugno dei suoi avversari interni, ormai sulla difensiva.

Anche in casa del PSI erano avvenuti notevoli cambiamenti, specialmente dopo la morte del suo prestigioso segretario, il ferroviere antifascista Gaetano Zarbano [13], avvenuta il 6 gennaio 1959. A succedergli era stato chiamato l’avv. Filadelfo Pupillo, nipote dell’on. Francesco Marino [14] e intellettuale intraprendente con una naturale inclinazione per l’attività politica. Al suo fianco esponenti della vecchia guardia, come Nino Giudice e Turi Sorbello e giovani emergenti come Sebastiano Centamore, presidente dell’Associazione dei Cacciatori e Peppino Battiato, sindacalista della CGIL nel settore “Enti locali”. Animavano inoltre la sezione militanti influenti e impegnati come Alfio Ferrauto, ex assessore e Alfio Floridia, ex partigiano in Jugoslavia, Turi Mangiameli, Alfio Serratore, i giovani del Movimento Giovanile Socialista, e tanti altri.

Circa un anno prima delle elezioni comunali rientrò a Lentini e quindi nella sezione socialista l’avv. Mario Ferrauto, la cui famiglia molti anni prima si era trasferita a Sortino. Il suo carattere aperto ed esuberante gli attirò presto molte simpatie e attorno a lui si formò un gruppo di entusiasti seguaci che ne sostenevano la leadership nella sezione. Si arrivò così ad una segreteria bicefala Pupillo-Ferrauto.

La composizione della lista per le comunali fu notevolmente sofferta, specie quando si diffuse la fobia delle omonimie: essendo ormai essenziali per i pochi seggi [15] che la proporzionale avrebbe assegnato al PSI, la battaglia per le preferenze divenne frenetica e si impose l’esigenza di impedirne ogni dispersione, anche evitando di mettere in lista candidati con lo stesso cognome. Così Alfio Ferrauto, consigliere uscente, rinuncerà alla candidatura per non intralciare Mario Ferrauto, mentre Carlo Centamore si ritirerà per non danneggiare Sebastiano Centamore.

Nulla di nuovo, invece, in casa PSDI, ormai divenuto “il partito di Castro”, che ancora si leccava la ferita delle recenti elezioni regionali, in cui aveva preso solo 158 voti (1,87 %) e si rotolava nel suo ormai radicato anticomunismo, che spesso si estendeva ai cugini del PSI. Ma il partito resisteva, anche grazie al fatto di poter usufruire gratuitamente di una sede propria, in Via Italia, concessa al PSDI dagli assegnatari di Bonvicino, tutti devoti a Castro, che da braccianti che erano, grazie alla cooperativa “Il lavoro”, li aveva fatti diventare proprietari di fiorenti agrumeti. Unico fatto relativamente nuovo, l’emergere di due validi quadri: Peppino Pisano, destinato a succedere a Castro in campo politico, e il geom. Carmelo Fangano. Il partito fu comunque in grado di presentare una lista.

Negli anni precedenti le elezioni la DC di Lentini si era andata meglio organizzando, mentre si modificava e si allargava la sua base di iscritti e di elettori. Da partito cattolico, quasi emanazione diretta della locale Chiesa cattolica [16],grazie all’apporto di nuovi associati provenienti per lo più da organizzazioni fiancheggiatrici [17] e dalla borghesia delle professioni, essa si stava trasformando in un partito moderato interclassista di massa, che acquistava sempre più autonomia dalla Chiesa, tuttavia sempre tenuta in grande considerazione.

Tale trasformazione comportò, al suo interno, anche il formarsi di due diverse visioni della presenza politica del partito nella società. Alla visione, in certo senso elitaria dei Bombaci, dei Tribulato, dei Butera prese man mano a contrapporsi una visione più popolare, più vicina alle masse, in un certo senso anche più laica, di cui esponente più influente divenne il giovane emergente Enzo Nicotra [18]. Per il momento le due “anime” della DC convivevano, anche se la vecchia guardia cominciava a guardare con un misto di stupore e di diffidenza la crescita politica del giovane segretario e i mutamenti strutturali nel partito, in quanto si trovava di fronte ad una concretezza operativa che, se superava nei risultati la strategia precedente, le appariva troppo innamorata del potere.

Alle elezioni comunali la DC si presentò comunque compatta, mettendo in lista tutti i suoi maggiori big, ad eccezione di ‘Nzino Bombaci, nominato da poco vicedelegato (vicepresidente) dell’Amministrazione Provinciale e di Enzo Nicotra, membro della CPC. La sua lista era capeggiata dall’avv. Alessandro Tribulato, candidato alla sindacatura e capogruppo designato.

Anche nel MSI era emerso un nuovo gruppo dirigente attorno all’avv. Salvatore Neri [19], che sarà per molti anni leader del partito. Accanto a lui operavano personaggi di notevole spessore politico, come il cav. Attilio Iachelli, per lunghi anni segretario amministrativo della sezione.

La leadership dell’avv. Neri era però contrastata da un’altra forte personalità emersa nel partito: quella del rag. Salvatore Manoli. Il sostanziale dualismo che ne conseguiva, al di là delle differenze caratteriali e dell’inevitabile intreccio con le problematiche locali, poteva in certo qual modo farsi risalire alle due anime missine che, a livello nazionale, convivevano nel partito fin dalla sua costituzione: quella, cosiddetta “in doppiopetto”, incarnata da Michelini a Roma e da Neri a Lentini, propensa ad inserire il partito nella dialettica politica e a incidere sulle istituzioni; e quella, interpretata a Lentini da Manoli, che per lo più guardava ad Almirante, che era più legata idealmente alle istanze della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945) ed era fautrice di un’azione politica che non si concentrasse esclusivamente sul momento elettorale. Il successivo dipanarsi delle vicende storiche assegnerà, senza ombra di dubbio, la prevalenza alle tesi di Neri, consegnando ad un passato senza ritorno le aspirazioni di Manoli [20] e dei suoi sodali. Il MSI aveva comunque raggiunto un’efficienza organizzativa tale da consentirgli di presentare, senza difficoltà, una propria lista alle elezioni del 1960.

Le elezioni amministrative del 1960

Le urne, ancora una volta, decretarono la vittoria delle sinistre, questa volta comprensive dell’USCS.

IL PCI, cedendo qualcosa al PSI e all’USCS, raggiunse il 42,3 % e 18 seggi, con la rappresentanza di tutti i gruppi interni [21] e registrò il trionfo del suo capolista Arena, che ottenne oltre 5000 preferenze, ponendo così una fortissima ipoteca sulla carica di sindaco.

Al PSI (11,7 %) andarono quattro seggi che furono assegnati all’avv. Mario Ferrauto, trionfalmente eletto, con oltre 500 preferenze, ormai segretario unico del PSI lentinese; all’emergente Sebastiano Centamore, assessore uscente; all’ing. Carlo Cicero, prestigiosa figura di intellettuale [22]; al coltivatore diretto Giovanni Bruccone.

L’unico seggio dell’USCS (2,9 %) andò al suo fondatore prof. Giuseppe Nanfitò, il primo dei tre leader a parlare nel comizio di ringraziamento agli elettori, in cui esordì con queste parole. “Gioisci, popolo, perché hai vinto…”. Anche il PSDI riuscì conquistò un seggio, che riportò in Consiglio Comunale l’inossidabile Filadelfo Castro [23]; il PSDI, che alle regionali dell’anno precedente era precipitato all’1,87 %, riuscì a risalire la china con il 2,9 % delle comunali. Castro [24] morirà il 10 marzo 1963, non arrivando quindi a completare la legislatura; a lui subentrerà il primo dei non eletti della sua lista, Peppino Pisano, suo fedele seguace ed estimatore, che volle sempre onorare la memoria del suo Maestro.

Indiscutibile il successo della DC, la cui forza elettorale non fu neanche scalfita dalla scissione dell’USCS. Essa, infatti col suo ottimo 34,8 % superò il 31,4 % delle politiche del 1958 e confermò il successo delle regionali 1959, in cui aveva raggiunto il 34,41 %, ottenendo ben 14 seggi sui 40 del C.C. Nella campagna elettorale si erano impegnati a fondo tutti i suoi principali leader: Nicotra, componente della CPC ed assai vicino all’on. Andreotti, Bombaci, vicedelegato all’Amministrazione provinciale e molto legato all’on. Scelba, Tribulato, presidente del Consorzio di Bonifica del Lago di Lentini. Il partito aveva fatto appello alle forze sociali per le quali si era battuto negli anni precedenti: agli artigiani, a favore dei quali era stata emanata la legge per il “riconoscimento giuridico dell’artigiano”, quella per la Cassa Mutua e quella per la pensione; ai coltivatori diretti, che avevano ottenuto la Cassa Mutua e la pensione; ai commercianti, che anch’essi avevano conquistato la Cassa Mutua; agli assegnatari della riforma agraria, ai quali era stato ricordato che l’apposita legge era stata approvata all’ARS col voto contrario delle sinistre [25], agli ex pescatori e cacciatori del Biviere, ai quali veniva ricordata l’azione di mons. La Rosa, dell’on. Gaetano Lo Magro e dello stesso Nicotra in loro favore, che gli aveva procurato l’assegnazione di fertilissimi terreni. Il partito aveva anche usufruito dell’immancabile sostegno delle organizzazioni cattoliche.

Risultarono eletti, oltre l’avv. Alessandro Tribulato, i maggiori esponenti della vecchia guardia come l’ing. ‘Nzino Ragazzi, il cav. Pasquale Valenti, il cav. Salvatore Butera, presidente dei Coltivatori Diretti, e giovani emergenti come l’avv. Salvatore Moncada, futuro leader della minoranza interna.

Il MSI, col suo 5,4 % resse abbastanza bene, ottenendo due seggi, attribuiti al commerciante Saretto Amato e al cav. Attilio Iachelli, originario di Francofonte e galantuomo molto stimato anche oltre le file del suo partito, di cui non rinnegherà mai gli ideali.

La sindacatura Arena

Il 23 novembre 1960 Sebastiano (Nello) Arena, sostenuto dalla coalizione PCI-PSI-USCS, fu eletto sindaco e il 13 dicembre successivo si insediò la Giunta Comunale da lui presieduta [26].

L’oratore, l’agitatore, il polemista che ben sapeva interpretare i sentimenti delle masse, si trovò così a doversi confrontare con la prosaica realtà amministrativa di tutti i giorni, su un terreno che forse non era il suo, sempre alle prese con i lacci della burocrazia.

La sua forte personalità, secondo alcuni accentratrice, non poteva non suscitare opposte passioni. Nel suo stesso partito si crearono due fronti contrapposti: quello dei suoi sostenitori [27] e quello dei suoi oppositori, il cui esponente principale era Guido Grande, il cui gruppo, più politicizzato e meno esposto a spinte emotive, forse più allineato alla politica nazionale del PCI, agiva d’intesa con un trio di consiglieri comunali, destinati ad avere un notevole ruolo nella politica locale: il rag. Vitale Martello (che concluderà il suo cammino politico nel PSI), il corpulento commerciante Vincenzo Crisci [28] e, molto più pacatamente, il commerciante Bruno Ossino. In questo schieramento antiareniano cominciava ad emergere anche un giovane militante: Ciccio Vinci, futuro consigliere provinciale.

Anche nel PSI si profilavano divisioni tra una salda maggioranza interna facente all’avv. Mario Ferrauto, che cumulava la carica di segretario del partito e quella di vicesindaco, e una minoranza guidata dall’avv. Filadelfo Pupillo, ormai estromesso dalla segreteria.

Sullo sfondo già si vedevano: una costante “mutazione genetica” della base, in cui affluivano nuovi iscritti, attirati, più che dalla battaglia per il socialismo, dall’inebriante odore del potere; un’insofferenza per ogni forma di critica; le lusinghe che arrivavano dall’opposizione, abilmente guidata dall’avv. Nicotra; il diffuso anticomunismo della base, derivante dal fatto che la maggior parte del gruppo dirigente era costituita da ex: ex comunisti ed ex socialdemocratici, tutta gente rancorosa nei confronti dei comunisti, dal canto loro piuttosto arroganti.

Questa propensione per la rottura a sinistra era emersa anche nel precongresso sezionale, tenuto in vista del 34° Congresso Nazionale del marzo 1961, in cui l’intera assemblea sezionale si era espressa per la mozione “autonomista” di Nenni [29].

Nell’ottobre 1961 l’amministrazione Arena fu investita da una forte ondata di critiche, provenienti non solo dall’opposizione interna del PCI [30], facente capo a Guido Grande e da quella interna del PSI, guidata dall’avv. Filadelfo Pupillo, ma perfino dalla maggioranza dello stesso PSI, facente capo allo stesso suo vicesindaco Mario Ferrauto, ormai desiderosa di sperimentare anche a Lentini la formula di centro-sinistra, che dai primi anni ’60 andava diffondendosi in Italia.

Questo accerchiamento di Arena, alimentato da rivalità e vecchi rancori, esterni ed interni al PCI, dall’anticomunismo diffuso nel PSI, al punto da determinare nella sezione l’improvviso accordo tra maggioranza e minoranza [31], le pressioni dell’opposizione consiliare [32], desiderosa di mandare a casa i comunisti di tutte le scuole e di entrare nell’area del potere cittadino, portò alla crisi dell’amministrazione Arena, formalizzata da una mozione di sfiducia presentata dall’opposizione e approvata dal Consiglio Comunale con 22 voti su 40 [33].

L’opposizione “democratica” (cioè non comprendente i missini) era però composta da 14 consiglieri DC e 1 PSDI, a cui si aggiunsero i 4 socialisti, ormai anch’essi fautori del centro-sinistra, per un totale di 19 consiglieri, numero insufficiente per qualunque deliberazione.

Ma a rimuovere l’impasse era intervenuta, poco prima della crisi, l’uscita dai rispettivi partiti di due consiglieri comunali: il vecchio militante comunista Sebastiano Pignatello (la cosa suscitò notevole clamore in città, ancora non abituata a simili “uscite”) e quella di Saretto Amato dal MSI [34].

La sindacatura di Mario Ferrauto

L’apporto di Amato e Pignatello, divenuti indipendenti, diventerà determinante anche per l’elezione del nuovo sindaco e della nuova Giunta Municipale di centro-sinistra, sostenuta da Dc-PSI-PSDI e Indipendenti e presieduta dall’avv. Mario Ferrauto (PSI) [35].

L’operazione rappresentava un grande successo per la locale sezione della DC, che per la prima volta, e con una qualificata delegazione, entrava nella “stanza dei bottoni” [36] cittadina. Ma era anche un successo personale del suo segretario Enzo Nicotra che, con la sua politica, aveva fatto raggiungere al suo partito un risultato da tempo molto desiderato, ma mai realizzato.

Intanto la crisi interna al PCI era cresciuta oltre ogni limite, tanto che la Federazione provinciale del partito, guidata dal giovane Manlio Guardo, si era vista costretta a sciogliere le tre sezioni di Lentini e a ricostituirne una sola, con un tesseramento del tutto nuovo, con l’evidente scopo di operare una severa selezione dei militanti, al fine di evitare per il futuro ogni possibile ritorno delle fazioni.

In seguito a questa impostazione, non richiesero la tessera e quindi rimasero fuori del partito le due ali estreme: la “sinistra” di Arena [37] e dei suoi sodali e la “destra” dei consiglieri Vincenzo Crisci e Vitale Martello. Fu in questa circostanza che si affermò e si consolidò nel PCI la leadership di Guido Grande, il dirigente più allineato alla Federazione provinciale e alla politica nazionale del partito.

Dei 18 consiglieri eletti, ridotti a 17 dopo la defezione di Pignatello, solo dieci [38] rimasero nel gruppo consiliare comunista, ormai diviso in tre tronconi, tutti e tre comunque all’opposizione della giunta Ferrauto.

Sbolliti i primi entusiasmi dei vincitori, anche la giunta Ferrauto cominciò a vacillare, non solo per la ferma opposizione comunista, ma soprattutto perché un’ondata di malcontento per gli scarsi risultati prodotti, cominciò a serpeggiare nella DC, timorosa di doversi presentare al prossimo appuntamento elettorale con un insuccesso alle spalle.

La critica alla gestione Ferrauto si estese, durissima, anche all’interno del PSI, dove il gruppo dell’avv. Pupillo, ora in alleanza con quello dei giovani, riuscì a conquistare la maggioranza del Direttivo [39]; tale nuova maggioranza era però a sua volta fortemente contrastata dal gruppo Ferrauto, che poteva contare, oltre che sul potere derivantegli dal controllo dell’Amministrazione Comunale, anche sul sostegno del gruppo che si andava coagulando attorno all’emergente assessore Sebastiano Centamore.

Essendosi le tensioni oltremodo acuite, il Comitato Provinciale socialista, in data 14 luglio 1962, sciolse la sezione di Lentini, nominando una “Commisione di reggenza” di tre componenti [40], col compito di ricostituire la sezione su basi più solide e meno conflittuali.

Il provvedimento scoraggiò la componente Ferrauto - Centamore, ormai ritenutasi emarginata [41].

Il comportamento dei commissari però rovesciò la situazione in favore del gruppo Ferrauto-Centamore, non fece alcuna selezione per il nuovo tesseramento e, soprattutto, impedì ai giovani di votare nell’Assemblea per eleggere il nuovo direttivo sezionale, con la scusa che essi non avevano ripresentato la domanda per la reiscrizione nel partito, “dimenticando” che la tessera della FGS, non sciolta e pienamente riconosciuta dalla Direzione Nazionale giovanile, attribuiva ai suoi titolari il diritto di militare a pieno titolo e di deliberare anche nel partito.

Il nuovo direttivo sezionale, eletto a lista unica, consegnò il partito ad un nuovo gruppo, capitanato da don Antonino Di Noto [42], che con tale procedura divenne il nuovo segretario sezionale.

La sindacatura di Alessandro Tribulato

A tagliare il nodo della traballante Amministrazione Ferrauto, provvide la DC che se ne sganciò nel novembre 1962, dopo essersi assicurata i numeri per formare una nuova giunta, questa volta di centro, con l’esclusione del PSI.

Si trattava però di una giunta di minoranza, potendo ufficialmente contare solo su 19 consiglieri sui 40 del C.C. e cioè 14 della DC, 1 dell’USCS, 1 del PSDI e 3 indipendenti (Saretto Amato, Sebastiano Pignatello e l’ex PSI Giovanni Bruccone, per l’occasione dichiaratosi indipendente). Sindaco divenne (21 novembre 1962) l’avv. Alessandro Tribulato, uno degli esponenti più prestigiosi della DC lentinese, uomo assai colto e dai modi signorili. Egli però era stato eletto (votazione segreta) con 21 voti [43], cioè con due voti in più di quelli su cui poteva ufficialmente contare, il che portò il nuovo direttivo del PSI, presieduto dal Di Noto, ad espellere dal partito (senza alcuna garanzia procedurale e statutaria) non solo Giovanni Bruccone, ma anche l’ing. Carlo Cicero, il più prestigioso esponente dei socialisti lentinesi [44].

La nuova amministrazione [45], che per la prima volta vedeva alla sua testa un cattolico, aveva tuttavia in sé elementi di debolezza: non era sostenuta da una maggioranza consiliare, aveva al suo interno indipendenti di varia provenienza ed era praticamente sostenuta dalla sola DC.

Ma neanche il partito dello Scudo Crociato, nonostante l’indiscutibile successo e l’apparente solidità [46], era uscito indenne dalle vicende della travagliata legislatura che aveva visto succedersi già tre sindaci (Arena, Ferrauto e Tribulato). Fu, infatti, nel periodo dell’amministrazione Tribulato che nella DC comincerà ad emergere un contrasto di fondo tra le due anime della sezione che durerà fino allo scioglimento del partito.

L’avv. Tribulato, galantuomo di vecchio stampo, rispettoso delle leggi e delle istituzioni, non era forse la personalità più adatta a fronteggiare le aspettative clientelari che fatalmente emergono attorno all’area del potere, quando le file dei partiti immancabilmente si ingrossano. Inoltre il sindaco, geloso delle sue prerogative, mal si acconciava alle interferenze del partito; il quale però non si rassegnava ad essere escluso dalle scelte più importanti per la Città. Si intrecciavano perciò malintesi e malumori, che facevano riemergere gli antichi contrasti tra la visione “aristocratica” della politica, propria del vecchio gruppo dirigente e quella “popolaresca” del giovane segretario sezionale Nicotra e dei suoi sostenitori [47]. I nuovi arrivati vedevano i vecchi come nobilastri con la mosca al naso, mentre a loro volta erano considerati da quelli , più che come nuovi arrivati, come nuovi arrivisti.

I contrasti [48] fra gruppo e gruppo, fra Tribulato e Nicotra erano ormai ad uno stadio molto avanzato, quando un paio di risultati elettorali [49], negativi per la DC lentinese, indussero, con un gesto di rara eleganza istituzionale [50], il sindaco Tribulato a rassegnare le dimissioni.

A Tribulato non mancò il cavalleresco riconoscimento di Arena in Consiglio Comunale: “Nella vita politica occorrono due virtù: l’onestà e il coraggio. Al sig. sindaco stasera non sono mancate queste due virtù”.

Il Consiglio Comunale tenne la sua ultima seduta proprio sotto la presidenza di Arena, nella sua qualità di consigliere anziano per voti, il 24 maggio 1963. I 32 presenti si astennero tutti dalla votazione per l’elezione del nuovo sindaco, aprendo così la strada a una gestione commissariale.

Il direttivo sezionale della DC era ormai a maggioranza saldamente nicotriana.

La sindacatura commissariale di Vincenzo Pisano

Commissario Regionale fu nominato il medico lentinese Vincenzo Pisano, che restò in carica un anno (2 dicembre 1063/9 dicembre 1964). La sua gestione fu fortemente avversata non solo dal PCI, ma anche dalla minoranza della DC, al punto che l’avv. Vincenzo Bombaci, che del partito era stato il primo organizzatore, si dimise dalle sue cariche provinciali, lasciò la DC e aprì un Circolo Don Sturzo, con sede in Via Roma.

Si cristallizzava cosi l’eterno contrasto tra le due anime della DC.

Al PCI, frantumato dalle vicende del recente passato, in vista delle nuove elezioni, per cercare di riprendersi non restava che ritornare ad un passato già una volta sperimentato: richiamare a Lentini Otello Marilli.


Articoli correlati

Fascisti e socialisti a Lentini

Lentini dal fascismo al socialismo: 1943-1946

Lentini dal Socialismo al Comunismo: 1946-1952

Fermenti politici e sociali nella Lentini rossa (1952-1960)

Lentini e la nuova politica (1960-1964)

La Lentini di Marilli (1964 – 1970). Prima parte


Nella foto: Nello (Sebastiano) Arena.


[1] Il candidato ufficiale della DC era Barbaro Del Giudice.

[2] Silvio Milazzo (1903-1982) era originario di Caltagirone, città che aveva già dato i natali a importanti personaggi politici, quali il prete don Luigi Sturzo, fondatore, nel 1919, e leader del Partito Popolare Italiano (precursore della DC); Mario Scelba, famoso ministro dell’Interno democristiano dei governi centristi del secondo dopoguerra e poi anche Presidente del Consiglio; Arturo Vella, vicesegretario del PSI negli anni precedenti il primo conflitto mondiale e poi uno dei maggiori leader massimalisti, fatto oggetto perfino delle “attenzioni” di Lenin e promotore del Comitato di Difesa Socialista assieme a Pietro Nenni nel 1923.

[3] Esponente di spicco dell’USCS in questo periodo fu l’on. Ludovico Corrao, oratore eccezionale, che parlò più volte anche a Lentini. Il governo Milazzo cadde agli inizi dl 1960, in seguito alla defezione del deputato Benedetto Majorana della Nicchiara, che divenne a sua volta Presidente della Sicilia. L’USCS si scioglierà di fatto nel 1963.

[4] Giuseppe Nanfitò, laureato in Pedagogia, educatore e specialista di didattica, iniziò la sua carriera come maestro elementare, ancora oggi ricordato dai suoi alunni superstiti, per avere, fra l’altro, fatto ricoprire ad alcuni di loro, regolarmente e periodicamente eletti, le cariche di sindaco e di assessore (uno di essi dai suoi ex compagni viene ancora scherzosamente definito “il sindaco”) per abituarli ai meccanismi della democrazia. Concluse la sua carriera come professore di Pedagogia all’Università di Catania. Fu assessore alla Pubblica Istruzione nelle giunte Arena e Tribulato. Delle sue opere possiamo ricordare: Ordinamenti scolastici nel mondo, Muglia, Catania, 1965 e Legislazione scolastica Editrice italiana Artigrafiche, 1966.

[5] Dopo il ritiro di Giovanni Pupillo dalla politica attiva, leader del gruppo divenne Guido Grande, futuro segretario provinciale della CGIL e deputato regionale.

[6] La gestione “centrista” della sezione comunista era stata preceduta dalle segreterie di Giulio Bruno e di Mario Strano.

[7] Nello Arena (Catania 20-8-1915/Roma 20-10-1984), artigiano orologiaio, visse e svolse la sua attività essenzialmente a Lentini. Appassionato sostenitore degli umili, si rivelò leader carismatico del PCI lentinese, nel cui ambito assunse posizioni di “sinistra”, suscitando l’entusiastico fervore dei suoi sostenitori e il rancoroso ostracismo dei suoi avversari, esterni ed interni al partito. I suoi detrattori lo consideravano un capopopolo dall’incerta ideologia, mentre i suoi estimatori ne esaltavano le qualità umane e politiche. Certamente era un uomo onesto, nella buona e nella cattiva sorte. Il che non è poco.

[8] Marilli, dopo la sua mancata riconferma alla Camera del 1958 (“se lo sono giocato a Siracusa”, dicevano i suoi compagni di Lentini) era emigrato a Catania, dove sarà eletto consigliere provinciale.

[9] Giovanbattista Manganaro, Paolo Carani, Tanuzzu Pizzolo, Peppino Mendola, Turi Miceli, Pippo Leonardi, Francesco Coppola, Carmelo Ansaldo, ecc.)

[10] Intitolate rispettivamente a Gramsci (la centrale di via Roma 10), a Lo Sardo (zona S. Paolo) e a Lenin (Sopra Fiera)

[11] Un giorno due universitari socialisti , con cui intratteneva affettuosi rapporti di amicizia, si recarono a trovarlo a casa sua. La moglie li pregò di attendere qualche minuto nello studio; durante la breve attesa essi ebbero modo di notare che le pareti della stanza erano interamente ricoperte da scaffali pieni di libri. Non poterono, perciò fare a meno di chiedergli: “Ma tu li hai letti proprio tutti questi libri?”. Ed egli rispose “Sì, ma vorrei aver letto tutti quelli che non sono in questa stanza”.

[12] Si diceva che il suo stile oratorio fosse analogo a quello di Mussolini, notoriamente oratore di grande presa sull’uditorio.

[13] Nel 1924, dopo l’assassinio di Matteotti, Zarbano aveva abbracciato l’ideale socialista; nel 1935, accusato di propaganda socialista, gli era stato inibito l’ingresso in Sicilia. Era rientrato a Lentini dopo la guerra, aderendo subito alla sezione del PSI, ricostituita nel 1955-56. Fra i suoi collaboratori personaggi di assoluto prestigio e di illibata correttezza, come Peppino Aliano, Carlo Cicero, Guglielmo Moncada, Peppino Ferrauto, Luigi Di Pietro.

[14] Marino, alcuni anni dopo la sua espulsione dal PCI per il suo voto – nonostante il diverso orientamento del suo partito – favorevole alla riforma agraria, era rientrato nel PSI a cui si era iscritto nel lontano 1911. Non vi svolgerà però alcun ruolo.

[15] Nel recente passato dei 20 candidati socialisti della lista “Gorgia” (PCI-PSI) del 1956 10 erano stati subito eletti (assieme a tutti i 20 comunisti) e gli altri 10 erano tutti diventati consiglieri comunali, in seguito a dimissioni o rinunce.

[16] Animatore discreto, quanto perspicace, ne era stato il parroco della Chiesa Madre, mons. Francesco la Rosa.

[17] ACLI, CISL, Coltivatori Diretti, Associazione Cristiana Artigiani, Associazione Sportiva “Libertas”.

[18] Nicotra, eletto consigliere comunale nel 1956, era diventato segretario della sezione nel 1957, col sostegno del segretario provinciale Graziano Verzotto (conserverà la carica fino al 1974). Nel 1958 entrò nella Commissione Provinciale di Controllo (CPC), dove rimase fino al 1970, negli ultimi quattro anni da presidente.

[19] Egli era figlio del leader storico e fondatore del partito a Lentini, rag. Sebastiano Neri, consigliere e capogruppo uscente.

[20] Il rag. Salvatore Manoli (Lentini 28-8-1930/Parma 7-11-1996), figura di gentiluomo di vecchio stampo, già da giovanissimo si era orientato politicamente a destra, ai cui ideali rimase fedele fino alla morte. Fu fondatore a Lentini di un Centro Studi Mussoliniano, con sede in Via Arrigo Testa. Nel 1964, con un gesto forse più esteriore che intimamente vissuto, aderì al movimento “Nuova Repubblica”, fondato da Randolfo Pacciardi, che aveva capeggiato una scissione dell’ala destra del PRI. Successivamente rientrerà nel partito e nel 1972 sarà candidato missino alla Camera, dopodiché lascerà la politica attiva, senza nulla rinnegare dei propri ideali. Vicinissimo nella sua azione politica gli fu il fratello dott. Gregorio, per molto tempo considerato una delle maggiori autorità, dal punto di vista ideologico, della destra lentinese.

[21] Fra gli eletti l’ex sindaco Vitale Martello, il capogruppo Bruno Ossino, il vecchio antifascista Carmelo Ansaldo (“areniano”), Ignazio Magrì (“centrista”), Vincenzo Crisci, il più deciso avversario interno di Arena.

[22] L’ing. Cicero fu, per molti anni, presidente del Centro Studi Notaro Jacopo, della Biblioteca Comunale e del famoso Premio Lentini. Era un socialista turatiano, proveniente dalla sinistra socialdemocratica. Aveva abbonato, di tasca sua, il Centro Studi all’Avanti! e la sezione del PSI alla più antica rivista socialista, fondata da Fillippo Turati, Critica Sociale.

[23] Egli era ormai il leader indiscusso della locale socialdemocrazia; era anche cresciuto il suo anticomunismo, ormai divenuto – come si diceva allora – “viscerale”, ampiamente ricambiato dai comunisti.

[24] Castro, nella sua lunga carriera politica, non uscì mai dalle acque, pur agitatissime, del socialismo italiano, che egli attraversò tutte, da sinistra a destra, senza mai valicarne i limiti.

[25] Con l’eccezione dell’on. Francesco Marino, per questo poi espulso dal PCI.

[26] Assessori effettivi: Mario Ferrauto (vicesindaco), Sebastiano Centamore, Giovanni Bruccone (PSI), Ignazio Magrì, Giovanni Manganaro (PCI), Giuseppe Nanfitò (USCS); assessori supplenti: Cirino Garrasi e Peppino Mendola (PCI).

[27] Molti suoi sostenitori, dopo la sua partenza da Lentini, diventeranno “filocinesi”. Alcuni di loro andranno nel PSIUP o nella sinistra extraparlamentare

[28] Pare che in uno degli accesi dibattiti interni, Arena abbia gridato al suo antagonista: “Crisci, non abbiamo paura della tua circonferenza!”.

[29] Con la sola eccezione dello studente in medicina Paolo Messina, dichiaratamente “morandiano”. Nel Comitato Provinciale furono eletti 4 rappresentanti, tutti autonomisti, della sezione di Lentinii: l’avv.Filadelfo Pupillo, l’imprenditore edile Alfio Serratore, lo studente Ferdinando Leonzio (leader del MGS) e l’avv. Mario Ferrauto, che però in sede congressuale provinciale passò ad una mozione “autonomista locale” presentata dalla sezione di Canicattini, guidata da due professori di lettere: Vincenzo Bondì e Salvatore Miceli.

[30] Un segnale eloquente dell’imminente crisi fu il passaggio dell’assessore comunista G. Manganaro dall’area “areniana”, di cui era stato esponente di primo piano, a quella “martelliana”. Manganaro, alcuni anni dopo, aderirà al PSI.

[31] Ad opporsi, nel PSI a quella che era ritenuta una specie di congiura di “destra” rimase, vigorosamente, solo Il forte Movimento Giovanile Socialista. Quest’ultimo, verso la fine del 1961, era divenuto organizzazione autonoma col nome di Federazione Giovanile Socialista (FGS), la cui tessera – particolare questo molto importante per gli sviluppi futuri della dialettica interna – attribuiva ai giovani la doppia militanza, nella FGS e nel PSI, nei cui organismi i giovani iscritti alla FGS avevano pertanto pieno diritto di voto.

[32] Si arrivò al punto che l’avv. Nicotra, segretario della DC, fu fatto parlare in un’assemblea sezionale del PSI, per sollecitarne l’adesione all’auspicato centro-sinistra

[33] Votarono a favore della mozione di sfiducia 14 consiglieri della DC, 4 del PSI, 1 del Psdi, 1 del MSI e 2 indipendenti.

[34] Tempo prima Amato aveva donato al MSI lentinese il gagliardetto della sezione.

[35] Della Giunta facevano parte gli assessori effettivi: Sebastiano Centamore e Giovanni Bruccone (PSI), l’avv. Giovanni Sgalambro (vicesindaco), l’ing. Alfio Buccheri, il dott. Salvatore Moncada, e il sig. Mercurio Di Mari (DC); assessori supplenti: Saretto Amato e Sebastiano Pignatello (Indipendenti).

[36] Lo slogan sarà coniato da Nenni nel 1964.

[37] La frazione areniana per qualche tempo rimarrà compatta attorno al suo leader e in seguito (1964) entrerà nel PSIIUP. Arena emigrerà a Roma dove pare abbia ripreso la tessera del PCI, per interessamento dell’on. Umberto Terracini.

[38] Fra di essi il capogruppo Bruno Ossino, Ignazio Magrì, Alfio Raiti, Peppino Calamaro, Ciccio Ciciulla e Cirino Garrasi.

[39] Nell’Assemblea sezionale del 30 aprile 1962. Segretario ridivenne l’avv. Filadelfo Pupillo, con vicesegretario Ferdinando Leonzio. La nuova dirigenza poteva contare sul sostegno del capogruppo consiliare ing. Carlo Cicero, sulla grande maggioranza della FGS e su tre componenti del Comitato Direttivo della Federazione (Pupillo, Leonzio, Serratore).

[40] I tre componenti rappresentavano le tre correnti del partito siracusano: Ciccio Ganci (“Sinistra”), Salvatore Pitruzzello (“Autonomia”) e Vincenzo Bondì (“Autonomia locale”). Quest’ultimo gruppo (a cui si era legato l’avv. Mario Ferrauto), alleandosi inizialmente con la “sinistra” aveva consentito l’elezione a segretario provinciale dell’ottimo avv. Peppino Panico, della sinistra; successivamente aveva rotto l’alleanza, facendone un’altra con gli autonomisti puri, ed ottenendo in cambio la segreteria, nella persona del prof. Salvatore Miceli. Bondì e Miceli, entrambi di Canicattini, erano così diventati i veri “padroni” della Federazione.

[41] Pare che essa abbia tentato un passaggio in massa nella socialdemocrazia locale, che l’esperto e prudente Castro avrebbe respinto.

[42] La sezione giovanile, divenuta la più forte della provincia, con ben 62 iscritti, fece tutti i ricorsi possibili, approvò documenti e concesse interviste. Alla fine, sfiduciata, si disperse. In seguito alcuni aderirono al PCI e pochi altri, in seguito a un mutamento di clima nella sezione, rientrarono nel PSI.

[43] Il nuovo gruppo dirigente del PSI, di fronte al pericolo di rimanere lontano dal potere, aveva tentato di riacquistare una verginità di sinistra, sostenendo la candidatura a sindaco del capogruppo del PCI Bruno Ossino, che però riportò 18 voti contro i 21 di Tribulato.

[44] L’ing. Cicero, trasferitosi a Catania, fu riaccolto da quella Federazione, con tutti gli onori, nel PSI.

[45] Assessori effettivi erano: l’avv. Giovanni Sgalambro, il prof. Mario Ciancio, il geom. Antonino Casella, il sig. Mercurio Di Mari (DC), il prof: Giuseppe Nanfitò (USCS) e l’ex socialista Giovanni Bruccone; supplenti: Saretto Amato (ex MSI) e Sebastiano Pignatello (ex PCI). Il PSDI, come per la precedente giunta Ferrauto, diede solo l’appoggio esterno.

[46] Il PCI si era diviso in tre parti e il PSI e il MSI avevano avuto i gruppi consiliari dimezzati.

[47] Fra di essi ricordiamo i noti Ciccio Greco e Delfo Pulia.

[48] Tali contrasti si trascineranno per tutta la durata del partito, perdendo pian piano per strada ogni riferimento ideale e divenendo pura lotta di fazione.

[49] La DC, che alle comunali aveva conseguito un ottimo 34,8 %, alle politiche del 28-4-1963 era precipitata al 25,6 % e alle regionali del 9-6-1963 si era fermata al 32,4 %.

[50] Anche Castro, in seguito al negativo risultato del suo partito alle elezioni regionali del 1947, pur avendo ancora la maggioranza in Consiglio Comunale, si era dimesso da sindaco.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -