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Lentini dal fascismo al socialismo: 1943-1946

La città di Lentini tra il 1943 e il 1946. Il passaggio delicato dal fascismo alla Repubblica democratica, gli uomini e le donne che fecero l’impresa e consegnarono alle future generazioni una città piena di speranza e di voglia di uscire dalla crisi.
di Ferdinando Leonzio - sabato 6 gennaio 2018 - 3009 letture

Quando, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, gli Alleati, mettendo in campo due potenti armate, una americana comandata dal gen. Patton e l’altra britannica guidata dal gen. Montgomery, comprensive di ben 160.000 uomini, sostenuti da 286 navi e da due portaerei, sbarcarono la prima nel golfo di Gela e l’altra nel golfo di Siracusa, la Sicilia era già prostrata dai disagi della lunga guerra e dagli intensi bombardamenti „preparatori“ che avevano preceduto l’inizio dell’“Operazione Husky“, nome in codice del piano strategico dell’invasione.

Gli eserciti italiano e tedesco, con aspri combattimenti di contrasto, riuscirono solo a ritardare l’occupazione dell’isola, che si concluse il 17 agosto successivo.

Per governare il primo territorio strappato alle potenze dell’Asse era stata creato dagli anglo-americani l’A.M.G.O.T. (Governo Militare Alleato dei Territori Occupati).

A Lentini gli Alleati entrarono il 15 luglio 1943. Il Comune era allora amministrato dal Podestà [1] colonnello cav. Luigi Bugliarello (1880-1973), discendente da una famiglia del notabilato locale, un militare di carriera che aveva combattuto nella Grande guerra, nella guerra di Spagna (al comando di un reparto fascista di finti volontari fiancheggiatori del futuro caudillo Francisco Franco) e nel conflitto in corso, battendosi sempre con onore.

Proprio durante il suo mandato erano accadute in città alcune cose di una certa rilevanza:

1) Il Partito Comunista, che si era ricostituito clandestinamente nel 1933 sotto la guida dell’ebanista Filadelfo Nigro [2], intensificò la sua attività cospiratoria, specialmente dopo la battaglia di Stalingrado, che aveva sgretolato il mito dell’invincibilità dell’esercito nazista.Alcuni suoi militanti presero a riunirsi nelle grotte di Santa Aloi: Delfo Nigro, Giovanni Arena, Paolo Di Giorgio, Filadelfo Santacono, Ignazio Magrì, Cirino Speranza, Vincenzo Pulvirenti e l’allora giovanissimo Giulio Brunno [3].

2) Anche fra gli antifascisti di Lentini genericamente intesi c’era stato gran movimento. A parte quelli che si erano appartati senza mai piegarsi al dilagante regime totalitario e che si erano limitati a scambiare qualche riflessione e qualche speranza di riscatto nella falegnameria di Delfo Nigro o nella sartoria di Sebastiano Scatà in Via Conte Alaimo, molti di loro avevano pagato un grosso tributo alla loro lotta per la libertà, andando ad ingrossare le file degli arrestati, dei confinati, degli ammoniti, come ad esempio i socialisti Filadelfo Castro [4] e Rosario Mangano, i comunisti Francesco Marino, Nello Arena, Delfo Nigro, Delfo Santacono, Paolo Di Giorgio, Carmelo Ansaldo, l’evangelico avventista farmacista Paolo Zarbano [5], il libertario Francesco Martinez [6] e il più noto Natale Vella [7].

E fu appunto Vella ad avere un ruolo molto importante nell’organizzazione del convegno regionale antifascista [8], che ebbe luogo per impulso del Centro Interno comunista che aveva inviato in Sicilia un suo emissario, nientepopodimeno che lo scrittore siracusano Elio Vittorini (1908-1966), il quale aveva preso contatto col comunista nisseno Calogero Boccadutri.

Il convegno si svolse a Lentini in casa di Cirino Speranza, in via Degli Operai, ai primi di maggio, a ridosso della festa di sant’Alfio, perché i convegnisti non dessero nell’occhio, potendosi mescolare ai molti forestieri che affluivano in Città per la festa.

Vi parteciparono, secondo il racconto di Vella, Franco Grasso (Palermo), Calogero Boccadutri, Nicola Piave, Angelo Berretta (Caltanissetta), Salvatore Renda (Trapani), Nino Graffeo (Siracusa), Rosario De Luca, Luigi Favara, Luciano Pistritto (Carlentini), Marco Fleres, Delfo Nigro, Cirino Speranza, Natale Vella (Lentini). Dal convegno scaturì l’intesa di appoggiare l’eventuale sbarco degli Alleati e di sostenerlo, se necessario, anche con le armi.

3) Alcuni caporioni fascisti, subito dopo lo sbarco angloamericano, subdorando l’imminente sconfitta, nonostante il bellicoso „Discorso del bagnasciuga“ del loro Duce, avevano pensato bene di nascondere l’archivio del locale partito fascista sotterrandolo, onde eliminare le prove delle soverchierie messe in atto durante il ventennio. Perché sotterrarlo e non bruciarlo? Senza grande sforzo si può ipotizzare che, non essendo per loro del tutto scontata la vittoria degli Alleati, essi avrebbero potuto riprenderlo se “gli invasori“ fossero stati ricacciati in mare; mentre, in caso di sconfitta nazifascista, sarebbe rimasto dov’era, come in effetti accadde.

4) Il 14 luglio 1943 l’ultimo podestà di Lentini Bugliarello, che era più militare che fascista, fu protagonista di un episodio che gli procurerà la giusta riconoscenza della cittadinanza. Il gruppo di militari tedeschi che alloggiava nella scuola ex Monastero (Badia) aveva collocato in piazza alcuni mortai, puntati verso la vicina Carlentini, per realizzare l’assurdo tentativo di rallentare l’avanzata della potente armata alleata che da Augusta si dirigeva verso Catania, sostenuta dalle sue „superfortezze volanti“ (aerei B17), capaci di oscurare il cielo al loro passaggio [9]. Una simile azione avrebbe provocato una battaglia che avrebbe avuto come epicentro Lentini e Carlentini, che inevitabilmente sarebbero state rase al suolo. Se ne rese subito conto il podestà, esperto militare, il quale chiese al fanatico ufficialetto che comandava il gruppo tedesco di andare a piazzare fuori città i suoi mortai. Di fronte al rifiuto del tedesco, a Bugliarello non restò altro che indossare la sua divisa di colonnello ed ordinare, in tale veste, lo spostamento dei militari e dei mortai. L’ordine venne prontamente eseguito e il gruppo andò a raggiungere le truppe italo-tedesche attestate nella zona intorno al ponte di Primosole, sul fiume Simeto, ad oltre 10 km a sud di Catania, dove si svolgerà una sanguinosa battaglia.

Con tali premesse, parve naturale al rappresentante dell’AMGOT, il maggiore inglese Peter, riconfermare Bugliarello nelle sue funzioni di podestà di Lentini., mentre alcuni caporioni fascisti furono per breve tempo confinati a Priolo.

Intanto, a scala nazionale, avvenimenti sensazionali si susseguivano l’uno all’altro: il 25 luglio 1943 caddero Mussolini (che fu arrestato) e il suo regime; gli subentrò un governo Badoglio, composto di tecnici e di militari, che mentre continuava la guerra a fianco dei tedeschi, trattava segretamente con gli Alleati, con i quali concluse, il 3 settembre l’armistizio di Cassibile, che fu reso noto il successivo 8 settembre. Il re, la sua corte e il suo governo all’alba del giorno dopo, fuggirono nel Sud, per mettersi sotto la protezione degli Alleati, mentre i tedeschi attaccarono ogni reparto italiano che non si arrendeva a loro. Il più noto episodio di resistenza si ebbe a Cefalonia, dove i 5.170 militari italiani che non si erano voluti arrendere furono trucidati dai nazisti. Fra essi i lentinesi Arturo Carlo Immolo e Cirino Pupillo.

Dei militari che non si arresero una buona parte si diede alla macchia, andando ad ingrossare le file della Resistenza nell’Italia del Nord, occupata dai tedeschi, che avevano anche liberato Mussolini. Il Duce vi aveva instaurato la Repubblica Sociale Italiana (RSI) e rifondato il movimento fascista col nome di Partito Fascista Repubblicano (PFR).

Anche al movimento partigiano Lentini diede il suo contributo, annoverando fra i combattenti il medico Luigi Briganti (Medaglia d’oro della Resistenza), l’avvocato Salvatore Lazzara (ufficiale partigiano), il sottotenente Salvatore Cormaci, caduto in Montenegro (Medaglia d’argento alla memoria), il tenente Francesco Tringali (fucilato dai tedeschi nei Balcani), Antonio Caldarella, caduto in Albania gridando “Viva l’Italia“ (Medaglia d’Argento), il partigiano Cirino Paone, caduto a Cantalupo, presso Alessandria (Medaglia d’Argento alla memoria).

Nel „Regno del Sud“ [10], occupato dagli eserciti degli Alleati, dove intanto si era installato il governo legittimo, la vita riprendeva lentamente ma tumultuosamente.

Il podestà [11], non sappiamo quanto spontaneamente, si adattò alla nuova situazione, come fa supporre una sua delibera con cui decise di cambiare la denominazione di alcune vie, già intitolate a persone o simboli del fascismo: ad esempio Via Michele Bianchi (quadrumviro del fascismo) divenne Via Giosué Carducci, p.zza Costanzo Ciano (consuocero del Duce) divenne p.zza dell’Unione („la rotonda“), Via Del progresso fascista perse l’aggettivo, mentre il ginnasio comunale, prima intitolato al fratello del Duce Arnaldo Mussolini, fu più appropriatamente intitolato al concittadino e filosofo Gorgia.

Bugliarello, forse a disagio nel nuovo clima politico che si respirava in città, lasciò il potere comunale nel novembre 1943.

Al suo posto l’AMGOT nominò (13 novembre 1943) un ex maggiore dei carabinieri, il dott. Vincenzo Magnano di S. Lio [12], di sentimenti monarchici ed antifascisti, il quale allargò il numero di modifiche della toponomastica cittadina: Via Siracusa diventò Via Matteotti (definito in una targa da apporre nella stessa strada „“assertore della libertà e vittima della tirannia – 1885-1924“), mentre p.zza dell’Unione divenne p.zza Luigi Beneventano (già senatore del Regno).

Dal 5 gennaio 1944 al sindaco furono affiancati quattro assessori, probabilmente per rendere più collegiale la sua solitaria gestione della cosa pubblica. Si trattava di Gaetano Amore, persona a lui assai vicina, del socialista Alfio Ferrauto (poi da Magnano nominato vicesindaco), del sig. Sebastiano Cicero e del prof. Alfio Moncada, preside della Scuola di Avviamento Professionale, che in seguito sarà il primo consigliere comunale della Democrazia Cristiana.

Fu durante il mandato di Magnano, specialmente quando la Sicilia tornò sotto la sovranità del governo nazionale (11-2-1944), che si ebbe il risveglio della politica, per vent’anni compressa dalla gerarchia fascista e perciò ora assetata di libertà e ricca di iniziativa.

Inizialmente il risveglio interessò essenzialmente socialisti e comunisti.

A riorganizzare i primi ancora una volta provvide Delfo Castro, resosi irreperibile fin dal 1941 per sfuggire all’ennesimo possibile arresto. Il PSIUP [13] esordì con una commemorazione di Giacomo Matteotti, tenuta nel cinema La Ferla (Via Garibaldi) dall’avv. Luigi Castiglione, grande penalista di Catania e socialista da sempre [14].

Militavano allora nelle file del PSIUP il dipendente comunale Severino Jelo (braccio destro di Castro e poi suo vicesindaco), il pittore Peppino Aliano [15], il maestro Giuseppe Sferrazzo, l’ing. Carlo Cicero, futuro presidente del Centro Studi Notaro Jacopo, il calzolaio Ferdinando Celza, i commercianti Salvatore D’Anna, Orazio Ramondetta e Alfio Ventura, i braccianti ˇNzulu (Vincenzo) Garrasi, trombettiere [16] della fanfara, Puddu Saccà e Giuseppe Di Mauro...

Nel partito comunista, la cui sede, a partire dal 1° giugno 1944 per moltissimi anni sarà in Via Roma 10, spesso affollatissima per ascoltare da una vecchia radio i bollettini di guerra di Radio Londra e Radio Mosca, la guida fu assunta dalla vecchia guardia prefascista, già da tempo organizzata. Ad essa si aggiunsero due personaggi di grosso spessore, entrambi destinati a diventare sindaci di Lentini ed entrambi oratori di altissimo livello: Nello Arena (1915-1984) e Giovanni Pattavina (1919-2004).

Arena aveva un passato di attivo antifascista (era stato confinato alle Tremiti e a Polistena per aver tentato di costituire una cellula comunista), il carisma del leader e il senso della missione [17].

Giovanni Pattavina, ex ufficiale e futuro professore di lettere, filosofo, scrittore e saggista [18], fu protagonista di imprese memorabili, come quella volta che intraprese un contraddittorio oratorio (allora ammesso) con un esponente del movimento separatista [19], arrampicandosi su un palo della luce, per mettersi allo stesso livello del comiziante ufficiale che parlava dal balcone del municipio. O come quando partecipò, nei locali della sacrestia della Chiesa Madre ad un dibattito a due sull’esistenza di Dio con l’illustre concittadino, nonché preparatissimo teologo, padre Insolera [20].

Il 20 gennaio 1945 si insediò al vertice del Comune il Commissario Prefettizio rag. Guglielmo Li Greci, che rimarrà in carica fino alle prime elezioni amministrative democratiche, che saranno tenute il 17 marzo 1946. La scena politica di allora si presentava alquanto animata da comizi, assemblee, cortei ed anche dalle poesie dialettali recitate in piazza dal poeta Giuseppe Brancato.

Essa era dominata dalla rivalità tra il leader socialista Delfo Castro, cui era legata gran parte della classe contadina, memore delle antiche lotte per la terra e che era seguito dagli assegnatari di Bonvicino (i cosiddetti „bonvicinoti“) e dalla categoria dei carrettieri, e quello comunista, il geometra Francesco Marino, instancabile cooperatore che aveva fondato nel 1943 la cooperativa Unione, con circa 3000 soci [21]. Il partito comunista era però agitato al suo interno dall’irrequietezza rivoluzionaria di Arena, che aveva costituito il Movimento Comunista, autonomo rispetto alla sezione ufficiale del PCI.

Scarsa influenza avevano in città il Partito d’Azione [22], rappresentato dall’avv. Sebastiano Scarfì e il Partito Repubblicano, cui aderivano il barbiere Alfio Cannone e il medico dott. Milazzo.

Mancava ancora, a Lentini, una presenza organizzata della Democrazia Cristiana [23], la quale però aveva alle spalle una solida Azione Cattolica, creata, nei suoi vari rami, dal parroco della Chiesa Madre, mons. Francesco La Rosa [24], che era anche un politico di razza. Tanto è vero che essa, nel 1944, partecipò al locale CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) con il dott. Sebastiano Panebianco (poi sostituito dal sig. Sebastiano Cicero), l’ing. ’Nzinu (Vincenzo) Ragazzi e il prof. Alfio Rossitto [25].

La destra nostalgica e quella conservatrice se ne stavano in disparte, guardinghe e timorose che potessero generarsi possibili sviluppi rivoluzionari dalle continue agitazioni sociali, causate dalla penuria di generi di prima necessità, dal mercato nero e dalla crescente inflazione ed anche per l’andamento del conflitto in corso nel Settentrione, che si concluse il 25 aprile 1945 col crollo del nazifascismo e la conseguente liberazione dell’intero territorio nazionale, mentre l’Armata Rossa dilagava nell’Europa orientale.

Alla fine essa troverà una collocazione politica nel movimento dell’Uomo Qualunque [26] che, seppure non si identificasse col recente passato dittatoriale, era fortemente ostile ai partiti del CLN [27].

La fine della guerra aprì la strada alle elezioni amministrative che a Lentini si sarebbero svolte il 17 marzo 1946 e che furono causa di rimescolamenti politici in particolare nel campo delle sinistre. Il Movimento Comunista, guidato da Arena, ruppe con la sezione ufficiale del PCI e decise di presentare propri candidati nella lista del PSIUP.

Il sistema elettorale, applicato quella sola volta, per eleggere i 30 consiglieri comunali spettanti a Lentini, stabiliva che ogni elettore potesse esprimere non più di 24 preferenze [28] (tanti quanti potevano essere i candidati di ogni lista), con la facoltà di cancellare dalla lista scelta, se voleva, alcuni nomi, che poteva sostituire con nomi di candidati di altre liste, purché non superasse le 24 preferenze.

Nella lista socialista figuravano 16 socialisti, 2 azionisti [29] e sei rappresentanti del movimento comunista [30].

La lista comunista, guidata da Giovanni Pattavina, comprendeva esponenti della vecchia guardia (Marino, Magrì, Santacono, Speranza, Scatà) e giovani reclute [31] ed ospitava il repubblicano storico Alfio Cannone e l’indipendente Elena Nipitella [32], che saranno entrambi eletti.

Una lista civica raccoglieva elementi conservatori o moderati di varia estrazione (cattolica, nostalgica, liberale) ed era capeggiata dal monarchico Vincenzo Magnano di S. Lio, già sindaco nel periodo dell’occupazione inglese. Ne facevano parte, tra gli altri, l’ing. Vincenzo Ragazzi, il rag. Francesco Bombaci, il rag. Sebastiano Neri, l’avv. Giuseppe Bruno.

Nel corso della campagna elettorale, grazie all’intervento del dirigente comunista siciliano Umberto Fiore, prestigiosa figura di antifascista (esilio, carcere, confino), che parlò ad un’affollatissima assemblea dei sodali di Arena, facendo appello all’indispensabile unità di tutti i comunisti, il Movimento Comunista rientrò nel PCI.

Il che significava che, se qualcuno dei suoi candidati nella lista del PSIUP fosse risultato eletto, avrebbe lasciato il gruppo socialista per aderire a quello comunista.

Di conseguenza Castro, per impedire questa eventualità, impartì la direttiva all’elettorato socialista (allora disciplinatissimo) di cancellare dalla lista proprio i sei areniani, nessuno dei quali fu eletto.

I risultati finali, anche in conseguenza del sistema elettorale, furono eclatanti: i 18 candidati socialisti e azionisti della lista del PSIUP furono tutti eletti, mentre i restanti 12 seggi andarono al PCI.

La bandiera rossa tornava a sventolare su Lentini come nel 1920: il ventennale regime non aveva intaccato per nulla la combattività del proletariato lentinese, che aveva procurato a Lentini l’appellativo di Repubblica leontina.

La nuova amministrazione comunale [33], capeggiata, come nel 1920 da Filadelfo Castro, fu un monocolore socialista composto da Severino Ielo, Salvatore D’Anna, Sebastiano Scarfì, Alfio Crifò e Francesco Falcone, cui poi fu aggiunto Ferdinando Celza.

Le elezioni per l’Assemblea Costituente che si tennero il 2 giugno 1946, unitamente al referendum istituzionale, confermarono l’orientamento a sinistra dell’elettorato lentinese. La Repubblica prevalse col 65,8 % dei voti contro il 34,2 % conseguito dalla Monarchia, superando così di molto il 54,3 % della vittoria repubblicana a livello nazionale.

I risultati delle votazioni per l’Assemblea Costituente, tenutesi col sistema proporzionale diedero la misura del radicamento in città delle varie forze politiche: PSIUP 33 %, PCI 23,1 %, DC 12,5 %, BNL (monarchici) 7,7 %, UQ 6 %, MIS (separatisti) 5,25 %, PRI 1,5 %, Pd’Az. 1,3 %. Il resto andò a liste sparse.

Sembrava dunque che la Lentini socialista del 1920, sopraffatta ma non sradicata dal ventennio nero, fosse risorta nel 1946. Quanto sarebbe durata?


* Per una più approfondita disamina degli argomenti trattati nell’articolo si veda il libro di Ferdinando Leonzio Vicende politiche – Lentini 1892-1956, di imminente ristampa per le edizioni ZeroBook.


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[1] Dal 3-9-1926 erano stati soppressi gli organi elettivi dei Comuni (Consiglio Comunale, Giunta e Sindaco), i cui poteri erano stati attribuiti a Podestà di nomina governativa. Il col. Bugliarello, prima di essere nominato Podestà, era stato Commissario Prefettizio (26-3-1943/29-5-1943).

[2] Si veda, sull’argomento, l’Archivio di Filadelfo Nigro in Istituto Gramsci di Palermo.

[3] Giulio Brunno è stato segretario della Camera del Lavoro (1948), al tempo dei famosi „Fatti della Vaddara“ (1948), segretario della sezione del PCI di Lentini (1948-49) e, in tarda età, Presidente del „Circolo Anziani“ di Lentini. In quest’ultimo periodo Brunno venne intervistato da chi scrive su varie vicende della storia politica contemporanea.

[4] Per una biografia di Filadelfo Castro vedi di Ferdinando Leonzio Filadelfo Castro, una vita socialista pubblicato nel 2004 dal Kiwanis Club di Lentini, a corredo di una conferenza sul tema tenuta dall’autore il 20-11-2004 nell’ Auditorim comunale di Via Focea.

[5] Il pensiero politico-religioso di Zarbano è esposto , fra l’altro, in due noti saggi: Il regno di Dio, C.I.T.E.M., Catania e Canali capillari di potenza, tipografia Saluta, 1945.

[6] Lo spaccapietre Francesco Martinez era stato gerente dell’organo degli anarchici siciliani Il seme anarchico, pubblicato dal 14-8-1921 al 12-3-1922.

[7] Di Natale Vella si veda il prezioso memoriale Lentini dell’Antifascismo. Dal 1921 al 1943 (Istituto Gramsci – Palermo). In qualche misura Vella potrebbe essere considerato un „comunista anarchico“.

[8] Sull’episodio si veda, di F. Pezzino-L. D’Antona-S. Gentile, Catania tra guerra e dopoguerra. Edizioni del Prisma, Catania, 1983, pagg. 124-125.

[9] Con riferimento ai bombardamenti dell’aviazione alleata, la fantasia popolare aveva creato una filastrocca che iniziava così: L’apparecchiu miricanu / jetta bommi e si ni va.

[10] Il “Regno del Sud“ viene datato dal settembre 1943 (armistizio al giugno 1944 (liberazione di Roma). La sua sede fu fissata prima a Brindisi e poi, dal febbraio 1944 a Salerno, dove fu costituito un secondo governo Badoglio con la partecipazione dei partiti del C.L.N. Il 13-10-1943 il Governo dichiarò guerra alla Germania nazista, per cui l’Italia divenne cobelligerante degli Alleati.

[11] Dal 23-10-1943 Bugliarello continuò a deliberare, conservando gli stessi poteri di prima, ma col titolo di Sindaco.

[12] Un figlio dell’ex sindaco, Giovanni, noto avvocato in Roma, nel 2008 ha pubblicato un romanzo storico, intitolato Le foglie d’acànto, che ha come sfondo Lentini.

[13] Il PSI nel 1943 si era unificato col MUP (Movimento di Unità Proletaria) e con UP (Unità Proletaria) ed aveva perciò assunto la denominazione di PSIUP (Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria).

[14] I socialisti ripresero possesso della loro storica sede nell’edificio collocato all’angolo tra Via Italia e Via Roma.

[15] Quando i lavoratori occuparono i locali del vecchio „Dopolavoro“ fascista in Via Conte Alaimo, insediandovi il sindacato unitario CGIL (costituito col „Patto di Roma“ del 3-6-1944, firmato da Giuseppe Di Vittorio per il PCI, da Achille Grandi per la Dc e da Emilio Canevari per il PSIUP) fu proprio il pittore Aliano a dipingere sull’ingresso la scritta „Camera del Lavoro“, che ancor oggi si legge.

[16] Socialisti e comunisti eran dotati ciascuno di una fanfara (piccola banda musicale) che, nei cortei che percorrevano la città, suonavano l’ Inno dei Lavoratori, Bandiera Rossa e L’Internazionale.

[17] Questi i versi conclusivi di una sua poesia intitolata Lu me ritrattu a vint’anni: „Parrannumi di lotta suciali / mi jettu sempri contra lu patruni / e fazzu scatinari ’n timpurali".

[18] Delle sue numerose opere ci limitiamo a citare Come passera monogama (romanzo), La teoria materialistico-dialettica della mente o psiche e L’Homo sapiens. Un enigma risolto. Trattato scientifico della conoscenza.

[19] A Lentini il movimento separatista ebbe una vita effimera, pur riuscendo ad aprire una sede in Via Paradiso, con esponenti Tano Consiglio, Turi Grimaldi e Ciccio Valenti.

[20] Il dibattito fu seguito con attenzione da un intimo amico dei due conferenzieri, il giovane intellettuale Giovanni Evelino Leonzio, il quale dedicò all’avvenimento la sua unica poesia (160 versi) Il diavolo in sacrestia.

[21] Il bracciantato senza terra osannava il Marino ritmando Vulemu u pani / vulemu u vinu / e Cicciu Marinu!

[22] La sua sede era in p.zza S. Luca.

[23] La Dc era nata il 30-10-1942 dalla confluenza degli ex popolari, capeggiati da Alcide De Gasperi, di esponenti dell’Azione Cattolica ( FUCI, Movimento Laureati) e di altri gruppi minori. A Lentini sarà presente a partire dagli anni ’50.

[24] Su padre La Rosa si veda, di Giuseppe La Pira, Mons. Francesco La Rosa, Misterbianco, 2002.

[25] Gli altri componenti del CLN di Lentini inizialmente erano Francesco Marino, Ignazio Magrì, Cirino Speranza (PCI), Salvatore Formica, Michele Lo Presti, Gaetano Baracca (PSIUP), Filadelfo Brogna, Gaetano Inserra e Filadelfo Panebianco (Pd’Az.), che ne era il presidente.

[26] Il 17 dicembre 1944 il commediografo napoletano Guglielmo Giannini pubblicò il primo numero del settimanale L’Uomo Qualunque, a cui era seguì dopo la costituzione dell’omonimo movimento politico.

[27] Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Partito d’Azione, Democrazia del Lavoro, Democrazia Cristiana, Partito Liberale Italiano.

[28] Si voleva in tal modo garantire una rappresentanza alla minoranza.

[29] Carmelo Conti e Sebastiano Scarfì.

[30] I sei candidati „areniani“ erano: Filadelfo Maci, Giuseppe Di Giorgio, Filadelfo Miuzzo, Filadelfo Caponetto, Antonio Fazio, Maria Berio.

[31] Il commerciante Vincenzo Crisci e il maestro Salvatore Di Mauro, noto per il suo inseparabile mezzo sigaro.

[32] La signora Nipitella sarà la prima donna in assoluto a sedere nei banchi del Consiglio Comunale di Lentini. Essa, giovanissima, era moglie dell’allora minorenne Sebastiano Centamore, destinato a diventare un leader del PSI negli anni ’60 e ’70, e che allora orbitava negli ambienti della Camera del Lavoro.

[33] Il Consiglio Comunale si insediò il 1° aprile 1946. Il giorno 23 dello stesso mese, a causa del grave disagio sociale provocato dalla mancanza di beni essenziali, dalla fame di terra dei braccianti, dai lutti e dalle invalidità causati dalla guerra, ebbe luogo un moto di piazza anarcoide, con assalto ai forni, alle case di ricchi e benestanti e requisizione di derrate. L’ammasso fu poi trasferito a Siracusa.


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