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Le voci di dentro

Una delle commedie più crude e attuali di Eduardo De Filippo. Cosa abbiamo imparato da quel lontano 1948, in materia di rapporti umani?
di Piero Buscemi - sabato 7 luglio 2018 - 2779 letture

Settanta anni fa, Eduardo scriveva una delle sue più intimiste e psicologiche commedie della sua straordinaria produzione teatrale. Molti ricorderanno la versione televisiva del 1978, quando ancora dalla televisione di stato si poteva assorbire il patrimonio culturale italiano, senza particolari divagazioni da effetti speciali e interruzioni di spot pubblicitari. Qualche anno fa, Toni Servillo con accanto il fratello Peppe, ha portato in giro per i teatri italiani una rivisitazione della commedia.

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I fratelli Servillo

In quel passaggio televisivo, a parte la sontuosa presenza scenica dello stesso Eduardo, si poterono ammirare le interpretazioni, davvero sopra le righe di Luca De Filippo, figlio degno di cotanto padre che, ironia della sorte, nacque nel 1948, anno della stesura della commedia, e ci lasciò il 27 novembre 2015.

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Luca e Eduardo

Furono anche altre figure di spicco del teatro napoletano ad arricchire quella versione televisiva. Ugo D’Alessio, indimenticabile protagonista della scena della vendita della Fontana di Trevi, con accanto Totò, nel mitico Totò Truffa ’62. Gino Maringola, apprezzato interprete del personaggio Pasquale Cupiello, fratello di Lucariello, nella più conosciuta commedia di Eduardo, Natale in casa Cupiello. Indimenticabile anche nella veste del venditore di oggetti sacri, perseguitato dalla camorra che gli chiede il pizzo, nel film di Luciano De Crescenzo, Così parlò Bellavista.

E poi, l’immensa Pupella Maggio, personaggio moglie indimenticabile di Lucariello, sempre in Natale in casa Cupiello, con i suoi tormentoni teatrali “Lucariell’… scetet’… song’ i nove… Lucariell’…” e il volto disperato della donna di famiglia, che si carica sulle spalle i problemi di tutti i componenti, fino a scoppiare in quell’urlo di pianto “Nun c’ha facciu cchiu…”. Come dimenticarla, poi, nei panni della malata immaginaria, fedele assistita del Dottor Tersilli, alias Alberto Sordi, nel film Il medico della mutua.

Le voci di dentro, in piena sintonia con tutta la produzione teatrale, nonché letteraria di Eduardo, è una commedia impregnata e sviluppata dai rapporti tra le persone nella vita quotidiana, all’interno di una società che ci costringe a non poter fare a meno dei contatti umani, ma non ci impedisce di farlo con l’ipocrisia del quieto vivere, tra menzogne, recite forzate, parole a metà e una vita costruita su basi labili, dove il dialogo diventa un elemento di divisione e rancore, piuttosto che un legame di sentimenti e destino, comune e inevitabile, al quale tutti dobbiamo affidarci.

Che parliamo a fare? E’ la domanda ricorrente che il personaggio principale, Alberto Saporito, interpretato da Eduardo, si chiede durante tutta la trama. Che parliamo a fare, se non ci capiamo? Se non abbiamo alcuna intenzione e voglia di capirci? Perché l’unico modo per farlo, resta quell’umiltà di rimanere in silenzio e ascoltare l’essere vivente che ci sta di fronte. Allontanandoci da i nostri egoismi, le nostre personali ragioni e presunzioni, provando anche a metterci nei panni di chi, rivolgendoci la parola, ci consegna un po’ di sé, come un dono prezioso da tutelare e difendere alla stessa maniera con la quale crediamo e pretendiamo di proteggere il nostro illusorio diritto di vivere.

La commedia ci accompagna per mano, con l’ironia e la comicità delle tipiche trame eduardiane. La preparazione del terreno sul quale poggiare la nostra attenzione di spettatori, fino al momento chiave del passaggio dalla battuta comica alla sentenza, senza appello, che l’autore ha saputo creare nelle sue opere, raccogliendo esperienze di vita per trasformarle in spunti di riflessione, innegabilmente anche personale.

La trama, che citiamo appena, ci racconta di questo sogno reale e irreale nello stesso tempo, di Alberto Saporito che crede di assistere a un omicidio ai danni di un certo Aniello Amitrano, amico della famiglia Cimmaruta, vicina di casa dello stesso Saporito. Nella fase del sogno, il protagonista vede, addirittura, i documenti che potrebbero incastrare gli autori dell’omicidio. Un teatro dell’assurdo, oseremmo dire, dove nessuno è stato ucciso ma tutti sono sospettati, lo stesso Saporito rientrerà tra le persone oggetto di indagini, dopo aver ritrattato la querela, una volta resosi conto del sogno trasformato in realtà, che aveva fatto arrestare la famiglia Cimmaruta con la sua deposizione.

Sono le reazioni e i comportamenti di tutti i componenti della famiglia, una volta scagionati, a stravolgere i pensieri e l’esistenza del Saporito. Le rivelazioni che si susseguono separatamente, come davanti a un confessionale, di cui lui stesso è l’assoluto interprete, che mettono a nudo la precarietà e l’ipocrisia di quei rapporti, trascinati negli anni, tra sospetti e rancori nascosti che nessuno ha il coraggio di esternare con chiarezza. I personaggi arriveranno a sospettare ognuno dell’altro, a credere possibile che quel sogno possa essere davvero realtà. A trovare una motivazione, assurda, opportunistica e quindi anche plausibile, per liberarsi di quei rapporti indotti stancamente da una volontà estranea e sconosciuta che ha voluto che si creassero.

Tutti assassini, senza innocenti. Tutti, tra quei parenti uniti da un falso legame. Tutti, anche lo stesso Saporito, capace di credere degli omicidi, quei vicini di casa, senza minimamente sospettare che il fatto potesse essere frutto della sua perfida fantasia. Tutti, anche noi, appartenenti a questa umanità che vive sette decenni dopo che Eduardo abbia scritto Le voci dentro. Noi, che dalle sue parole, metafore e sguardi interrogativi, non siamo riusciti a trovare le risposte per consegnare alla nostra vita un goccia di splendore, prima ancora che alla nostra morte…


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