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"Le voci di dentro" con Luca De Filippo alla Fondazione Teatro di Noto

Dopo Roma, Milano, Torino e altre città ancora, nelle serate del 27 e 28 aprile la tournée dell’ultimo spettacolo con Luca De Filippo “Le voci di dentro” ha fatto tappa a Noto...
di Donatella Guarino - mercoledì 2 maggio 2007 - 3902 letture

Dopo Roma, Milano, Torino e altre città ancora, nelle serate del 27 e 28 aprile la tournée dell’ultimo spettacolo con Luca De Filippo “Le voci di dentro” ha fatto tappa a Noto, alla Fondazione Teatro Vittorio Emanuele. Questa tarantella in tre atti diretta da Francesco Rosi è un testo estremamente attuale, scritto da Eduardo De Filippo più di mezzo secolo fa, nel 1948.

Prodotta dalla compagnia di teatro “Luca de Filippo” e il Teatro di Roma, la commedia fa parte della drammaturgia fantastica del grande Eduardo De Filippo, dove realtà e sogno si sovrappongono, si mescolano, si confondono. Il pessimismo ha preso il sopravvento negli anni immediatamente seguenti il secondo conflitto bellico mondiale. I valori tradizionali si sono sgretolati, l’uomo non ha più la capacità di vivere secondo i valori tradizionali e secondo un’integrità morale. C’è disillusione, amarezza, solitudine, incapacità di comunicare. Altro che il valore della famiglia! L’ Homo homini lupus di hobbesiana memoria diventa il motto programmatico di un mondo nel quale le voci della coscienza – le voci di dentro - non si incontrano più con le voci di fuori.

Sospetto e mancanza reciproca di stima impregnano i rapporti tra gli uomini, i rapporti tra vicini di casa, tra familiari. Le parole – tragicamente – sono inadeguate, mostrano la difficoltà degli uomini di trovare loro un senso.

Come gli altri – di Eduardo - anche questo dramma è ambientato in casa. Essa è assunta a luogo di scontro di manie e di finzioni, di distorsioni e lacerazioni. Microcosmo di un luogo più ampio, di un tempo più lungo. La società – inevitabilmente – è la propaggine di tutto questo, dove si innestano le forze degradanti del mondo…Allora e oggi. Nel passato, nel presente. Dice il portiere del condominio: “Prima la gente era pura, genuina…poi si sono imbrogliate le lingue…”.

I sogni. Anzi il sogno. Tutto parte da lì. Alberto Saporito ha un sogno – ma sarebbe più corretto chiamarlo incubo – che riguarda i vicini, la famiglia Cimmaruta. Li vede che assassinano un suo amico, Aniello Amitrano, e non esita a denunciarli. Ma si rende conto che ciò che era chiaro e reale era un sogno. Lui lo dice che si è sbagliato: non è vero, non sono colpevoli. E’ stato confuso da un sogno che sembrava così vero…

Ma qui è la vera tragedia. Nessuno degli accusati si preoccupa di dirsi innocente. Al contrario tutti si accusano di un delitto che invece non è stato commesso. Il grottesco è qua. La vicenda diventa “un’occasione ghiotta” per mettersi l’uno contro l’altro. L’ironia è a tratti messa da parte per far posto al comico e poi all’umorismo. Le voci di dentro non combaciano più con quelle dette ad alta voce. Aniello è vivo ma sembra non importare a nessuno. Ognuno è occupato a fare altro. “Avete sospettato l’uno dell’altro…..Il marito della moglie, la sorella del fratello…La stima l’abbiamo uccisa e senza la stima si può arrivare al delitto”, urla Alberto Saporito.

Anche a casa di questi, poi, le cose non vanno meglio. Il fratello calca la mano per togliere ad Alberto la parte di eredità. Protesta lo zio, dal quale i due hanno ereditato la piccola impresa, che ha deciso di non parlare più: “siccome l’umanità è sorda lui vuole essere muto”.

La dimensione tragica si spiega attraverso i paradossi. Ma forse è il solo modo di poter raccontare la vita, la vita “che torce gli uomini e le cose” dirà Pasquale Cimmaruta.

Il testo – che io amo molto e che ho visto in dvd recitato dal grande Eduardo – è straordinario. E la mìse en scene di Francesco Rosi funziona. Il dialetto napoletano e la lingua italiana si fanno l’occhiolino: l’uno serve all’altra per recitare la vita. Bravi gli attori del cast, bellissime le scene. Poetico e malinconico il vicolo che si intravede dalla grande finestra della cucina della famiglia Cimmaruta. E bravo Luca De Filippo. Essere figlio di un tal padre non deve essere facile…Lui ha dato alla commedia una verve nuova, diversa, tutta sua. Più pacata quella di Eduardo, più svelta, accelerata, quella di Luca.

La commedia alla sua uscita ebbe molto successo ed ha oggi molto successo. Commuove perché è la vita che viene raccontata…

Afferma Rosi – che ha già diretto Luca de Filippo in “Napoli milionaria” - : “La gente, anche se spiazzata da tanta anticipazione riuscì a cogliere il lato amaro di quello che Eduardo aveva voluto dire: la famiglia come luogo di gelosia, di odi nascosti, di rancori”.


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