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Le virtù del senatore romano

La grande trattativa : L’espansione di Roma in Italia tra storia e archeologia / Nicola Terrenato ; traduzione di Maurizio Ginocchi. - 1 ed. - Roma : Carocci, 2022. - 330 p., [2] : br. ; 22 cm. - (Frecce ; 347). - Tit.orig.: The early roman expansion into Italy. - ISBN 978-88-290-1448-4.

di Sergej - domenica 7 agosto 2022 - 1309 letture

Si narra che l’imperatore Augusto, nel suo lascito testamentario, avesse prescritto - tra gli elementi ritenuti necessari per il mantenimento dell’impero e la tenuta nel tempo dello Stato romano - la ricomposizione dei poteri del Senato. Dunque un "guardare all’indietro" o un "ritorno all’antico" rispetto a quanto "nel frattempo" era accaduto: le guerre civili, l’espansione e la consistenza di un Impero non più solo mediterraneo, le necessità di governo accentrate nella figura divina dell’imperatore (imperator e caesar, capo dell’esercito e dei culti religiosi). Un intendimento che i successori di Augusto - secondo la pubblicistica che ci è possibile leggere - non riuscirono a dare corpo, di qui la crisi successiva.

Ma cosa era questo Senato, e chi erano questi senatori dell’ "antica Roma", cioè dell’età repubblicana della prima espansione di Roma in Italia? In tutti i film (statunitensi e nei peplum italiani) li abbiamo immaginati come persone di una certa età, togati (sarebbe la toga romana, un indumento particolarmente complicato a indossarsi), riuniti in un edificio dalle larghe gradinate dove costoro stavano in piedi oppure seduti - scomodi, sulla pietra viva. Possiamo immaginare la scomodità della situazione. Una assemblea condominiale caotica e vociante. In cui alla fine interveniva quella cariatide di Catone che zittiva tutti quanti dicendo che Cartagine doveva essere distrutta.

Il Senato in realtà era il consiglio di amministrazione di quella strana SpA che era Roma nell’epoca repubblicana. Un consiglio di amministrazione che si era sbarazzato dell’amministratore unico esterno (i re etruschi) e aveva costruito una "repubblica", con la convergenza alla rappresentanza e al potere dei "maggiorenti" dei componenti lo Stato della città. Dunque, escludendo schiavi donne bambini e stranieri, i componenti delle tribù e delle casate che erano confluite tra i colli e l’isola Tiberina a formare un abitato chiamato poi Roma. Casate, cioè gentes: famiglie non nel senso che diamo noi oggi al termine - avendo noi ridotto la famiglia a nucleo di padre-madre-figlio/a -, ma famiglia allargata comprendente tutti quelli collegati "per sangue" a un determinato cognomen ma anche lavoranti servi adottati addetti alla sicurezza ecc_ che per quella casata lavoravano. Un insieme consistente di persone, che costituivano un nucleo economico e militare non indifferente. Perché poi il confronto sociale, all’epoca come per molti secoli poi dopo, era continuo e non escludeva l’uso della forza; all’interno della città ritualizzato (o almeno si cercava di farlo) attraverso la religione e le regole sociali.

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Copertina de La Grande trattativa, di Nicola Terrenato

Ecco che la casata a un certo punto emerse, nella Roma pre-imperiale, come nucleo importante per la formazione politica della città. Su questo interviene l’importante testo di divulgazione e di ricerca che Nicola Terrenato ha pubblicato per Carocci. Libro importante, e che dovrebbe essere letto da tutti coloro che amano la storia romana e la politica. Con un titolo ironico: "La grande trattativa", che rimanda ai nostri fatti di cronaca politica e giudiziaria recente, quella "trattativa" tra Stato italiano e mafia avvenuta all’indomani dell’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino. Nel libro di Terrenato si parla di un’altra "trattativa", quella che permise a una delle tante città presenti in Italia, di diventare centro di uno Stato imperiale. Come quella espansione fu possibile, come fu possibile mantenerla soprattutto quando dovette affrontare prove molto dure: prima fra tutte la guerra portata da Annibale direttamente in Italia: a quel punto, se l’espansione romana precedente fosse stata dovuta solo a un atto di forza militare, non si vede perché le città italiane non avrebbero dovuto approfittare dei cartaginesi per liberarsi del giogo romano. E invece gran parte delle città rimase fedele a Roma. Come fu possibile questo?

Terrenato, a mio avviso giustamente, risponde: perché l’espansione romana non fu una espansione militare, un "atto di forza". Lo Stato romano uscito dal rifiuto della monarchia e dall’influenza dominante etrusca, era in realtà un insieme composito di casate, ognuna delle quali aveva una propria politica non solo economica e sociale, ma anche "internazionale" di rapporti con altre città della penisola; a loro volta dominate da casate, élite economiche con cui si facevano non solo scambi commerciali, ma anche alleanze, si intrattenevano rapporti e relazioni; in caso di guai si poteva contare su un aiuto reciproco (come l’esilio di una casata, ospitata in un’altra città) ecc_. Un mondo insomma che aveva sviluppato dei rapporti, non solo economici (come la storiografia di matrice marxiana negli anni Settanta in Italia aveva cominciato a scandagliare), ma sociali e basati sul riconoscimento dell’appartenenza a un ceto. La storiografia di Terrenato appartiene in questo senso a quella attenzione per le élite che la storiografia ha sviluppato con l’avvento del pensiero neoliberista negli anni Ottanta del secolo scorso.

Gli elementi che Terrenato individua, relativamente alla storia italica di quegli anni, sono molto interessanti e convincenti. Persino la notazione per cui l’espansione di questa alleanza tra élite nell’Italia centrale avviene lì dove si è formata una civiltà cittadina. Perché lì dove il territorio è dominato da popolazioni socialmente costruite attorno all’allevamento, non o poco stanziali, "la cosa" non funziona. E con queste popolazioni (Liguri, Volsci, ma soprattutto Sabini) l’espansione fu di tipo diverso, senza accordi con élite a cui appoggiarsi, e con l’uso qui sì della forza: gli eserciti romani dovettero faticare parecchio, fare vere guerre, rimodellare le proprie truppe per un tipo di guerra "di montagna" ecc_. Uno scontro non determinato da chissà quali esigenze di "espansione" di potenza, ma per proteggere dalle razzie le città commerciali - e dunque gli interessi delle élite che quelle città abitavano, e con cui le élite romane avevano rapporti e alleanza.

Già nella storiografia del passato avevamo visto come le "alleanze" tra Roma le altre città città non erano mai tra una città egemone e una città suddita, ma in genere tra entità statali paritarie. Ciò che dava vita a trattati e accordi che erano singoli e unici, uno per ogni città - con tutte le conseguenze nel tempo, la necessità di mantenere uno stuolo di amministrativi solo per interpretare e capire quali rapporti la città avesse con questa o quell’altra città in caso di controversie o di altro. Ciò che Terrenato ora sottolinea è come tali alleanze, e dunque anche "trattati" avvenivano anche a livello di casati.

Con la capacità che Roma ebbe di cooptare al suo interno, inglobare anche fisicamente, attraverso l’immigrazione, di casati provenienti dall’esterno. La città di Roma essendo "città aperta" e non "chiusa". Su questo Terrenato non esplicita. Probabilmente sia per il modo in cui si è formata Roma, al confine tra territori di influenza etrusca e territori di influenza latina, sabina, e persino greca. Territorio di confine, ma anche formazione di tribù e casate di diversa provenienza. Che nella costituzione dello "Stato" romano arrivarono per un compromesso tra diversi, ciò che invece di costituire una debolezza divenne un punto di forza.

Terrenato sottolinea la specificità della vicenda della guerra contro Veio. Uno dei pochi casi in cui una guerra contro una città italica si conclude (dopo anni) con la distruzione della città vinta. Questo per sottolineare diversi aspetti della faccenda dell’ "espansione romana". Innanzitutto per dire come per alcuni secoli tutta la situazione delle città in tutta l’Italia centro-meridionale rimane stabile. Cioè le città si sviluppano, si hanno degli scontri, si formano varie leghe e accordi, ma sostanzialmente ognuno rimane nel proprio territorio e pensa a se stesso. I conflitti sono tipo razzie, non spedizioni volte alla distruzione dell’avversario. Poi qualcosa cambia: ma non solo nell’Italia centrale. È un processo che giustamente Terrenato individua per tutta la fascia centrale delle città del Mediterraneo: Cartagine, Siracusa, Taranto, Marsilia... e Roma. Finalmente una storiografia che vede (braudelianamente) i fenomeni al di là degli steccati tradizionali.

Con Veio accade qualcosa di strano. È una delle casate romane che muove guerra contro Veio, non tutta la città (che è anzi in diverse fasi discorde). E la guerra avviene contro una élite che ha preso il potere a Veio, ha scacciato altre casate veiane esistenti; e si è isolata dalla solidarietà "internazionale" cioè intercittadina etrusca. Le città vicine etrusche non aiutano Veio. Veio era allora una città artigianale e commerciale molto evoluta (molto più di Roma). Nell’importante libro di Mino Gabriele, "I sette talismani dell’Impero" [1], che vi invito a leggere, si dice di come proprio a Veio fu forgiata la quadriga di cavalli che sormontava il Tempio di Giove Ottimo Massimo - per dire di quanto valenti e rinomati fossero gli artigiani veiani. Nonostante l’isolamento e la crisi interna a Veio, i romani non riescono a conquistare Veio di botto, ci mettono davvero molto. Per gli standard dell’epoca, fu una "cosa epica". Veio alla fine viene conquistata, e si decide di distruggerla - tra i pochi casi storici appurati di distruzione di una città ad opera dei romani, relativamente a questo periodo iniziale dell’espansione. E la cosa altrettanto significativa è che: le casate ed élite veiane che erano state dalla parte dei romani, ottennero di stabilirsi a Roma, integrate appieno nella città condominiale.

Io penso che proprio in quel momento la città-condominio Roma acquisisce quel "di più", quell’anticchia di più, che sarà importante per la storia successiva. Un di più in termini non solo economici ma soprattutto nella disposizione delle élite e nella capacità di assorbimento al proprio interno di élite provenienti da altre città. Lo vedremo poi con i rapporti nei confronti di Capua - che giustamente Terrenato mette in rielievo - città molto più evoluta di Roma e limitrofa a Cuma (centro di espansione greca) - che, altro caso raro e interessante, decide di "donarsi" a Roma pur di essere protetta dalle razzie dei Sabini. I capuani rimasero sempre con una cerca spocchia di superiorità rispetto ai romani; e i romani cercarono in tutti i modi di affiliacchiarseli: si pensi come proprio tra Roma e Capua fu tratteggiato il primo step della strada archetipica dei romani, quella via Appia che giungerà di lì a qualche decennio fino a Brindisi, prototipo della rete di strade romane. Nel momento decisivo, l’arrivo dei cartaginesi in Italia, Capua fu la città principale che volse le spalle a Roma. Quando Annibale fu sconfitto e i cartaginesi scacciati, Capua fu scompaginata e le sue élite disperse (mentre le élite rimaste fedeli ai romani ebbero una nuova sistemazione).

Il libro di Terrenato è molto interessante. Dipana tutta una serie di questioni. L’interpretazione di Terrenato, basata sulla storia e le vicende delle élite e dei casati, è importante e piena di osservazioni e considerazioni. Non può tuttavia essere esaustiva rispetto a una storia molto complessa ed eterogenea. Si pensi a "tutto il resto" non analizzato da Terrenato: l’importanza ad esempio della capacità di "imparare" dalle sconfitte militare e assorbire tecniche e tattiche nemiche; la capacità di manipolare la massa dei ceti artigianali e proletari, anche solo rispetto al problema contingente ma vitale (per la sopravvivenza dello Stato) della mobilitazione e della ricostituzione di eserciti persi in guerra; e l’importanza delle consuetudini, e dei riti religiosi; anche qui, con la capacità dei romani di assorbire déi e credenze da tutto il Mediterraneo - fino a sconfinare nel cinismo o nella semplice superstizione. È un caso che Ponzio Pilato provenisse da una famiglia di origine Sannita, proprio quei "nemici" razziatori e non urbanizzati che tanto filo da torcere e tante cose insegnarono militarmente ai romani? Nella Roma "delle origini" doveva esserci un "qualcosa di più o di diverso" che fece la differenza rispetto alle altre città del tempo e tale da permetterne l’espansione, forse anche una visione anche qui assemblearista più che sincretista, condominiale più che monocratica, includente più che escludente. La politica romana come politica delle alleanze e del compromesso, della mediazione, che di tanto in tanto riemerge carsicamente all’interno della storia politica della penisola. Così come la politica e l’importanza delle "famiglie" nelle vicende familistiche e amorali dell’Unità italica.


Sinossi editoriale

E se la conquista romana dell’Italia non fosse stata solo un’operazione militare? Il volume propone una nuova interpretazione del processo che portò all’unificazione della penisola nel IV e III secolo a.C. Basandosi su di un’ampia rassegna delle fonti storiche, ma soprattutto del materiale epigrafico e archeologico più recente, l’autore ricostruisce un quadro complesso ed eterogeneo di connessioni che legavano fra loro famiglie romane e italiche, attraversando l’Italia intera. Il ruolo della diplomazia e della contrattazione vi appare almeno equivalente a quello della minaccia bellica. Da una parte e dall’altra, vi furono probabilmente casate nobili che si allearono per costituire una nuova entità politica in un contesto mediterraneo globale che per la prima volta favoriva l’emergere di imperi con ampi territori.

Premiata dall’Archaeological Institute of America con il Wiseman Book Award per il 2021, l’edizione originale in lingua inglese di questo libro ha scatenato accesi dibattiti fra storici e archeologi.


L’autore

Nicola Terrenato è E. B. Van Deman Collegiate Professor of Roman Studies nella University of Michigan, dove dirige anche il Kelsey Museum of Archaeology. Formato in Archeologia romana alla Sapienza Università Roma e all’Università di Pisa, ha insegnato alla University of North Carolina. Ha condotto scavi e ricognizioni in vari siti a Roma, Volterra, Donoratico e in Val di Cecina. Dirige il Gabii Project, un progetto di archeologia urbana all’avanguardia nella documentazione e pubblicazione digitale e in 3D. Si occupa di imperialismo, formazione dello Stato, società rurale, storia dell’archeologia e geoarcheologia.


[1] I sette talismani dell’Impero / Mino Gabriele. - 1 ed. - Milano : Adelphi, 2021. - 483 p., [5] : br. ; 22 cm. - (Imago ; 7). - ISBN 978-88-459-3622-7.


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