Una base militare Usa a Rio de Janeiro? E’ quanto sta valutando il presidente Lula. Colui che più di ogni altro si è scagliato contro le basi a stelle e strisce della Colombia. (Un articolo di Orsetta Bellani, da peacereporter.net)
Il 31 marzo il quotidiano brasiliano O Estado ha annunciato che il Brasile inizierà una negoziazione con il governo statunitense per l’apertura di una base militare a Rio de Janeiro.
Il tema è stato toccato martedì, durante un incontro tra il presidente brasiliano Lula da Silva e Douglas Fraser, capo del Comando Sur statunitense.
L’obiettivo ufficiale della base - come delle altre che gli Stati Uniti stanno inaugurando in America Latina - sarà quello di vigilare il narcotraffico, il contrabbando di armi e monitorare possibili attività terroristiche nell’Atlantico meridionale. Secondo i promotori dell’iniziativa, la base funzionerà sotto il comando del Brasile.
Se si considera la reazione di Lula di fronte all’annuncio dell’apertura delle basi statunitensi in Colombia - la cui presenza aveva fortemente allarmato il presidente brasiliano e la maggioranza degli Stati sudamericani, preoccupato per la sovranità nazionale dei paesi latinoamericani - risulta singolare vederlo ora tanto compiacente nell’assecondare le ansie legate alla sicurezza che da sempre tolgono il sonno agli amministratori statunitensi.
APPROFONDIMENTO
La tensione tra i paesi progressisti del Sud America e la Casa Bianca continua a crescere, concentrandosi sul tema delle basi che la Colombia ha messo a disposizione dell’esercito statunitense. Mentre il boliviano Evo Morales chiede un referendum continentale sulla questione, considerata illegittima perché permette a una forza estera di infiltrarsi nella regione, minacciosamente, l’ecuadoriano Rafael Correa decide di rinnovare l’intero apparato di intelligence, dopo aver scoperto la collusione tra i suoi 007 e gli scagnozzi americani stanziati nella base di Manta.
È durante la sessione conclusiva del Summit dell’Alba (Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America), celebratasi all’Avana, che il presidente della Bolivia ha espresso la sua convinzione sulla necessaria unità di intenti nei confronti dell’accordo bilaterale siglato dal colombiano Alvaro Uribe con il Pentagono, visto da gran parte dei paesi latinoamericani come un’intrusione illegittima in una zona calda. "I popoli latinoamericani rigettano democraticamente l’installazione delle basi militari Usa in America Latina", ha dichiarato. "Difenderemo il Sud America di fronte all’aggressione militare degli Stati Uniti, che sconfiggeremo, così come vennero sconfitti in Vietnam, perché l’America Latina reagirà a qualsiasi aggressione", ha dichiarato. Quindi, riferendosi alla tensione che a questo proposito c’è tra Caracas e Bogotà, ha precisato che chiunque vorrà aggredire il Venezuela, dovrà vedersela con tutti i suoi alleati.
E sulla medesima frequenza d’onda si è mostrato Rafael Correa, che è colui che l’ha inaugurato questo atteggiamento irreprensibile verso il tema delle basi Usa. È stato Correa, infatti, a cacciare il Pentagono dell’ecuadoriana base di Manta che da anni occupava con la scusa della lotta alla droga. Ed è quindi da qui che è nata la necessità di Washington di riscrivere la propria presenza in Sud America poi sfociata nel progetto colombiano. Ecco, il presidente dell’Ecuador ha appena dato il via a una totale ristrutturazione dei servizi segreti nazionali, con l’obiettivo di estirparne le infiltrazioni di paesi terzi. Un annuncio che arriva dopo che una commissione governativa nata per indagare sull’attacco dell’esercito colombiano in territorio ecuadoriano del primo marzo 2008 ha concluso che furono lavori di intelligence orchestrati da Manta a permettere di localizzare l’accampamento delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia, in territorio ecuadoriano. Di qui la prova della pericolosità di ospitare basi straniere.
Rafael Correa, infatti, ha deciso di riorganizzare la Ley de Seguridad e di rifare tutto in tema di 007 perché "ogni cosa era in mano alle potenze straniere": le informazioni sul confine ecuadoriano che fecero scattare l’attacco colombiano, in cui morì il fariano Raul Reyes e altre 25 persone, arrivarono addirittura prima all’ambasciata Usa e a Bogotà che a Quito.
Una serie di reazioni a catena, dunque, a cui si aggiunge anche quella dei diretti interessati, gli Usa, che finora si sono limitati a smentire a parole, e in maniera piuttosto soft. Ma qualcosa è cambiato. Perché, a quanto dichiarato dal sottosegretario statunitense per l’Emisfero occidentale, Arturo Valenzuela, la Casa Bianca avrebbe inviato una lettera a tutti i governi sudamericani in cui garantisce di non invadere la regione dalle sette basi colombiane. Una missiva indirizzata a tutti i ministri degli Esteri e della Difesa e al presidente ecuadoriano Rafael Correa, in quanto presidente di turno della Unione sudamericana delle Nazioni (Unasur). "Le operazioni militari saranno esclusivamente in territorio colombiano e non coinvolgerà altri paesi della regione", parola del segretario di Stato, Hillary Clinton, e del ministro della Difesa, Robert Gates.