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Le mosche che non sono tutte bianche (né sono tutte nere)

Alcune parziali approssimazioni
di Sergej - venerdì 13 novembre 2020 - 519 letture

Qual è il ruolo dell’informazione, il nostro, nella società contemporanea? C’è chi è innamorato di Report (per citare il titolo di un gruppo di informazioni attivo in questo frangente di tempo), della “libera stampa” che è “sotto attacco” - come vanta il giornalista tutto contento che un Gasparri qualsiasi lo abbia considerato - questo sugli schermi della trasmissione che si rivolge al pubblico di fedeli alla linea, pronti a “indignarsi” a comando per “quanto succede”. Io invece sento solo i brividi, quando sento costoro, a sentirli parlare che sono “sotto attacco”.

Ho provato a dire in ristrette e private conversazioni da cui nascono questi pensieri sparsi, come a volte sia in atto un gioco di ruolo, in cui alcuni impersonano i buoni e altri i cattivi; ma è un gioco delle parti, una rappresentazione. Che copre un vuoto reale. E in cui, per di più, non tutto appare com’è, i “buoni” non sono poi così “buoni”, oppure semplicemente stanno lavorando (perché in ogni caso, tutti coloro che appaiono in questa rappresentazione sono “pagati” da qualcuno) per scopi e per alcuni che non esattamente sono il “buono”.

Gli interessi sono sempre tanti, sfaccettati, convergenti e/o concentrici. Insomma, ho provato a fornire alcuni cliché in contrapposizione ad altri. Una soluzione che sembra aggiustare una cosa a volte ne complica o ne danneggia un’altra; una soluzione che sembra la panacea per tutti i mali è invece un travestimento per loschi interessi. Insomma, le cose non sono mai né semplici né lineari. In tutto questo dobbiamo barcamenarci, evitare “le buche più dure” (come diceva una canzone qualche decennio fa), fare “quello che possiamo” con il nostro ottuso buon senso. Noi non siamo né più intelligenti, né più perspicaci, né più informati degli altri - utilizziamo gli stessi canali informativi di tutti, e i canali sono quelli, stiamo utilizzando tutti la stessa moneta di tutti, le stesse parole di tutti, il nostro apparato culturale e interpretativo è lo stesso del nostro Zeitgeist - limitati e controllati, non solo parziali ma altamente inquinati dal controllo delle più diverse fazioni.

Insomma, siamo vasi di coccio - ma questo non significa che i vasi di coccio non abbia diritto all’esistenza né che debbano per forza essere rotti. Dobbiamo essere il doppio attenti, il doppio cauti, il doppio ascoltare le diverse campane; sappiamo anche che questo non basta, non basterà. Sappiamo che una data notizia deve essere verifica !per quanto ci è possibile” ora, e poi ancora dopo qualche tempo - a volte anche dieci o vent’anni dopo - perché nel frattempo il sistema genera nuove interpretazioni, veicolate da gruppi o interessi altri; o magari semplicemente dopo qualche tempo smette di operare l’interesse che aveva creato il maleficio del nascondimento di quella cosa, e la cosa appare in una nuova verità non più camuffata dal vecchio maleficio (questo per usare una metafora vicina al gusto di questi anni di ritorno del fantasy nell’immaginario televisivo collettivo). Noi proviamo a fare “informazione” innanzitutto per noi stessi e per i nostri cari. E nel fare questo proviamo a non usare aggettivi ulteriori: non facciamo informazione “libera”, non facciamo informazione “anti” qualcosa o “pro” qualcosa. Non abbiamo nulla da dimostrare. Dovremmo cercare di avere le orecchie non otturate e far transitare le diverse interpretazioni perché esse parlino, da sole, non noi che non contiamo nulla. Su questa base alcuni hanno utilizzato questo cliché per dire: fare informazione è far parlare tutti indistintamente, senza dover noi prendere parte o posizione; il primo passo per chi è pronto a cambiar bandiera e diventare servo del potere.

Una posizione di cautela nei confronti di noi stessi per prima cosa e nei confronti della realtà è cosa diversa dal pensare che il mondo è tutto grigio, che tutti sono “uguali” (“tanto tutti sono uguali”: quel tanto, quante volte lo abbiamo sentito nella nostra vita, scattare come una tagliola, come una campana morto innanzitutto per chi pronunciava quella frase: la resa a un cliché, accucciarsi comodi dentro l’amaca della frase fatta pronti ad addormentarsi definitivamente). In realtà noi nati in mezzo siamo condannati a dover essere responsabili e cauti, condannati a non poter prendere le parti dei chiché che man mano (comodamente) si approntano davanti a noi, vengono accuratamente confezionati e dati in pasto al consumismo collettivo.

E qui veniamo a un punto. Ogni informazione è “di parte” perché proviene ed è manipolata da un gruppo, da una parte, da un ceto ecc_; viene ascoltata perché è pane e sirena per determinati gruppi, ceti, strati sociali. Noi siamo in mezzo, siamo nati in mezzo. Non sfuggiamo a tutto questo, ma possiamo anche essere altro, non farne parte. Se non facciamo parte di una cosa possiamo anche vedere che il re è nudo. E dirlo. È finquando non facciamo parte che possiamo non essere di parte. Non sufficientemente di parte: usare ad es_ una stessa lingua ci fa comunque parte di qualcosa, a cui non possiamo sfuggire.

Siamo nell’ambito delle cose umane. Che sono sempre relative e non assolute, e le cui parole non hanno la lapidarietà scientifica ma sono approssimazioni. Nell’approssimazione, nella parzialità dell’umano c’è qualcosa che può sfuggire, qualcosa che può salvare (mentre danna in gran parte). Si dice: 6 miliardi di mosche non possono avere torto; ma c’è sempre in quei 6 miliardi di mosche almeno una mosca a cui la merda non piace, la mosca che non è nera ma è bianca, quella che nasce con cinque zampette invece di sei ecc_ Il mondo è bello perché è vario (per usare un cliché).

L’informazione può essere possibile (e non essere solo propaganda) quanto più essa è varia e pluristratigrifata. Si può essere nei cori, è bello che esistano tanti cori, ma si può anche essere fuori dai cori - con l’avvertenza che non è fuori dal coro chi ti dice che è fuori dal coro. Per quanto riguarda noi, nel nostro piccolo (come le formiche…), per noi probabilmente provare a fare informazione, fare quello che facciamo al massimo delle nostre capacità (che, ripeto, non pensiamo sono eccelse - di qui l’alta probabilità di errore, di essere ingannati, di non riuscire a dividere le notizie vere da quelle false ecc_) e con il massimo dell’onestà possibile: che significa che un aspetto che sappiamo vero non va mai taciuto, anche se è scomodo - scomodo per noi stessi e per la nostra parte -.

Una cosa può essere detta in tanti modi, per dare al lettore la possibilità di leggerla nei modi più diversi; basta omettere qualche dettaglio, utilizzare un aggettivo da una parte, enfatizzare una parte invece di un’altra ecc_. Chi comunica una cosa è sempre in grado di dare la propria impronta a quella cosa: l’impronta che comunica a chi si appartiene e perché si sta dando quella notizia e in quel modo. Non si sfugge a questo. E per questo oltre a uno che comunica responsabile e cauto, c’è bisogno di un lettore che sia altrettanto interessato alla verità complessa e sfaccettata che esiste.

C’è dunque un doppio problema: noi come soggetti che facciamo giornalismo, e i lettori che ci leggono. Noi speriamo che i nostri lettori siano interessati al modo con cui noi facciamo informazione, ed è per questo che ci leggono; in realtà sappiamo che le cose sono sempre più complicate: quantomeno, esistono ad es_ lettori casuali, oppure lettori che leggono le cose a modo loro solo per avvalorare le convinzioni di cui sono portatori ecc_ Sui nostri lettori l’unica cosa che possiamo dire è questa: che ci sono (abbiamo il report statistiche del numero di visitatori delle nostre pagine). Su di noi l’unica cosa vera che possiamo dire è questa: continuiamo, per un qualche motivo misterioso e l’altro, a scrivere e pubblicare - fare (pomposamente, come si dice) “informazione” - che la vita delle mosche di qualsiasi colore esse siano, si sa, è legata al giorno. Tutto questo, per chi ha l’immaginario dell’eroe che si scaglia contro il nemico o guida uno squadrone all’attacco (per finire certo sui libri di storia) può essere insoddisfacente.

Il resto, alla via cercando di fare il possibile - occhi aperti e culo stretto...



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