Le mani della malavita sul Ponte di Messina

Intervista a Enzo Ciconte, dell’Università Roma Tre, sulla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina
di Vincenzo Raimondo Greco - mercoledì 20 aprile 2005 - 8592 letture

Lunghi tentacoli sembrano distendersi sul Ponte non ancora costruito. ‘Ndrangheta e Cosa Nostra hanno già riscaldato i motori pronti a scattare non appena saranno aggiudicati i lavori. E come per la tormentata autostrada Salerno-Reggio non è difficile immaginare cantieri gestiti dalla malavita organizzata. Di tutto questo parliamo con Enzo Ciconte, docente presso l’Università Roma tre, già parlamentare nella X legislatura (1987-1992), consulente dell’associazione “Libera” e autore di numerosi saggi.

La zona dello Stretto si caratterizza per essere un’area, certamente non la sola, ad alta densità mafiosa. Quali scenari apre la costruzione del Ponte?

Lo scenario più prevedibile è il fatto che ci sarà l’inserimento delle organizzazioni mafiose: ‘ndrangheta in Calabria e Cosa nostra in Sicilia , nei lavori di costruzione. Non penso agli appalti perché nessuna delle due ha ditte così grandi, a livello nazionale ed internazionale, per potervi partecipare. Ma penso ai subappalti per la fornitura dei materiali, ai terreni: sarà in questi settori che si sentirà la presenza delle mafie.

Sia il Ponte sullo Stretto, sia l’Autostrada Salerno-Reggio sono terreno fertile per le associazioni malavitose. C’è in questo senso una sorta di sinergia, un tacito accordo tra ‘Ndrangheta e Cosa Nostra?

No. Ognuno fa i suoi affari. Quando i lavori vengono eseguiti nel territorio della camorra i soldi li incassano i camorristi e quando si scende in Calabria, i calabresi. Non ci sono sinergie ma semplicemente un passaggio di consegne da un territorio ad un altro. Ma anche all’interno dello stesso territorio cambiano i referenti. Nel senso che ci sono più organizzazioni della camorra e della ‘ndrangheta; man mano che si passa dalla provincia di Cosenza a quella di Catanzaro, da quella di Vibo a Reggio: in ognuna di queste province ci sono organizzazioni mafiose; e ognuna partecipa in proporzione ai lavori.

Un divisione in zone di influenza?

Sono divisioni territoriali classiche di ogni organizzazione mafiosa. Ma senza sinergie tra l’una e l’altra; non hanno bisogno perché ognuno controlla il proprio territorio. E quando passi devi pagare pegno; tutto qua.

Come giungono all’appuntamento i poteri forti della Calabria e della Sicilia?

Arrivano abbastanza preparati e forti. Preparati perché non è la prima volta che partecipano a questo tipo di lavori. Quando hanno iniziato i lavori della Salerno-Reggio e, successivamente, in occasione dei lavori di ammodernamento, la ‘ndrangheta ha partecipato a piene mani: subappalti, appalti , l’insediamento dei cantieri e il controllo del territorio. Arrivano più forti di prima perché oramai, in questi territori, molte delle attività economiche sono direttamente nelle mani della ‘ndrangheta. Mi riferisco ai settori legati all’edilizia e agli appalti: le cave; le torbiere; il trasporto del materiale inerte; il trasporto di tutto il materiale edile; le ditte che forniscono ferro e legname. Parte delle attività economiche, di queste imprese sono nelle mani delle mafie. Sarà giocoforza, qualunque sia la ditta nazionale o internazionale che vincerà la gara, fare i conti con questa realtà economica che è mutata rispetto al passato. Negli anni 60 quando è cominciata la costruzione dell’Autostrada del Sole i mafiosi, gli ‘ndranghetisti in quel caso, parteciparono ai lavori di subappalto; oggi possono fare tante altre cose che prima non facevano; proprio perché sono più forti.

Non molti mesi fa i napoletani di Secondigliano e di Scampia hanno inveito contro le forze dell’ordine giunte per arrestare un camorrista. Nel napoletano la guerra tra i clan continua. In Sicilia c’è un silenzio.

In Sicilia con chi dovrebbero prendersela, con il mafioso o con il presidente della Giunta regionale accusato di aver favorito i mafiosi. Questo significa che il problema è complicato. Quanto accaduto a Scampia, a Secondigliano, non è un fatto isolato. Negli anni scorsi in alcuni comuni dell’Aspromonte quando la polizia arrestò dei latitanti ci fu la ribellione dei paesani per farli liberare. Quando si sono celebrati alcuni processi nella Locride, c’erano le donne di questi uomini che protestavano contro i giudici, i magistrati e i carabinieri. Come vede, non è un fatto nuovo. Le affermazioni del Ministro Pisanu hanno creato sorpresa. Per il resto rientra tutto nella ‘normalità’. Non c’è nulla di cui scandalizzarsi perché non è un fatto nuovo, che riguarda gli amministratori locali di oggi. Il problema è più generale.

Vale a dire?

Bisogna capire perché, tutto ciò, succede. In quella regioni c’è un maggior consenso all’organizzazione mafiosa; non si giudica lo Stato (dall’amministratore comunale al Presidente del Consiglio) come una realtà in grado di risolvere i problemi. La gente si sente abbandonata; presa in giro da tante cose. Non intendo dire che hanno ragione ma semplicemente che è la realtà ; bisogna fare una nuova politica completamente diversa rispetto a quella fatta finora.

Per esempio?

Liberare le istituzioni dalla presenza equivoche. Io inizierei col fare pulizia dalle liste regionali che vengono presentate da qualche settimana. Chiederei a tutti i partiti di essere limpidi e di non candidare persone che hanno avuto ‘impicci’ con la giustizia per quanto riguarda la mafia. Capisco che in questo caso possa essere colpito qualche persona che successivamente potrebbe risultare innocente; ma se vogliamo, quanto meno, sgombrare il campo da questi fatti bisognerà cominciare da qualche parte. Io lo farei dalla lista dei partiti.

Sul Ponte si è aperta una lunga battaglia che ancora continua. Oggi chi sono gli uomini del Ponte? E quale peso hanno nell’establishement locale e nazionale?

Intanto ci sono i Presidenti delle due Regioni, il Presidente del Consiglio, il Ministro Lunardi. Credo, quindi, che gli uomini del Ponte siano abbastanza rappresentati. I massimi rappresentanti istituzionali, tranne il sindaco di Villa San Giovanni, si sono pronunciati chiaramente. Nonostante forti reazioni presenti sia in Sicilia che in Calabria.

Lei lo costruirebbe?

No. Ci sono aspetti ambientali ed ecologici, prima che criminali.


Vincenzo Greco - Oltrenews.it


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Le mani della malavita sul Ponte di Messina
1 novembre 2007, di : Gianmaria

ma che raggionamento è mai questo? dato il disaggio meridionale della malavita non si costruiscono le infrastrutture? c’è la mafia e allora ci nascondiamo per paura che ne possa prendere possesso? io sono d’accordo nel costruire una struttura di tale magnificenza ed importanza... anche perchè non credo ci possa essere un impatto ambientale di tale rigore, anzi tutt’altro, si eviterebbe l’andazzo dei traghetti che inquinano tantissimo e in più si migliorerebbero le ferrovie siciliane.

COME VOGLIAMO SVILUPPARCI SE AD OGNI PROPOSTA DICIAMO NO PER LA MAFIA? LA MAFIA SI DEVE COMBATTERE CON LE INFRASTRUTTURE! E QUESTO LO DICE UN RAGAZZO DEL MERIDIONE E NON UN DOCENTE DI ROMA CHE CON TUTTO IL RISPETTO NON CONOSCE I VERI PROBLEMI CHE ABBIAMO QUI!