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Le mafie connection della famiglia Romeo da Messina

Connection di altissimo livello che hanno permesso alla famiglia Romeo di diversificare gli investimenti in molteplici settori economici e conquistare piena autorevolezza nel firmamento criminale nazionale.
di Antonio Mazzeo - mercoledì 26 dicembre 2018 - 1437 letture

L’imprendibile superboss Matteo Messina Denaro; i fratelli stragisti Filippo e Giuseppe Graviano da Brancaccio, Palermo; tutti i rampolli della famiglia allargata Santapaola-Ercolano-Vacante di Catania; le potenti ‘ndrine di Platì e Cirò Marina e i reggenti della Sacra Corona Unita pugliese; i portavoce delle cosche meridionali in terra lombarda ed in Emilia Romagna. Nel lungo racconto del costruttore Biagio Grasso davanti ai giudici del Tribunale di Messina, sono questi i principali referenti, partner e finanche parenti sparsi in mezza Italia del gruppo criminale peloritano con a capo l’anziano Francesco Romeo e il figlio Vincenzo “Enzo”. Connection di altissimo livello che hanno permesso alla famiglia Romeo di diversificare gli investimenti in molteplici settori economici e conquistare piena autorevolezza nel firmamento criminale nazionale. Come dire che Messina, ormai, non è seconda a nessuno nelle trame della borghesia imprenditrice, predatrice e mafiosa.

Le relazioni pericolose di Biagio Grasso

“Io non sono stato mai affiliato con i canoni tradizionali né nella famiglia barcellonese né tanto meno nel clan Santapaola-Ercolano, soprattutto perché le persone, gli imprenditori vicini che hanno attività insieme a loro, i capi, non usano più da tanto tempo questo tipo di usanza”, ha dichiarato Biagio Grasso nel corso della sua deposizione all’udienza del 30 novembre del processo antimafia Beta sulla grande area grigia in cui convivono e cooperano criminali, imprenditori, professionisti e funzionari pubblici della città di Messina.

“Avevo però un ruolo importante a tutti gli effetti ancor di più con i clan Romeo e Santapaola, dovuto all’amicizia e al rapporto strettissimo di investimenti che abbiamo fatto con Enzo Romeo”, ha proseguito il neocollaboratore di giustizia. “Lui mi ha messo in contatto con personaggi di calibro appunto come Vincenzo Ercolano, persona che comunque non incontrava nessuno se non era assolutamente garantita da uno di sangue e di famiglia. Personaggi come Roberto Vacante che è entrato in merito a tutta una serie di rapporti che si dovevano creare con aziende del catanese per lavori importanti che c’erano, come Tecnis, in Piemonte e altre attività che si dovevano sviluppare sul territorio messinese e quindi la costruzione dei parcheggi e la proposta per fare il palazzo di giustizia a Messina in alcune aree vicino al La Farina… E tutta una serie di attività che si volevano fare nel campo dei rifiuti non solo solidi urbani ma rifiuti di inerti in un grosso appezzamento che Vincenzo Ercolano aveva sulla statale che porta verso Siracusa dove la nostra socia di Milano, Allievi, ebbe dei contatti già direttamente con Vincenzo Ercolano una volta accompagnato da me, altre volte da sola per portare attrezzatura che noi avevamo a Milano e quindi iniziare una società con loro su Catania”.

“Venivo presentato a queste persone come socio di Vincenzo Romeo, persona di fiducia già vicina al clan di Pippo Gullotti, anche perché il clan di Barcellona è stato sempre vicino e alleato del clan Santapaola tant’è vero che Nitto Santapaola è stato latitante a Barcellona Pozzo di Gotto per diverso tempo”, ha spiegato Grasso. “Quindi mi presenta con queste credenziali, più chiaramente vengo con lui e lui all’interno della famiglia è considerato la persona di maggiore serietà di tutti i più giovani che all’epoca erano ancora liberi sul territorio. Io conoscevo gli appartenenti alla famiglia Romeo. Francesco Romeo è il marito di Concetta Santapaola nonché papà di tutti fratelli Romeo fra cui Enzo. Concetta Santapaola è la sorella di Nitto Santapaola, il boss capo della storica famiglia Santapaola. Francesco Romeo l’ho conosciuto in diverse occasioni, ha fatto direttamente anche qualche intervento dal punto di vista economico quando c’è stato un periodo che eravamo in crisi di liquidità e ha pagato per esempio qualche effetto cambiario a dei soggetti di Catania. Anche se la gestione da quello che ho potuto constatare e vedere era totalmente in mano a Vincenzo Romeo, per una questione di rispetto di anzianità e di caratura criminale, per qualsiasi decisione importante si consigliava sempre con il padre. È intervenuto due o tre volte direttamente lui pagando delle somme a dei fornitori per conto nostro per l’operazione che avevamo in quel momento al Villaggio Aldisio. Ha pagato una cambiale di 5 mila o 10 mila euro a Le Costruzioni dello Stretto, erano delle cambiali che XP, la mia società e di Enzo Romeo, aveva emesso nei confronti di quella società che nelle more era proprietaria della Procoim che era titolare dell’operazione a via Chinigò. Francesco Romeo aveva un ruolo di apice anche se non era più operativo considerati i limiti di età, però in ogni caso veniva informato di tutto da Vincenzo Romeo, tant’è vero che tante volte mi ricordo mi diceva: Non fare in modo che ti deve chiamare mio padre, stiamo parlando alla fine, chiudiamo ‘sta operazione, liquida perché mio padre vuole parlare con te…”.

“Dei soggetti che sono parenti di Vincenzo Romeo ho conosciuto direttamente Vincenzo Ercolano, Roberto Vacante, il figlio di Nitto Santapaola Francesco Santapaola in virtù di un’estensione o un recupero somme ai danni dell’architetto La Spina in riferimento ad un vecchio affare che La Spina aveva fatto con i capi storici del clan Santapaola negli anni ’80”, ha rivelato l’imprenditore di origini milazzesi. “La Spina aveva fatto un investimento in società con la famiglia Santapaola per la costruzione di 600 appartamenti ad uso turistico nella zona di Acireale, poi questo investimento per una questione simile a quella del Torrente Trapani si fermò, solo che il La Spina rimase in debito di 4 miliardi delle vecchie lire nei confronti di Nitto Santapaola e di altri soggetti di spessore. Una parte a dir del La Spina la restituì, circa 2 miliardi delle vecchie lire; una restante somma pari a 2 miliardi e quindi a circa un milione di euro era rimasta ancora da dare… Quindi io con La Spina entro in contatto per delle attività normali che avevo come imprenditore su Messina. L’architetto La Spina sa che sono amico intimo di Vincenzo Romeo anche perché glielo dico pure io e mi dice: Mi devi fare un favore, mi devi fare conoscere ‘sto ragazzo, anche perché io conoscevo il padre, lo stimo tantissimo, ma non conosco ‘sti ragazzi che so che sono persone serie e apposto, e così gli presento Vincenzo Romeo. Quest’ultimo in qualche misura era a conoscenza di questa vicenda e quindi gli dice: Mi interesso io, da qui contatta Francesco Santapaola che insieme ad un altro soggetto di cui non ho mai saputo il nome, ma so che era il figlio di uno soprannominato Manuncula, scendevano a Messina e hanno minacciato diverse volte l’architetto La Spina, e da qui Vincenzo Romeo insieme a me si interessa nella mediazione di questa vicenda. Fatto sta che non ha avuto comunque più pressioni il La Spina in maniera violenta come li riceveva prima e fino al mio arresto non aveva versato somme in virtù di questo debito. Con l’interessamento di Vincenzo Romeo questa cosa si era in qualche maniera affievolita”.

Quei consiglieri-consigliori in doppio petto

“Andrea Lo Castro ha seguito un investimento dove era direttamente interessato il cugino di Vincenzo Romeo, Vincenzo Ercolano; tale operazione si chiama Kalos S.r.l., dove Lo Castro sapeva al 100% che in essa c’era direttamente Vincenzo Ercolano che era fittiziamente rappresentato in questa società da tale Antonio Petralia di Paternò”, ha spiegato Grasso. “Io conobbi Vincenzo Ercolano attraverso Vincenzo Romeo, come personaggio di spicco e a capo della famiglia fin quando non è stato arrestato nel 2014 anche lui. Ercolano era proprietario per il 50% di un terreno in località Calatabiano, quindi adiacente a Taormina, ove già esisteva un piano di lottizzazione per la costruzione di un centro commerciale dove c’era un capannone adibito a food da vendere a Eurospin. Siccome Romeo gli aveva detto che io già avevo venduto un capannone ad Eurospin allora Vincenzo Ercolano dice: Facciamo ‘sta operazione insieme, liquidiamo il 50% di altri due ingegneri e rimaniamo noi e voi, la mia parte la tiene Petralia per conto mio, l’altra parte ve la prendete voi. Questa operazione dal punto di vista giuridico è stata interamente gestita nello studio e nella persona di Andrea Lo Castro. Si sono fatte diverse riunioni, c’erano dei compromessi che si possono rintracciare nei miei documenti, poi non si è portato a compimento perché nel 2014 Vincenzo Ercolano è stato arrestato nell’operazione Caronte. Il gruppo Romeo che operava a Messina era la filiale, se possiamo utilizzare questa parola, del clan Santapaola. Per quanto riguarda la parte commerciale e la parte di investimenti, loro operavano quasi in maniera autonoma anche se alla fine sempre collegata. Faccio un esempio: sul settore per esempio dei farmaci, anche se chiaramente erano autonomi e faceva capo alla famiglia Romeo, se dovevano passare sul territorio di Catania, ad organizzare anche per opportunità, si parlava sempre con Enzo Ercolano per alcune cose; per altre cose si parlava con Roberto Vacante, per esempio se erano azioni di estorsioni, di danneggiamenti alle imprese o di azioni violente… Enzo Romeo di queste vicende delittuose mi ha sempre tenuto fuori, per cose delicate si rivolgeva ai cugini suoi ancora più violenti. Uno mi pare che si chiama sempre Enzo Santapaola e l’altro non ricordo, comunque sono ragazzi che vivono nei paesi etnei, ma sempre di sangue diretto Santapaola. Quindi per puntualizzare, per quanto riguarda i riferimenti Santapaola a Catania vivono appunto i piccoli, 20-22 anni, sui paesi etnei. Enzo Ercolano gestisce tutta la parte imprenditoriale di altissimo livello; Roberto Vacante che all’epoca ancora non era stato arrestato, gestiva tutta la zona costiera lato ionico e si occupava principalmente di estorsioni e di altre attività meno pregiate rispetto a quello che poteva gestire Enzo Ercolano. Per quanto riguarda invece attività di gioco illecito, di gioco non illecito, di gioco normale e altro tipo di gioco, avevano tutta un’altra serie di personaggi come per esempio Giovanni Marano su Catania, altri su Siracusa, personaggi importanti collegati alla criminalità su Palermo, Calabria, Puglia, ecc…”. “Dal 2014 in avanti - spiega ancora il costruttore - ho potuto appurare meglio questi rapporti perché nella pressione di Vincenzo Romeo a dire: chiudiamo queste partite, io ho tutta una serie di problemi, i miei riferimenti su Catania e i miei familiari sono stati tutti arrestati, ho degli impegni importanti che devo mantenere e devo in ogni caso fare fronte a delle somme che attualmente non arrivano da altri canali e quindi chiaramente da Enzo Ercolano, Roberto Vacante e tanti altri che erano stati arrestati e lui tutte le settimane mi diceva che a Catania doveva portare un tot per distribuirlo ai suoi referenti della famiglia. Per quanto riguarda invece Messina in particolare, gli altri soggetti che appartenevano all’associazione e con cui ho avuto modo di interloquire, a parte Andrea Lo Castro e Carlo Borella, c’era Nunzio Laganà. Laganà insieme a Enzo Romeo hanno avuto sempre delle società, mi ricordo una delle prime che era per un’agenzia scommesse a Piazza del Popolo, ma tante altre. Curava per conto di Vincenzo Romeo i rapporti con alcuni soggetti calabresi che operano nel casinò di Portomaso a Malta e nel casinò La Perla in Slovenia. Nunzio Laganà aveva i rapporti anche con Dominique Scarfone, poi morto, che io conobbi per tutta una serie di vicende che si devono sviluppare sul territorio dell’Emilia Romagna. Insieme a Marano gestivano una serie di attività volte alla raccolta di danaro con i punti agenzia che avevano; insieme a Eros Nastasi organizzavano i tornei di poker online sparsi sul territorio. Poi per esempio c’era Marco Daidone che era socio in un’agenzia in via Santa Cecilia e che comunque era persona di fiducia di Enzo Romeo, detentore di armi per conto dello stesso Romeo. Il core business e il settore principale è stato sempre e lo sarà quello dei giochi perché è uno dei settori dove loro l’hanno fatta sempre da padroni per tutta una serie di collegamenti che hanno sempre avuto… Come hanno fatto con me come imprenditore nel settore edile lo hanno fatto per esempio in qualche misura con Michele Spina nel settore dei giochi, già negli anni 2005 e 2006. Michele Spina era personaggio noto anche alla criminalità, perché è il nipote di Sebastiano Scuto, proprietario dell’ex gruppo Alis nonché soggetto vicino al clan Laudani, cosa confermata anche da Vincenzo Romeo successivamente. Quindi Spina era soggetto non con familiarità criminale ma comunque con collegamenti con soggetti di clan forti sul territorio, quindi da là loro cominciano anche ad avere un’attenzione diversa da quello che può essere la semplice macchinetta non collegata con il sistema statale. Come mi ha spiegato Enzo Romeo, su dieci macchine otto non erano collegate e quindi non soggette a tassazione; successivamente quando ci sono state tutta una serie di misure nazionali che impedivano in qualche maniera di fare molto nero, sono stati costretti a riorganizzarsi. Una delle prime organizzazioni grandi che hanno cercato di fare è quella per esempio con Michele Spina. Lui ha partecipato ad un bando per l’assegnazione di diverse centinaia di punti scommesse per conto dell’associazione nazionale Monopoli di Stato e ha chiesto aiuto a Vincenzo Romeo in parte e una parte credo anche allo zio per partecipare a questo bando, perché bisognava versare circa 10 milioni di euro tra fideiussione e soli contanti. Quello che ricordo chiaramente è che Vincenzo Romeo procurò circa 3 milioni e mezzo di euro in contanti a Michele Spina raccogliendolo tra investimenti che ha fatto lui personalmente e gli investimenti che hanno fatto famiglie, a detta di Vincenzo Romeo e poi confermato anche da Spina, importanti della Sacra Corona Unita e di altri clan criminali calabresi. Un nome che mi hanno fatto Romeo e Spina è il clan Di Lorenzo, lo ricordo anche perché in una delle operazioni che abbiamo portato avanti c’era l’acquisizione di una società che si chiama R.V. e che era in Puglia e si occupava di eolico. Io chiesi a Romeo: Senti, che facciamo?, lui dice: Non c’è problema, lì in ogni caso io contatto con il Di Lorenzo, che Michele Spinta mi ha fatto fare cattiva figura ma che io poi in qualche maniera ho risanato la situazione. E l’altro soggetto è Dominique Scarfone, che ho conosciuto e collegato direttamente o tramite un altro piccolo clan al clan Grande Aracri, chiaramente calabresi operanti su Reggio Emilia, e che ha investito anche diverse centinaia di migliaia di euro. Romeo non mi ha fatto il dettaglio preciso, ma so che una quota importante, un milione e rotti, l’ha messa Di Lorenzo, gli altri sono stati raccolti fra Dominique Scarfone e la famiglia Santapaola fra Messina e Catania. Nel 2005-2006 non avevo rapporti né con Vincenzo Romeo né con Michele Spina, sono informazioni che mi confidano sia il Romeo che Spina e Nunzio Laganà nelle conversazioni che abbiamo avuto poi. Ci sono anche altri dettagli tipo la famosa riunione che è stata fatta presso l’avvocato Sbordone a Roma. Lui è un avvocato, come dettomi da Spina e da Vincenzo Romeo perché io non lo conosco, che si è sempre occupato di gestire grandi imprese che si occupano di giochi con Monopoli di Stato, quindi uno dei player nazionali in merito. C’è stata questa riunione a Roma che era stata convocata da Spina con tutti quelli che avevano messo buona parte dei quattrini, oltre ai Romeo altri soggetti palermitani, agrigentini, gente sempre collegata ai clan. Il clan di riferimento con cui Michele Spina ha fatto operazioni su Palermo sono i fratelli Graviano, quindi parliamo gente di tutto rispetto, soggetti vicini al clan Messina Denaro di Trapani… Alla fine Spina si ritrova in una situazione quasi ingestibile, in Africa mi disse quasi a pericolo vita, al che chiede a Vincenzo Romeo di fare un ulteriore sforzo, diciamo da collettore per raccogliere soldi. In questa riunione lo presenta come il nuovo proprietario della Primal S.r.l… Enzo Romeo si presenta dicendo: Okay, sono io il proprietario, cosa volete, dovete aspettare… e ha sfoderato la sua appartenenza ad un clan importante e di parola e quindi ha appianato temporaneamente le divergenze che erano maturate fra Spina e questi soggetti. Divergenze che poi si sono procrastinate fino agli anni in cui li ho frequentati io, perché ci sono stati diversi episodi, come ad esempio quando Vincenzo Romeo diede uno schiaffo di rimprovero a Michele Spina perché aveva incassato dei soldi che andavano al rimborso di debiti e invece li ha spesi per lui”.

Truffe, fuffe e pacchi…

“Stefano Barbera è un altro soggetto che in quel momento faceva parte del nostro gruppo”, ha dichiarato Grasso. “Mi fu presentato da Vincenzo Romeo insieme a tale Antonio Monteiro in occasione di un’operazione economica per trading in acquisizione di petrolio e per la costruzione di un centro sportivo in località Villafranca. Monteiro era un soggetto che poi comunque risultò completamente inattendibile, a cui forse furono consegnati per tramite di Barbera e presso l’hotel Liberty a Messina nel 2011 o 2012, 175 mila euro in contati. I soldi li abbiamo presi io e Vincenzo Romeo con una valigetta che lui aveva in un deposito che era del suocero, di fronte alla Fiera. Barbera ne voleva 350 mila, sono stato io ad insistere a dire: Guarda che questa secondo me è una mezza truffa. Lui dice: No, a me truffe non me ne fa, non me ne può fare. Ho detto: Guarda che noi ‘sti soldi li bruciamo, e quindi poi si convinse e il contratto fu dimezzato. Gli ho detto: Okay, proviamo con 175 mila e ha preso 175 mila, poi a me mi lasciò all’ufficio che all’epoca avevo in viale Boccetta e insieme a Stefano Barbera andarono presso l’hotel Liberty dove soggiornava Antonio Monteiro e consegnarono il denaro. In più Barbera insieme a Romeo qualche volta faceva delle operazioni per la costruzione di bar o la fornitura di macchine sempre per la ristorazione o per i bar, magari Romeo lo raccomandava o avevano affari insieme. Poi scoprimmo che c’era un’altra persona con cui Monteiro aveva un debito e ‘sti soldi alla fine come io avevo già capito hanno fatto un passaggio di mano e sono finiti a un soggetto a cui si accompagnava. Così il Monteiro ha cominciato a rimandarci, oggi-domani, oggi-domani, oggi-domani, dicendo ho sistemato, il bonifico è fatto, ma i soldi non sono mai arrivati. Enzo Romeo interessò un personaggio della criminalità di Cirò Marina appartenente al clan Farao che aveva contatti ad Amburgo, perché nelle more Monteiro si era trasferito lì. Non so poi quanto ha recuperato o se ha recuperato. Se non ricordo male il soggetto con cui lui aveva questo debito era Antonio Spagnolo. So solo che Barbera tante volte diceva che lui era costretto a dare ‘sti soldi a questo Antonio e che faceva parte dei servizi segreti spagnoli; la cosa per me cominciò a prendere una piega da barzelletta quindi non la seguii più”. “Chi teneva le armi era persona di massima fiducia e appartenente al 100% diciamo a quel gruppo che avevamo formato in quel periodo e in quel contesto”, ha aggiunto Grasso. “Relativamente alla disposizione di armi da parte del gruppo posso dire che Romeo sapeva che ero un appassionato di armi e quindi tante volte me le faceva vedere e ne ho viste diverse... Per quello che so io perché le armi sono state consegnate o in mia presenza o sono state passate anche da mano mia a terzo, sono appunto Marco Daidone e Ivan Soraci che detenevano le armi. Anche Gaetano Lombardo ha detenuto armi e fucili e gliel’ho dati io direttamente: c’era una 7 e 65 che tante volte detenevo io, tante volte deteneva lui; un calibro 12 altre volte lo tenevo io e altre volte lo teneva lui… Antonio Lipari e Salvatore Lipari avevano armi: uno dei due aveva qualche arma regolare, ma detenevano anche armi nel chioschetto che avevano, anche perché Enzo Romeo, come mi diceva sempre, aveva modi e usi e mi diceva come fanno i miei parenti a Catania, di avere le armi distribuite sul territorio in diverse posizioni in modo tale che in caso di necessità o in caso di sequestro di un sito, le altre rimanevano completamente a disposizione. Poi i fratelli Romeo tutti, quelli che ho conosciuto io, Maurizio, Benedetto, detenevano armi; Daniele deteneva armi presso l’officina. Io le ho viste che le tenevano là o sono passate dalle mie mani. Oltre al settore dei giochi e a quello degli investimenti di cui ho parlato, i Romeo avevano tutta una serie di attività che in qualche misura gli servivano da copertura, come esercizi di bar e di vendita al dettaglio. Tra i bar di proprietà c’è quello a Contesse, un altro bar che avevano già acquistato, 50 metri dopo, dove operava il fratello Gianluca e il padre Francesco. Erano proprietari del bar Montecarlo che poi però hanno venduto e là c’era socio anche Marco Daidone. Ogni fratello aveva un’attività in proprio, ma la gestione dei quattrini era sempre comune. Ad esempio, nel momento in cui noi non riusciamo a bancare l’operazione di via Chinigò e non riusciamo a venderla al Comune di Messina, buona parte dei quattrini sono stati portati da Vincenzo Romeo ma poi io avevo la lista dove lui appunto mi rinfacciava: Guarda che non sono solo soldi miei, cioè sì li gestisco io, ma ci sono anche i soldi dei miei fratelli, quindi 200 Benedetto, 100 Maurizio, 50 tizio e così via…, quindi la cassa era comune anche se ognuno aveva la sua attività indipendente. Poi c’era il settore dei presidi sanitari che era gestito in prima persona da Benedetto Romeo che aveva un magazzino in zona nord, dove sono andato diverse volte. Lui era coadiuvato da un altro soggetto che si chiama Gaetano Cristaldi e che viene da questo settore; si occupavano della commercializzazione alle aziende sanitarie locali e anche ai privati di pannolini per anziani e non solo. In più nell’ultimo periodo volevano aprire una rete di sanitari, una l’avevano pure aperta ed è la Ecosan a cui partecipava un altro ragazzo, Giorgio Piluso che ho conosciuto ma con cui non sono entrato mai in affari o in confidenza. Poi c’era il settore collegato sempre ai sanitari o alla distribuzione delle medicine che gestivano i fratelli Antonio e Salvatore Lipari in principio, ma che insieme a me si era iniziato a fare un programma di espansione abbastanza importante fra cui la costruzione di un deposito nella zona di Giammoro, San Pier Marina, dove all’epoca avevo dei terreni di proprietà. Più il settore immobiliare chiaramente che gestivano con me. So anche che i Romeo avevano interesse nell’ambito della gestione di corse di cavalli. Faceva parte del gruppo Antonio Romeo, che credo sia cugino in secondo grado; è il figlio di Carmelo Romeo, il signore che è proprietario di un chiosco presso il bar del Policlinico che si chiama Policlinic Bar. Loro sono stati sempre appassionati di cavalli, tant’è vero, per esempio, che quando andavamo da Roberto Vacante, anche lui appassionato di cavalli, ho portato pure diverse fotografie di purosangue che erano da consegnare a Enzo al padre o a Benedetto Romeo. Chi organizzava le stalle e l’organizzazione vera e propria dei cavalli era questo Antonio Romeo. Enzo Romeo mi ha parlato pure di Pietro Santapaola e Vincenzo Santapaola, però non me li ha mai presentati perché avevano un modo di operare diverso che a lui non piaceva molto. Sono i figli di un altro fratello di Nitto Santapaola, cugini diretti di primo grado. Con Vincenzo Romeo avevano un rapporto di rispetto ma non idilliaco… Ricordo la vicenda dell’estorsione a Giannetto a cui non ho partecipato in prima persona, ma so molti dettagli perché è stato uno dei primi campanelli d’allarme che ha avuto Vincenzo Romeo su indagini pesanti in corso a lui e che poi si è ripercorsa anche sul nostro rapporto. Mi disse: Rischio che mi arrestano da un momento all’altro, quindi mi ha confidato, a parte che ho letto le informative, cioè la Sdi… Praticamente aveva una Sdi, un’interrogazione, non so tecnicamente come si può definire, fatta dalle forze dell’ordine dove si evinceva la denuncia che aveva fatto Giannetto in virtù di quel recupero crediti che loro hanno fatto su Messina per conto di una società di Siracusa o di Milano. M’ha detto: Hai visto che è come dicevo io, mio cugino Piero non si è comportato in maniera zenit, perché se io ti porto a uno per sistemare una situazione che poi mi denuncia poi mi devi dare soddisfazione. Queste sono state le parole che ha pronunciato Enzo Romeo in merito a suo cugino Pietro ed era pure il compare, perché credo che aveva battezzato o lui a Giannetto o Giannetto uno dei loro bambini. Quindi avevano un rapporto di massima fiducia, solo che sembra strano che il Giannetto viene estorto considerato che è compare di Pietro Santapaola. Era come se io venivo estorto ed ero socio di Enzo Romeo; dove mi presentavo sono socio di Enzo Romeo, anche Antonio Barbaro si è messo a disposizione per dire, o altri soggetti pesantissimi. C’era però un ragionamento che mi ha spiegato Enzo Romeo in linea di massima, dove dei parenti suoi di Catania che erano amici di un soggetto di Siracusa gli avevano chiesto di intervenire su Giannetto per recuperare queste somme che non voleva pagare perché in qualche misura era amico di Pietro Santapaola. Quindi Pietro Santapaola era in difficoltà, cioè non poteva intervenire in maniera violenta; dall’altra parte Enzo Romeo riceve questa ambasciata nel dire Risolvi questa vicenda e quindi si incontrano (…) La cosa poi è degenerata. Enzo Romeo non è un soggetto che usa violenza o ha mai usato violenza se non strettamente necessaria, però nel momento in cui gli vanno i fili in corto circuito, per usare un termine che utilizzava sempre lui, esce fuori l’altro lato di Enzo Romeo che è l’Enzo Santapaola e quindi la vicenda prese una piega non adeguata, al punto tale che Giannetto si sentì seriamente minacciato e ha deciso di procedere per le vie legali”.

Gli amici in Procura e nei corpi armati dello Stato

“Questa interrogazione Sdi che riguardava la denuncia che Giannetto aveva fatto nei confronti di Romeo mi fu mostrata quando già eravamo in procinto io e Michele Spina di iniziare le attività in Africa”, ha spiegato Biagio Grasso. “Dovevo incontrarmi con Spina, e lui, per farmi vedere che da un momento all’altro ci poteva essere un arresto, mi ha delegato di farla vedere a Michele Spina, anche perché nel 2016 e fino a quando l’hanno arrestato nel 2017 ancora era in debito di circa 300-350 mila euro nei confronti di Enzo Romeo. Lo scopo di mostrarmi lo Sdi era di farci constatare che aveva necessità di incassare le somme sia da me sia da Spina, perché Giannetto aveva già fatto una denuncia di estorsione e lui di questa cosa era abbastanza preoccupato. A dir suo Enzo Romeo aveva diversi rapporti all’interno delle forze dell’ordine. Mi consta perché l’ho vista e perché ho fatto anche per conto mio qualche piccolo favore, che uno di essi è stato Antonino Romeo, dipendente della Guardia di Finanza a Messina, omonimo cognome ma non cugino di Enzo Romeo. Questo Nino Romeo a detta di Enzo Romeo era in contatto con un amico suo appartenente ai Carabinieri che gli forniva informazioni su quelle che potevano essere indagini in corso o segnalazioni delle attività di attenzione nei confronti delle persone interessate ai Santapaola-Romeo. Ci sono state altre due occasioni in cui abbiamo avuto modo di verificare interrogazioni a proposito di indagini nei nostri confronti. Una con Lorenzo Mazzullo che era dipendente presso la Procura di Messina all’epoca dei fatti e con cui avevamo stretto rapporti perché lui e tale ingegnere Cuzari ci proposero un’operazione immobiliare che poi eseguì anche Andrea Lo Castro su Catania. Nacque un certo rapporto di confidenza e quindi io e Vincenzo Romeo gli abbiamo chiesto diverse volte di verificare se poteva in qualche maniera accedere ai terminali per capire che tipo di indagini c’erano in corso su di noi. Alcune volte ce lo diceva a voce e altre volte, incalzato, ci portò anche un’interrogazione Sdi che a dir suo non ha fatto lui direttamente ma un carabiniere che comunque era dipendente sempre della Procura della Repubblica di Messina. L’altra occasione dove sono state fatte interrogazioni per controllare sia il mio nominativo che il suo è attraverso un carabiniere che ci presentò Rosario Di Stefano, all’epoca proprietario della R.D. Costruzioni, che è la società che ha venduto a noi l’operazione di Villaggio Aldisio. Questo carabiniere che ho conosciuto e che abitava a Rometta Marea, dietro la Sartoria del Corso, secondo piano, fece delle interrogazioni però non ci diede mai copia cartacea”.


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