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Le mafie a tavola

“La mafia silente non ricorrere alla forza ma assume atteggiamenti educati per non destare sospetti e agire indisturbata" (Gianfranco Caselli).
di Piero Buscemi - martedì 23 ottobre 2018 - 680 letture

Dopo la tempesta, la quiete. Una massima che dovrebbe rispettare l’andamento alternato della vita di tutti i giorni, dando alla stessa un significato metaforico e di speranza, poggiato sulla certezza che, all’andamento negativo del corso degli eventi, ne segua sempre un altro positivo.

I fatti, spesso, smentiscono questa formula, nascondendo una cruda realtà dietro un’apparente quiete che, al contrario, assume valore di rassegnazione. E’ quanto sta accadendo in Sicilia in queste settimane, flagellate da una perturbazione a carattere temporalesco che ha provocato ingenti danni in campo agroalimentare.

Non c’è una quiete nell’animo degli agricoltori che, già costretti a fare i conti con le leggi restrittive imposte dalla UE, si ritrovano a constatare una stagione fallimentare, dove il guadagno preventivato, non solo non sarà realizzato, ma che li vedrà costretti a grattare il fondo delle proprie risorse economiche per affrontare i costi di una plausibile ripresa.

Mentre si attendono, forse inutilmente, che le richieste di calamità naturale da parte dei sindaci delle zone colpite dalle recenti alluvioni, possano in parte coprire i costi dei danni subiti dagli agricoltori, qualcuno sta già pensando a come sfruttare illegalmente la tragedia e speculare sulle disgrazie degli altri. Ci stiamo ovviamente riferendo alla criminalità organizzata che, già in tempi di quiete, detta le regole del mondo agricolo, alle quali sottostare o, in alternativa, scomparire.

E’ per questo che ci è venuto in mente un interessante intervento di Gianfranco Caselli che, in qualità di Presidente dell’Osservatorio sulla Criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, mediante un’intervista rilasciata ad Altroconsumo nel 2017, segnalò come già allora il cibo e la filiera agroalimentare rappresentassero un modo "lecito" di riciclare il denaro sporco proveniente dal traffico di droga e di armi.

In quell’intervista Caselli citò lo studio redatto dalla Commissione, su indicazione dell’allora ministro della giustizia Andrea Orlando, avente come finalità la riforma sui reati attinenti all’agroalimentare e, dopo estenuanti riunioni, furono formulati 49 punti sui quali proporre una legge seria sull’argomento. Il pacchetto passò nelle mani del governo che avrebbe dovuto portare a termine il lavoro della Commissione che si era concluso a fine del 2015. A un anno di distanza da quella intervista, con le varie vicende politiche che hanno interessato il nostro Paese, argomenti più "prioritari" hanno concentrato le attenzioni dei nostri amministratori, accantonando il progetto.

Ma quali sono le interferenze della agromafie sulla vita dei cittadini? Come ebbe occasione Caselli di rispondere in quell’intervista, le risposte sono tante e variegate. Le menti sopraffine di chi, dalla salute delle persone, legge sempre un modo per far cassa, hanno da diversi decenni puntato i loro investimenti sulla contraffazione dei prodotti alimentari messi in commercio. L’apertura delle frontiere ha, involontariamente, agevolato l’attività illecita legata allo scambio di merci di natura alimentare.

Numerosissimi i casi di frode, dalla mucca pazza al tonno al mercurio, dall’olio extravergine contraffatto o alle legalizzate imitazioni dei prodotti italiani in campo caseario. Un continuo attacco alla tavola del consumatore che, a dirla breve, non ha molti mezzi di difesa per salvaguardare la propria salute. Le stesse disposizioni dell’UE sembrano, ad oggi, insufficienti a tamponare le arzigogolate attività criminali che, dai tempi del mafioso americano che apriva i ristoranti per costruirsi un’identità pulita all’interno della società, minimizzava l’utilizzo del denaro proveniente dai traffici di droga, sfruttamento della prostituzione e quant’altro.

Le recenti dichiarazioni di Libera sulla percezione della minaccia mafiosa da parte dei cittadini, relegata ad un pensiero folcloristico del fenomeno, denota un pericoloso distacco dei cittadini sulla interferenza della mafia nella vita quotidiana, tanto da esaltarli nella veste di spettatori incalliti delle saghe dedicate ai personaggi mafiosi nelle ricostruzioni, più o meno attendibili, delle produzioni televisive che, di questo bizzarro e discutibile costume, hanno confezionato decine di fiction da proporre alla clientela televisiva, sempre più soddisfatta nel gusto dell’orrido.

In diverse occasioni, attraverso le nostre pagine, abbiamo denunciato la pessima immagine che la Sicilia ha dato al mondo, esponendo nei negozietti di ricordi, le statuine raffiguranti l’omino con coppola e doppietta sulle spalle, come a rappresentare l’unica metafora della nostra isola. Accanto a questi, hanno sempre fatto bella mostra i testoni in pietra lavica di Mussolini e qualche riproduzione dei fasci in pietra di Modica. Un binomio storicamente indissolubile, verrebbe da dire.

L’apertura in questi ultimi anni di ristoranti e attività turistiche che si rifanno alla saga de Il Padrino, come se la mafia fosse un elemento del quale costruirsi una reputazione nel resto del mondo, ha di fatto legittimato una cultura che, avuta conferma di avere occupato le stanze politiche di tutto il territorio nazionale e, lo scioglimento di diversi comuni del Nord Italia per infiltrazioni mafiose ne sono a esempio, oggi ci sta portando ad una temuta assuefazione del fenomeno, quasi da costringerci a rubare le parole di parlamentare del recente passato politico italiano che, senza troppa vergogna, ebbe a dire che con la mafia avremmo dovuto conviverci. Per dovere di informazione, si trattava dell’ex ministro Pietro Lunardi.


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