Le federe

Distrugge due federe per suicidarsi in carcere. Ma la giustizia è inesorabile e lo condanna ad una multa, prima di 7 e poi 25 euro. Finalmente qualche magistrato fa il proprio dovere
di Adriano Todaro - mercoledì 11 febbraio 2009 - 1682 letture

C’è un proverbio popolare che recita: “Chi rompe paga”. I proverbi, si sa, sono la saggezza, il sale dei popoli ed io credo che l’amore per le cose superflue non sia sempre da deplorare. Nel caso che vi racconto riguarda una federa, anzi due. Sì, proprio quelle che si usano per i letti. A prima vista può sembrare una cosa superflua ed invece, la federa appresenta, per lo Stato italiano, un bene duraturo e importante. E chi la rompe (la federa), giustamente deve pagare.

Si racconta sempre che la giustizia, nel nostro Paese, non funziona. Ma non è mica vero. Nel caso della federa, non solo ha funzionato, ma addirittura ha funzionato troppo. Il tutto comincia quando un detenuto curdo è rinchiuso nel carcere triestino. Ora voi sapete bene che le nostre carceri sono oasi, si sta bene, si lavora, si mangia bene, tutto è pulito e il detenuto, soprattutto se è uno straniero, è trattato con i guanti gialli. Una cuccagna così il curdo, al suo Paese, non se la sarebbe mai sognata. Solo coloro che sono in malafede possono pensare diversamente e il detenuto curdo deve proprio essere uno in malafede e, forse, anche comunista, anzi del Pkk, quello di Abdullah Öcalan. Infatti, in un momento di beato ozio, pensa e ripensa e per stare al centro dell’attenzione mediatica decide di suicidarsi. Prende due federe, le riduce a lunghe strisce e si impicca.

Ma gli agenti, in extremis lo salvano. A me tutta questa efficienza degli agenti mi dà un po’ fastidio perché quello è curdo, è nel nostro Paese clandestinamente, si fa mantenere dallo Stato… insomma, potevano guardare anche dall’altra parte. D’altronde anche uno molto intelligente come il ministro Maroni, un altro Bobo della politica italiana, ha detto chiaramente che bisogna finirla con il buonismo. Con i clandestini bisogna essere cattivissimi. Pazienza, andiamo avanti. Il curdo dunque, si salva. Esce da prigione, ma lo Stato, giustamente, vuole pagate le federe. Il curdo, che nel frattempo ha ottenuto asilo politico, versa i 7 euro richiesti e si dimentica di tutto. Lui si dimentica. Ma lo Stato, cioè tutti noi, non dimentica, ha la memoria lunga e un magistrato (di quelli che ancora sanno da che parte stare) lo rinvia a giudizio per danneggiamento aggravato perché, come dice la motivazione “Con coscienza e volontà distruggeva un bene della Pubblica amministrazione”.

Ora voi capite bene che non è per essere fiscalisti, ma la giustizia va applicata. Ma la benda della Giustizia è un po’ allentata e così in primo grado di giudici condannano il mancato suicida ad una multa di 30 euro.

Finito lì? Neanche per sogno perché in questa vicenda ci sono ancora due gradi di giudizio. L’avvocato difensore del curdo ricorre in appello e chiede l’assoluzione per il suo cliente. D’altronde, dice l’avvocato difensore, bisogna tener conto della situazione in cui il detenuto si trovava, la prostrazione, era solo, disperato, senza futuro. Insomma tutto quello che raccontano di solito gli avvocati (questo deve anche essere comunista!). I tre magistrati si ritirano in camera di consiglio. Per ore discutono di federe. Sono più importanti le federe, si domandano, o il falso in bilancio? E’ più grave distruggere due federe di proprietà dello Stato o la scuola pubblica? Pensa e ripensa con le coscienze che struggono, i tre magistrati, alla fine decidono che è necessario dare un segnale partendo anche dalle piccole cose e così i tre giudici rigettano la richiesta dell’avvocato e il curdo è condannato perché, si sa anche questo, la legge è legge e non guarda in faccia a nessuno. Dal curdo sfigato a Berlusconi, davanti alla legge sono tutti uguali. Però è vero, ogni tanto è necessario essere buoni. Cosa facciamo, si domandano i giudici? Condannarlo sì, è fuori discussione, ma che multa gli appioppiamo? Se trenta euro sono troppi, facciamo 25! Detto fatto. Ora cosa dirà la Cassazione? Alla fine, quanto saranno costate quelle federe?

In questi giorni apprendo che un galantuomo come Giampaolo Angelucci ha avuto gli arresti domiciliari per un’accusa di truffa di 170 milioni di euro. Il re delle cliniche private, ma anche editore di Libero e Riformista avrebbe truffato l’Asl ed anche il padre Antonio, parlamentare del Pdl, è implicato e i giudici hanno chiesto l’autorizzazione a procedere. Padre e figlio, però, “sottolineano la loro totale estraneità ai fatti addebitati e confidano di poter dimostrare a breve termine l’infondatezza delle accuse loro rivolte. Ribadiscono altresì di riporre piena fiducia nell’operato della magistratura”. Anche noi. La giustizia deve fare il proprio corso. Anche attraverso le federe.


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