Dopo quanto successo al vertice della Unicredit si impone una seria riflessione sul sistema banca del nostro paese
Le dimissioni “forzate” di Profumo da Ad di Unicredit stanno provocando tutta una serie di ripercussioni sia all’interno del mondo finanziario che nel paese. Soprattutto in riferimento all’internazionalizzazione del nostro sistema economico.
A un primo livello di analisi, non possiamo sottacere che la decisione di “dimissionare” Profumo rappresenti un grave errore di prospettiva. Unicredit si priva di un carismatico amministratore in possesso di una chiara visione internazionale e capace di far giocare all’istituto di credito di Piazza Condurso un ruolo di primo piano nel complesso risiko della finanza globale.
L’obiettivo di governance di Profumo si era dipanato su due obiettivi strategici.
Innanzitutto, Unicredit stava attraversando un periodo di ristrutturazione per trasformarsi in quella banca unica che da diversi anni rappresenta il modello di riferimento a livello internazionale per ogni istituto di credito che intenda essere realmente competitivo. Il modello di banca unica permette una struttura molto più agile e un management meno lento nell’elaborare le strategie operative. Ciò comporta una diminuzione dei costi di gestione e un aumento esponenziale dell’efficienza nell’erogazione dei servizi alla clientela. Sul modello della Hsbc (Hong Kong and Shanghai Banking Corporation), la più estesa e la migliore banca al mondo.
Unicredit, inoltre, stava allargando il proprio raggio di attività in quelle aree o in quei paesi che attualmente dispongono di capitali concreti da destinare agli investimenti e ai finanziamenti. Una di queste aree è rappresentata dal Medio Oriente dove paesi, corporate ed enti economici sono in possesso di enormi risorse finanziarie. Basti pensare ai c.d. “fondi sovrani” del Dubai, dell’Oman, della Libia e dell’Arabia Saudita. Questi accordi che Profumo stava andando a concretizzare avrebbero rappresentato un fortissima boccata di ossigeno per un’economia in deficit di liquidità come quella nostrana.
Avete dunque capito perché le dimissioni di Profumo rappresentino un tremendo errore? Si è di fatto interrotto una rigorosa programmazione decennale che avrebbe portato significativi vantaggi a un paese, il nostro, che si sta dibattendo in una crisi economica senza precedenti. Ditemi come si fa a far affluire liquidità alle imprese se non si fanno accordi strategici a livello internazionale?
Quando è successo impone certamente alcune riflessioni sul sistema banca del nostro paese.
Il ruolo delle fondazioni mi pare da ridefinire. La motivazione di fondo è giusta ed opportuna. Le fondazioni hanno il delicato compito di legare l’istituto di credito al territorio in modo che il primo faccia gli interessi del secondo termine. Tuttavia, le fondazioni, essendo espressioni della rappresentanza politica del territorio, possono concorrere ad ancorare a un livello fin troppo provinciale l’azione di una banca. Soprattutto in un periodo dove gli istituti di credito devono internazionalizzarsi.
Non conviene, altresì, un modello di banca che sia la sommatoria di più istituti di credito. Ciò affetta in modo pesante la loro operatività. D’accordo che il livello territoriale-localistico è di fondamentale importanza, ma l’orizzonte è il mondo intero. Ovverossia una banca deve agire da promotore del territorio di riferimento in sede internazionale. Non è affatto un male che una banca abbia un’intensa attività internazionale. Soprattutto in questi momenti di acuta crisi congetturale sullo scenario mondiale.
Gli interventi del mondo politico denotano un’allarmante incapacità del medesimo a comprendere i meccanismi e le dinamiche dell’economia in un mondo sempre più globalizzato. Come si fa a porre paletti ai libici o ai tedeschi solo perché non ti stanno simpatici dal punto di vista politico? E’ un sintomo dell’arretratezza culturale del nostro ceto politico. Le banche hanno l’obiettivo di reperire a livello internazionale quei capitali atti a garantire la loro operatività. Chi lo dice poi all’imprenditore di Salerno o di Gallarate e ai rispettivi dipendenti che non ci sono soldi per il prestito? Andare all’estero non è un atto sconsiderato. Lo è il rimanere a una concezione feudale delle attività economiche e finanziarie. La politica deve capire l’antifona. Una politica che latita in termine di politiche economiche da parecchi lustri.
Le banche, inoltre, giocano un ruolo fondamentale per il prestigio di un paese. Sono delle preziose orecchie dislocate sullo scenario internazionale in grado di fare la differenza e assicurare un buon “rating” alla nazione di cui sono espressione. E l’opportunità data dagli accordi di “Basilea 3” deve essere utilizzata dall’Italia per creare un sistema banche in grado di fare squadra avendo bilanci in ordine, liquidità adeguata e un’operatività globale tesa a strutturare tutta una serie di partnership strategiche.
Attualmente il nostro paese è un paese “marginale” a livello economico in quanto non siamo competitivi nei fondamentali che importano. Manifatturiero. Esportazioni. Innovazione. Lo siamo per altri versanti, ma di nicchia. E le nicchie non hanno spessore ai parametri macroeconomici. Vogliamo – dunque – partire dal poco felice “affair Profumo” per ridisegnare gli asset economici e finanziari del nostro paese al fine di assicurare commercio, lavoro e produzione? Altre strade non ce ne sono. E’ venuto il momento di fare politica economica. L’Italia è al sesto posto nel ranking mondiale per un eventuale default nei prossimi 5 anni, mentre la Cina incrementa le proprie esportazioni di un 40/50% su base mensile!