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Le cose che mancano per aprire le scuole in ragionevole sicurezza

Il virus, quindi, vi può essere portato dentro da uno scolaro che l’ha assunto o a casa, dai genitori, o durante il trasporto per recarvisi e dal personale della scuola.
di Gaetano Sgalambro - mercoledì 9 settembre 2020 - 442 letture

La problematica sul come aprire le scuole in “assoluta sicurezza” –questo è il presuntuoso impegno dei politici di maggioranza governativa e la letterale pretesa di quelli dell’opposizione - si è avviluppata in un dedalo di discussioni politiche su ogni particolare di una pari aggrovigliata matassa d’indicazioni tra di loro difformi, di provvedimenti volatili e di incerti protocolli di tutela, dai quali è difficile estrarne la ratio unitaria che li guida.

E non poteva essere altrimenti. Primum perché, non disponendo ancora di alcun vaccino, nessuno tiene conto che è impossibile bloccare con “assoluta sicurezza” una pandemia virale. Così ogni proposta ha il suo spazio di probabilità. Secundum, perché questi fantomatici protocolli normano l’ultimo anello della catena epidemiologica (nazionale). A questo livello terminale, per quanto puntuali e dettagliati essi possano essere, di certo non potranno coprire tutte le variabili della realtà né, in ultima analisi, potranno fermare il contagio di un agente virale estremamente cosmopolita e penetrante, quale si è dimostrato essere il coronavirus. Peraltro ancora non conosciuto al meglio delle sue capacità patogene.

Allora bisogna riaffrontare la problematica con il buon senso e con le minime ma necessarie cognizioni di causa: culturali e scientifiche. Il buon senso ci porta a tenere presente che il virus SARS-COV2 è veicolato e diffuso dall’uomo nello svolgimento delle sue incessanti attività lavorative, sociali, ludiche e religiose, lungo tutto il globo terracqueo, e che la sua circolazione entro una nazione attiva non si può limitare solo con l’impiego di procedure e dispositivi di protezione individuali - igiene delle mani, mascherina chirurgica e distanziamento fisico -, come mi pare si pretenda di ottenere.

Esaltandone il limite logico, per renderlo più visibile, sarebbe come volere salvare le persone da uno tsunami dotandole singolarmente di giubbetti salvagente. Laddove l’utilizzo di questi strumenti individuali può risultare efficace se sono collocati entro un quadro strategico globale di riduzione della circolazione del virus sul territorio nazionale, a sua volta sostenuto da una strategia politica intelligente ed efficace, capace di stimolare una risposta corale nella società: l’unica capace di garantire risultati significativi, al più basso dispendio di risorse economiche.

Per una tale strategia, preliminarmente, occorrerebbe disporre dell’uso, scientemente illuminato, di diversi strumenti sistemici, articolati in maniera integrata e sinergica, quali:
 una grossa piattaforma digitale dove siano mappate con le rispettive specifiche tutte le aree di lavoro, di attività sociali e sanitarie, nonché di studio, a più alta densità di popolazione, oltre le più frequentate vie di comunicazione con i rispettivi indici di traffico;
 un efficace sistema di controllo diagnostico alle frontiere di terra, mare e cielo;
 un efficace sistema flessibile di monitoraggio nazionale, ogni volta pilotato da criteri biostatistici evoluti, capace d’individuare le aree a più alto rischio di contagio immediato, al più basso rapporto costi/benefici;
 un affinato sistema dii controllo spot e di pronto intervento per delimitare al minimo gli effetti di un contagio reale;
 un Sistema Sanitario attrezzato.

Va da se che le direttive strategiche di questo complesso sistema integrato debbano essere fornite ai politici, caso per caso, da uno stretto comitato multidisciplinare di veri esperti e non dai tanti, strutturati o no, sedicenti tali. Nella fattispecie della scuola, il buon senso ci porta a tenere in alta considerazione nel suo esercizio la salvaguardia delle sue due funzioni fondamentali, peraltro, reciprocamente complementari: quella didattico-pedagogica e quella di socializzazione, vale a dire quella d’imparare e di crescere in comunità con la guida e l’esempio degli insegnanti.

Conseguentemente il distanziamento fisico, la mascherina chirurgica e gli eventuali schermi in plexiglass che si pensa di applicare risultano logicamente controindicati, rispondendo al principio dell’isolamento individuale. Per non dire che non sono assolutamente praticabili nelle scuole dell’infanzia e lo sono solo limitatamente in quelle dell’adolescenza. Tuttavia è vero che la scuola può diventare un pericoloso focolaio di diffusione del virus, da prevenire al massimo grado di tutela. Ma come? Il buon senso, anche qui, ci viene in aiuto e ci dice che la scuola è un mondo di lavoro chiuso in se stesso, ben delimitato da quello esterno.

Il virus, quindi, vi può essere portato dentro da uno scolaro che l’ha assunto o a casa, dai genitori, o durante il trasporto per recarvisi e dal personale della scuola. Pertanto, da un punto di vista logico(-epidemiologico) viene fuori un quadro capovolto, rispetto a quello visto e considerato dalla politica: il bambino dovrebbe portare la mascherina e tenere il distanziamento fisico a casa con i suoi genitori e durante il trasporto a scuola e dismetterli appena entratovi, per potere svolgere la sua scolarità in totale libertà. In sostanza la prevenzione del contagio da coronavirus dovrebbe primariamente essere effettuata su tutto il territorio con il sapiente uso strategico di quei provvedimenti di portata sistemica, dianzi citati, riservando alla scuola un monitoraggio attento onde cogliere tempestivamente l’”emergenza“ di un contagio.

In generale questa approccio alla pandemia apporterebbe vantaggi significativi anche a tutti gli altri ambienti di lavoro, abbattendo l’enorme costo dell’impiego di una miriade di provvedimenti singoli e dedicati. Ma questo è impossibile! Purtroppo, ci troviamo nella condizione di quel ruscello destinato a esondare d’ambedue gli argini, senza mai riuscire a portare la sua acqua fino alla ruota del mulino.


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