Le Mesetas

La strada, unica traccia dell’esistenza di un punto d’arrivo, a cui noi crediamo solo perché sono le guide che ce lo chiedono, perché per queste strade non passa niente, neanche una macchina , ad rassicurarci che lì più avanti, c’è una meta.

di Antonio Cavallaro - mercoledì 22 settembre 2004 - 6487 letture

Meseta

Ricordo o meglio non ricordo quando è cominciata. Ricordo che camminavo con Luigi, Alessandro come al solito era avanti. Luigi iniziava nuovamente ad avvertire dolore al piede a causa delle scarpe, aveva deciso di comprarne un altro paio appena avremmo trovato un negozio di articoli sportivi, ricordo di avergli chiesto perché non lo avesse fatto a Burgos ma non ricordo la risposta. Avevamo lasciato la città prestissimo, ricordo un passaggio sotto un cavalcavia, una targa in metallo che si scusava con i pellegrini per aver deviato il percorso e ci invitava ad andare avanti: ultreya! Ricordo un giro su me stesso a 360 gradi ed eccomi lì, in mezzo a niente. Un niente così grande da separare il territorio di Burgos da quello della Palencia.

La parola meseta in spagnolo significa altopiano ma per me significa tornare col pensiero alla parte più suggestiva di tutto il viaggio. Spazi così ampi da farti credere che il mondo sia tutto lì, un mondo in grado di cambiar colore al mutare delle stagioni, la cui bandiera si dipinge con i colori del giorno, e quel primo giorno aveva il grigio delle nuvole, il verde della terra e l’intenso blu del cielo. Ma è la stagione a decidere quale colore prevarrà sugli altri. Sciolto il bianco dell’inverno è il verde incaricato ad accogliere noi, pellegrini di primavera, mentre l’oro è riservato per chi, rinunciando al giallo delle spiagge estive si avventurerà in questo oceano di terra durante la bella stagione. Si perché la sensazione è quella di navigare sopra un mare, quando il vento sferza con forza l’erba che comincia ad inseguirsi in onde vivaci e la strada diviene l’infinito ponte di una nave che coraggiosa solca quel mare in tumulto. La strada, unica traccia dell’esistenza di un punto d’arrivo, a cui noi crediamo solo perché sono le guide che ce lo chiedono, perché per queste strade non passa niente, neanche una macchina , ad rassicurarci che lì più avanti, c’è una meta.

Anche il tempo viene cancellato o meglio si perde lì da qualche parte. Ricordo un episodio. Solo, durante una di queste tappe mesetiche involontariamente lo sguardo mi cadde sull’orologio che segnava le 13: 50, il pensiero è corso a casa: tutti intenti a pranzare, il telegiornale pronto a passare alle notizie sportive, gli ingorghi sulle strade dopo la chiusura di scuole, negozi ed uffici; ed io fermo la in mezzo a capire come centellinare al meglio il cibo con intorno niente salvo che a destra qualche nuvola a mutare lo scenario, assolute solitarie padrone del cielo. Una enorme efficace potente distesa ondulata, solcata da valli che ne accentuano la solitudine, dove solo qualche albero si premura di distaccare dal cielo la terra, uniti all’orizzonte in un’esaltante assoluta vastità. Una solitudine così grande che fa scambiare ai pellegrini vicendevoli cenni di cura ma anche così gradita da far rallentare se non fermare la marcia di chi abituandosi a questi desertici spazi, gradisce cancellare persino dalla vista la presenza altrui. Questo significa per me la meseta, un posto dove non c’è niente o forse c’è tutto il resto. Ci sono persone e guide che la descrivono come una parte monotona e noiosa del viaggio, c’è anche qualcuno che ne ha perfino paura: è vero che non si incontra anima viva, neanche quella di un cane, ma fra le innumerevoli ed incomprensibili sensazioni che ho provato attraversandola, noia e monotonia di sicuro non ne hanno mai fatto parte. Quanto alla paura, mi capita spesso di tornare col pensiero a certi momenti, a certe sensazioni: fermo immobile con gli occhi chiusi, a terra dopo essermi allacciato una scarpa, l’impressione che provai in quei minuti, fu come di trovarmi dentro ad un’enorme utero o almeno è così che sento di percepirne il ricordo: il silenzio, il vento, il fruscio dell’erba che ne segue e poi nuovamente il silenzio…

Uomini del deserto

Fin dai primi momenti rimasi inebriato da tutta quella solitudine, sentendomi spinto a gettarmi avanti, sempre più avanti, fino a voler perdere Luigi e il suo tallone. Un vero egoistico piacere. Camminavo verso l’incontro con la fotografia verde e azzurra del paesaggio senza mai raggiungerla, senza rendermi conto di esserci gia finito dentro, almeno fino a quando non arrivò il vento preannunciato da un fischio che pareva un lamento. Una parete d’aria in movimento che passava a setaccio tutto l’altopiano, freddo e tagliente aveva cominciato a soffiare colpendo da tutte le parti ed ora più che mai spintonato dalle raffiche di vento, la strada mi appariva come una enorme nave in lotta con un mare in tempesta. Se il vento soffiava lateralmente o alle spalle rischiavo di cadere, quando invece mi soffiava in faccia, semplicemente arrestava la mia marcia. In cielo giunte chissà da dove erano arrivate delle nuvole. Il mondo aveva cambiato colore. Adesso procedevo lentamente, ero costretto a tenere la testa china per non chiudere gli occhi ed avevo le mani dentro le maniche del giubbotto per ripararle dal freddo, discendendo da una meseta vidi un punto bianco, spuntava fuori dal verde ad un centinaio di metri dalla strada. In mattinata avevamo incontrato una fuente, costruita in pietra, aveva una tettoia in legno ed era circondata da felci che ne accentuavano quella sensazione di ristoro e benessere che si provava gia solo alla vista. Questa sembrava una costruzione più grande e man mano che mi avvicinavo ne scorgevo finestre e porte, sulla strada si affacciava una parete grigia nella quale era dipinta una conchiglia bianca con una croce rossa. Più avanti un bivio conduceva proprio alla casa, c’era anche un cartello che informava della possibilità di trovare cibo ed acqua. Doveva trattarsi del rifugio di Fuente San Bol. Decisi di aspettare Luigi, quando arrivò ci incamminammo verso il rifugio, c’era venuta anche fame e quello sembrava l’unico posto esistente per trovare riparo.

Il sentiero dal bivio conduceva alla parte opposta del rifugio rispetto a quella che si affacciava sulla strada. Un muro cingeva la casa, sopra vi erano disegnati dei murales che ritraevano figure religiose, in uno c’era un papa che banchettava con un quello che doveva essere un re mentre accanto, due uomini venivano arsi vivi, gli altri murales ritraevano cavalieri templari in battaglia. Anche l’altra facciata del muro, quella dietro, era stata dipinta con dei murales: c’era una sorta di gioco dell’oca del pellegrino e poi facce, facce glabre con teste calve dai tratti caprini, gli occhi piccoli ed il naso e i denti erano aguzzi, e tutte avevano le orecchie a punta; l’ultimo murales ritraeva invece un cristo con ali luciferine che soffiava un vento gelido su un altopiano. Il muro racchiudeva oltre alla casa, un ampio giardino con degli alberi e qualche tavolo di legno, tormentati al vento, dei panni erano stesi aggrappati ad un filo. Avvicinandoci alla casa sentimmo delle voci, ed io, pur ammettendo che il vento possa avermi tratto in inganno, rimango convinto fino ad oggi, di aver sentito parlare in italiano. Bussammo e aprimmo la porta. Dentro c’erano due uomini ma l’hospitalero era solo uno. Io e Luigi salutammo con un disinteressato "hola", a cui entrambi risposero, ma l’hospitalero ci fece subito capire di essere di lingua tedesca. Alto e magro, malgrado il viso fosse coperto dai capelli e da una lunga barba si capiva che fosse abbastanza giovane. L’altro uomo era sulla quarantina magro e con pochi capelli, dava l’impressione di essere un pellegrino e da come stava preparando lo zaino sembrava che avesse passato lì la notte e che solo ora si stesse preparando per rimettersi in cammino. Sul fornello acceso, una caffettiera. Silenzio. Poi parla Luigi.
- Siamo qui…. semo a qui por il sello, tenete sello?
- A qui.
- Puede comer notro bocadillio?
- Si, si… de donde venis?
- Italia, Sicilia.
- Ah Sicilia, siciliani tutto mafiosi, Sicilia mucho mafia!
- Muchissimo, faccio io, facendogli anche segno con la mano, muchissimo e le punte delle dita della mia mano aperta si toccano.

Il rifugio è tutto in un unico ambiente, al centro c’è la cucina, alla sua destra la zona notte con tre quattro letti a castello, mentre a sinistra c’è una ampia, molto grande, cuscini sono disposti lungo tutto il perimetro. Al centro c’è una strana scultura a metà tra un idolo poliformo ed un albero, sulle pareti sono disegnati diversi simboli esoterici, ci sono occhi e disegnati su una parete i pianeti della nostra galassia. Alcune figure ritraggono quelli che devono essere dei in preghiera, sull’unico davanzale una testa di cristo intagliata dal legno è rivolta verso la luce, mentre il tetto che la ricopre assume la forma di una cupola, particolare visibile anche all’esterno a cui però non avevo prestato molta attenzione, internamente la cupola è dipinta di un profondo blu notte e punti bianchi, a rappresentare la volta celeste.
- Posso fare qualche foto? Chiedo. L’hospitalero mi risponde di si muovendo il braccio.
- "Che fa gliela lasciamo qualche cosa a questo, vivrà qui come un eremita campando solo con le offerte", mi fa Luigi A chi? A questo coglione? E nel dirlo alzo deliberatamente il tono per farmi sentire. Ma lui non capisce o se finge è molto bravo. Non mi piace il modo come ci sta trattando, fuori sta per venire giù l’inferno e lui non ci ha fatto neanche sedere. Gli diciamo che andiamo fuori a mangiare, uscendo Luigi gli lascia qualche moneta. Ci fa un cenno con la mano. Anch’io avrei voluto fargli un cenno con la mano.

Ci prepariamo un panino su delle panche fuori, il vento fischia così forte che non riusciamo neanche a sentirci, nuvoloni neri passano sopra la nostra testa e poi vi ritornano. Poi è cominciata una lieve pioggerellina. A quel punto il tedesco barbuto è uscito con un ombrello, ci ha guardato, ed è andato sotto nel giardino a ritirarsi i panni stesi. In cerca di un riparo, erano arrivati degli altri pellegrini, ma il tedesco si era chiuso a chiave la porta con dentro l’altro che nemmeno rispondeva, quando questi bussando chiedevano se ci fosse qualcuno. Interpellati gli abbiamo indicato l’angelo del focolare, ma visto il posto e l’aria che tirava, hanno preferito rimettersi le mantelle e proseguire. Lo stesso abbiamo fatto noi poco dopo, mancavano ancora 5 chilometri ad Hontanas e la pioggia non ci avrebbe di certo aiutato. Uscendo dal rifugio attraverso un passaggio nel muro di cinta ci siamo trovati di fronte la raffigurazione di un enorme demone con coda e piedi caprini, con la mano teneva per i capelli delle teste umane, sullo sfondo quello che doveva essere un sorta di sabba. Ne avevamo abbastanza di quel posto.

Ritornati sul percorso, risalendo la successiva meseta il tempo cominciò a mutare: il vento diminuì la sua intensità e la pioggia smise di cadere, tanto che questo cambiamento improvviso lasciato San Bol ci fece sorridere. Davanti a noi il cielo si era aperto ed ora riuscivamo a vedere fino ad una lunga distanza. Pochissime sono le frecce gialle ad indicarti la giusta via nella meseta, sapevamo di avere davanti Hontanas, a meno di 5 chilometri. Macinavamo metri su metri, la strada scendeva e risaliva e adesso favoriti dalla piattezza del territorio, avremmo dovuto cominciare a scorgerne quanto meno il profilo. Ma la strada, la vedevamo, proseguiva sempre dritta verso l’orizzonte senza incontrare nessuno ostacolo. Sapevamo benissimo che in questo territorio così vasto è possibile avere delle allucinazioni, ma avevamo fatto molta strada e stando alle nostre carte dovevamo proprio esserci. Improvvisamente vidi affiorare dal terreno una croce, avanzando verso questa croce notai che era poggiata su una base che appariva sempre più grande, la base oltre alla larghezza acquistava anche una dimensione di lunghezza e scendeva, scendeva, scendeva fino a perdersi dietro dei tetti di case. Era il campanile di Hontanas, che si ripara dal freddo gelido portato dal vento, nascondendosi in questa gola.

Il paese non cresce in dimensione man mano che ci avviciniamo, è un minuscolo agglomerato di case di cui la maggior parte è in ricostruzione. Entriamo in paese attraverso la consueta strada di ingresso e fine che attraversa tutti i paesi sul cammino: "Calle Mayor". A metà esatta c’è il rifugio e c’è Alessandro ad aspettarci fuori, ha un sorriso stampato in faccia per l’assoluta bellezza del luogo. Prendiamo i letti e ci scambiamo le nostre impressioni, siamo tutti affascinati dalla bellezza di questa nuova regione. Io e Luigi gli raccontiamo di Fuente San Bol e anche lui ha qualcosa da raccontarci al riguardo. Assetato ed incuriosito si è avvicinato al rifugio, ha scattato qualche fotografia ai murales, ma poi ha se ne andato quando si è accorto che da una finestra qualcuno lo stava filmando con una telecamera. L’albergue è molto pulito e confortevole, mentre i gestori solo furbi: approfittando della loro posizione di monopolio i prezzi sono più alti, in particolare quelli dei menù dato che non c’è nessun altro posto dove poter mangiare. L’unico bar del paese ha chiuso mezz’ora prima che arrivassimo e non apre tutti i giorni. Il paese è veramente piccolo e quasi disabitato, ce ne accorgiamo quando disperati alla ricerca di sigarette, lo rivoltiamo da cima a fondo. Percorrendo Calle Mayor per intero conto i passi, Hontanas finisce in poco più di cento.

All’uscita del paese c’è una enorme vasca vuota, in albergue ci hanno detto che viene riempita d’acqua d’estate per dare refrigerio ai pellegrini e agli abitanti del posto quando tornano a casa per trascorrere la bella stagione. Ritornando verso l’albergue, un uomo anziano attira di proposito la nostra attenzione, ci saluta e ci chiede da dove veniamo, sentendo che arriviamo dall’Italia ci dice che ama molto l’Italia e Roma in particolare. Ci racconta che una volta è stato persino ricevuto dal Papa, anche se non capisco quale. Ci chiede se siamo interessati a visitare un museo, il suo. In un cortile all’aperto il signor Delgado, è questo il suo nome, tiene la maggior parte delle sue opere, principalmente fatte in legno, le maggiori sono composte da tronchi lavorati ed intarsiati in maniera del tutto singolare e tutte hanno una foto che ritrae il signor Delgado con pellegrini. Ci chiede di chiamarlo col suo nome: Jesùs. Noi gli chiediamo qualche sigaretta, ma lui ci risponde che per lui che non può più fumarle, il fatto che non ci sia nessuno che le venda è una delle poche cose buone di Hontanas. Jesùs è molto simpatico e un gran chiacchierone, ci mostra le sue opere in preparazione ed il progetto per una piscina tutta sua, che naturalmente verrà realizzata nei modi e nella forma che conviene ad un’artista come lui. Ci facciamo molto volentieri (e ne siamo onorati) su sua richiesta una foto tutti insieme, da spedire qui ad Hontanas in modo che Jesùs possa poi immortalarla all’interno di un’altra sua opera. Gli chiediamo quanta gente abita in paese, tra i 20 e i 30 ci risponde. Ci sono solo due bambini che vanno a scuola a 10 chilometri da qui, tiene a specificare. Vive solo, i figli stanno a Madrid e quando Luigi gli chiede perché non li raggiunge, lui risponde che gli piace abitare qua e poi i figli tornano ogni estate e si portano dietro anche i nipoti, e così anche i figli degli altri abitanti di Hontanas ed estate il paese si riempie di bambini. Al momento dei saluti, ci accompagna fino in strada, ci abbracciamo e mi raccomanda di spedirgli la fotografia e per rammentarmelo mi da un suo bigliettino: Jesùs Martinez Delgado - Artista. C./ Real, Hontanas.


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