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La volpe e il sipario. Il teatro d’amore di Alda Merini

Benedetta Centovalli cura la nuova edizione de “La volpe e il sipario” di Alda Merini già pubblicata da Rizzoli nel 2004, con i disegni di Alberto Casiraghi.

di Maria Gabriella Canfarelli - mercoledì 25 maggio 2005 - 9204 letture

La volpe e il sipario. Il teatro d’amore di Alda Merini.

Che dietro il sipario la scena sia sempre pronta a offrirsi nella sua leggibile intensità e interezza, in un flusso poetico senza soluzione di continuità, una dilatazione del tempo magmatico della scrittura, è’ l’imperativo sotteso alla produzione di Alda Merini, che di questo fluire infuocato fa sempre nuovo incantamento perché con questa poesia “dovremo fare i conti a lungo (...) D’altronde la sua vitalità strordinaria traduce l’urgenza di esistere in quella di dire e di dirsi. Un’urgenza cui è impossibile sottrarsi”, scrive Benedetta Centovalli, curatrice della nuova edizione- accresciuta di altri testi, coevi alla prima edizione del 1997, di poesie disperse o dettate - de “La volpe e il sipario”pubblicata da Rizzoli nel 2004, con i disegni di Alberto Casiraghi.

Che dietro il sipario si aggiri la volpe, “esile e feroce, vittima e carnefice” è più che simbolica presenza d’una vita fiera e libera, che volontariamente si assoggetta e con coraggio alla necessità dell’amore per una “pace ardente”, l’attimo che brucia.

“Ascolta, il passo breve delle cose / - assai più breve delle tue finestre - / quel respiro che esce dal tuo sguardo / chiama un nome immediato: la tua donna”. Esortativa e colloquiale, confidenziale e dunque abituale, la voce di Merini dispiega il canto con cui distillare il senso pieno d’un sentimento che appartiene al mondo; lo sguardo lo trattiene, lo rende eterno e vivo come il fuoco rubato agli dèi che la voce rinfocola, fiato inesausto che richiama in scena il suo duro e inebriante dettato.

Perdere e ritrovare l’amore è l’ossessione dicotomica vuoto/pieno con cui andare in cerca di un assoluto necessario, indispensabile a dirsi vivi; ricerca incessante e autorigenerante che si evoca da sé, e riempie la pagina: “ O dannato di tenero universo / tu che bevi manciate di fango, / ascolta. / Al di là delle chiome / disserrato come un giglio / è il canto del poeta; / lucciola che trascorre dentro il male / come l’ombra di un torrente sopito”, e anche : “O cavaliere dei miei lombi segreti, / la ragazza incespica dentro i peli del pube / dove l’ampiezza delle caverne / fa di donna rovesciata nell’erba / il supplizio di Tantalo infinito, / quello che arde nel glicine a maggio”, ed è esplosione di sensualità e tenera profferta, pure nell’esplicita dichiarazione di appartenenza: “Io sono la tua carne, / la carne eletta del tuo spirito. / Non potrai mai visitarmi / prima che il puro lavacro del sogno / mi abbia incenerita / per restituirmi a te in pagine di poesia, in sospiri di lunga attesa”, l’attesa necessaria al compimento della trasformazione, fenice risorta dalle sue proprie ceneri a dispiegare purisimmo canto dopo la morte “nelle viscere della terra / perché io sono la misura / del tuo grande spettacolo di uomo; / sono lo spettatore vivo / delle tue rimenbranze ma anche l’insetto, / l’animale che sogna e che divora”, scrive Merini in un delirio amoroso intitolato “La carne e il sospiro”, e i cui versi finali attestano: “Io e te siamo esangui, / senza voglia di finire questo incantesimo. / incolori e indomiti, siamo soli / nel limbo del nostro piacere / perché io e te / siamo pieni di amore carnale, /io e te”.

Come a dire: un universo dove si rinnova il senso della scoperta e della meraviglia, l’unicità e la ripetizione, reitazione a percorrere il rischio, da che la volpe tenera e feroce talvolta rimane ferita, lascia una zampa sulla tagliola, ed è il dolore, è cambio di scena, sipario, è la separazione da cui ricominciare con ardente convinzione che all’amore non ci si può sottrarre perché la vita stessa sarebbe priva di senso, rappresentazione del vuoto. Venga dunque un asciutto, orgoglioso dolore con il suo carico di conoscenza se: “Adesso sono una pioggia spenta / dopo l’orma del tuo cammino / (...) / Se piangessi, tu verresti a riprendermi. / Ma io ho bisogno del mio dolore / per poterti capire”, ovvero “Come una giacenza di morte / dove la vita più non si ritrova”.

Il “disperato vivere” meriniano è quella peculiarità di guardare la profondità dell’essere e affrontare la sofferenza come una verità ineludibile che la poetessa accoglie con l’animo predisposto alla battaglia, campo di sangue dove sentimento e risentimento sono armi sfolgoranti e la scrittura è azione prodigiosa.


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