La vita scelta

Il come e il quando dello stare al mondo

di Alberto Giovanni Biuso - domenica 4 dicembre 2005 - 2469 letture

«A chi appartiene la tua vita? La stessa formulazione grammaticale e sintattica tradisce l’assurdità della domanda. Per essere tua, la tua vita non può appartenere che a te. Se appartiene ad altri non è più tua, e tu sei semplicemente lo schiavo di colui, o coloro, cui la ‘tua’ vita appartiene. La risposta alla domanda ‘a chi appartiene la tua vita?’ non può essere, dunque, che ovvia e scontata. Nella lingua italiana, una domanda la cui risposta è scontata si definisce domanda retorica. Eppure, dare nei fatti la risposta ovvia e scontata a questa domanda retorica può costare, in Italia, fino a quindici anni di carcere. Tale è la pena massima prevista per il reato di assistenza al suicidio. Se io, tu, lui, lei, vogliono decidere sulla propria vita, e considerandola ormai non più esistenza ma tortura, mero bios di sofferenza inenarrabile, decidono di porvi fine, e in questa decisione chiedono l’aiuto della persona più cara (solo un amore davvero grande sa dare un tale tragico aiuto, sa rispettare fino all’estremo l’autonomia della persona amata, sa sacrificare il proprio egoismo, che spinge a tenere la persona amata comunque in ‘vita’, anche contro la sua volontà), questa persona dovrà scegliere: o condannare la persona amata al prolungamento della tortura cui la sua ‘vita’ è ridotta (e se sia insopportabile tortura o meno, solo chi vive la propria sofferenza ha titolo per pronunciarsi) o spingere il proprio amore fino a fornire l’aiuto richiesto. E - in aggiunta al dolore della perdita più cara - rischiare quindici anni di carcere. (...)

Eppure a scuola leggiamo classici dove farsi uccidere (da uno schiavo, o da un amico) è sublime eroismo, eppure al cinema impariamo che lasciare il commilitone atrocemente ferito e impossibilitato alla fuga, anziché esaudire la sua invocazione al colpo di grazia, sarebbe atroce sadismo, e sadismo sarebbe non equipaggiare di pasticca al cianuro l’agente paracadutato oltre le linee, che rischia, con la cattura, la tortura. Eppure, nessuno ha voluto condannare la decisione dei medici di un ospedale di New Orleans di sopprimere con la morfina malati terminali che sarebbero stati abbandonati (e anzi nessuno ha voluto più parlare dell’episodio, e meno che mai perseguire i medici) (...)»

Poche parole di commento alle riflessioni assai chiare con cui Paolo Flores D’Arcais apre il numero in uscita di Micromega.

Uno degli elementi che più distingue il nostro tempo dal mondo greco-romano è proprio l’atteggiamento verso la buon morte, l’eutanasia. Quelle culture non nutrivano la superstizione della durata e condividevano -piuttosto- la convinzione di Wittgenstein secondo cui «vive eterno colui che vive nel presente»; infatti Seneca scrive che se la vita del saggio «è assai lunga è perché egli l’ha posseduta intera, qualunque sia il tempo della sua durata».

Quegli uomini vedevano nel diritto di decidere il come e il quando della propria fine uno dei segni più evidenti della dignità umana. Se non abbiamo avuto alcuna parte nel nostro venire alle cose e al mondo, che ci sia data almeno la possibilità di stabilire noi stessi in quale modo lasciare questa scena.

Ma soprattutto in quella saggezza pulsavano alcune domande fondamentali e coraggiose: davvero la vita merita di essere vissuta in qualunque suo stadio, forma, espressione? Della sacralità del vivere non è parte intrinseca la sua qualità, il suo modo? Una qualità sulla quale solo l’individuo che è diventato un grumo di sofferenza ha il diritto di decidere. E non lo Stato etico, non le Chiese che affermano di parlare sempre in nome del divino, senza percepire la dismisura di tale pretesa. Quando in tutta l’Europa, e non solo in alcuni dei suoi Paesi, il diritto alla buona morte verrà sancito come cosa ovvia, sarà per tutti un momento di serenità, semplicemente.

(Ringrazio Elio Rindone per avermi segnalato l’articolo di Flores D’Arcais)

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