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La strana stranezza

La stranezza / regia di Roberto Andò ; con Toni Servillo, Salvo Ficarra, Valentino Picone, Giulia Andò, Rosario Lisma. - durata 103 minuti. - Italia, 2022.

di Sergej - mercoledì 2 novembre 2022 - 2157 letture

Terra strana la Sicilia, terra limitare - tra terra e mare, tra sud ed estremo sud del mondo, tra europa e africa ecc_ ecc_ - fatta di lava e di terre riarse, popolata da strani mostri con un solo occhio e da misteriosi Lestrigoni. La scoperta della Sicilia, per i viaggiatori colti di fine Settecento fu la scoperta dell’estremo altro, del clima estremo, del paesaggio estremo. Già per i viaggiatori arabi era terra che si affacciava al limitare (ma partendo da sotto). Nelle avventure cinematografiche novecentesche è terra inquieta, inesplicabile, in cui avvengono “fatti strani”. Di “stranizza d’amuri” canta Franco Battiato (L’era del cinghiale bianco, 1979) canzone poi ripresa da Carmen Consoli - la cantantessa -. Sul tema della “stranezza” è il film diretto da Roberto Andò. “La stranezza” (2022) [1] ha degli interpreti portentosi: a partire da Toni Servillo che interpreta Pirandello, ai due comprimari Ficarra e Picone via via tutti gli attori e caratteristi di questo film (straordinario Verga interpretato da Renato Carpentieri), tutte “maschere” di un ordito drammaturgico che passa attraverso tutti i registri e toni del dramma: comico, drammatico, sentimentale, farsesco, grottesco ecc_ Pirandello e personaggi pirandelliani, accanto a personaggi che avrebbero potuto esser “pirandelliani”, la realtà che è finzione e la finzione che è realtà e si confonde nel sogno, nell’allucinazione. La lingua siciliana che si muove attraverso i dialetti (preminente è il palermitano e questo è un po’ strano dato che ci si trova a Girgenti e poi c’è l’incontro a Catania con Verga…) e attraverso l’ordito dei proverbi, delle ninnenanne, delle "miniminagghie", con un virtuosistico sconfinamento tra "alto" e "basso", tra popolano, popolaresco, folk e inquietudine "novecentesca" freudiana e umori culti, pernacchi e sberleffi, sofferenza e angoscia, riso e pensosità.

Film sul teatro e la finzione, non stucchevole ma anzi vivace e a volte strabordante. L’abilità di regista sceneggiatori e interpreti di riuscire a mettere assieme elementi di “già visto” per un pubblico odierno che probabilmente ha ben poca memoria filmica e letteraria. È il caso dei “salti quantici” tra realtà e finzione, dopo Pirandello in Horacio Quiroga, Vladimir Majakovskij, Ada Negri; e nel cinema “La rosa purpurea del Cairo” (1985) di Woody Allen, o “Fuga dal cinema libertà” (Uciecka z kino Wolnosc, 1990) di Wojciek Marczewski [2]. Un atto d’amore per il teatro.

Nel film di Andò c’è anche probabilmente molto di più. Nella canzone di Battiato:

Man manu ca passunu i jonna
Sta frevi mi trasi ’nda lI’ossa
’Ccu tuttu ca fora c’è ’a guerra
Mi sentu stranizza d’amuri
L’amuri

E quannu t’ancontru ’nda strata
Mi veni ’na scossa ’ndo cori
’Ccu tuttu ca fora si mori
Na’ mori stranizza d’amuri
L’amuri

"Fora c’è ’a uerra, fora si mori". Ecco il punto. Perché quella di Andò è una pantomima della morte, una danza macabra "medievale". Attraverso il tema del teatro, proprio nel momento in cui si introduce il concetto della "stranezza" le cose si complicano e quel che è un tema tutto sommato tranquillo, non problematico (per il potere, quantomeno) e apparentemente relegato al piano intellettuale, diventa "problema" esistenziale e politico. Il mondo dei freak, degli "strani", quasi di zombie grotteschi - presenza larvali, spettrali provenienti dagli inferi - che popola il "mondo siciliano" del viaggiatore altro ("continentale") che in questo caso è anch’esso "siciliano" e può guardare con occhi diversi quella realtà, cogliendone significati e spessore e dunque andando oltre l’apparenza (ecco qui un altro termine che rimanda al teatro). Le marionette, il mondo del turistico e del "pittoresco" diventa qualcos’altro. Perché le marionette "vedono" la realtà, molto di più di quanto la realtà non sia capace di vedere questo mondo altro. E sono capaci di mostrare il re nudo. Qui avviene la scintilla tra realtà e finzione. Perché il potere non ammette critica. Il potere ha paura della libertà di parola e di pensiero. Che questo film esca nel 2022 e non nel 1992 o nel 1972 (non sto dicendo date a caso, rimandano a precisi momenti della storia italiana nelle sue diverse fasi) è significativo.

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Locandina de La stranezza

La trama

Nel 1920, lo scrittore e drammaturgo Luigi Pirandello, che dal 1891 vive a Roma come docente al Magistero, si reca in Sicilia per andare a trovare Giovanni Verga ottantenne e che da anni ha rifiutato il mondo dei salotti letterari. Pirandello (Toni Servillo) decide anche di passare a Girgenti (Agrigento, il suo paese) dove apprende che la sua anziana balia, Maria Stella, è da poco deceduta. Decide di pagare le spese per un dignitoso funerale con tanto di carro funebre di prima classe, affidandosi a due sgangherati becchini locali, Onofrio (Valentino Picone) e Sebastiano (Salvatore Ficarra). La salma di Maria Stella però non può essere tumulata: il loculo risulta occupato. In paese pare si usi vendere lo stesso loculo a più parenti dei cari estinti (accade ancora oggi e non solo in Sicilia): autore di tale reato, mai denunciato, è il responsabile dell’ufficio decessi del Comune. La cassa con la salma viene posta in un deposito in attesa che si “liberi”, sotto lauta mazzetta, un loculo. Quindi Pirandello deve aspettare.

Pirandello in quei mesi attraversa una forte crisi creativa, aggravata dalle vicende famigliari: sua moglie l’anno prima (1919) è stata ricoverata definitivamente in manicomio. Alcuni suoi personaggi, a cui lui pensa, si materializzano nel suo studio, seduti o in piedi, oniricamente silenti. I due becchini sono anche attori/autori di una sgangherata compagnia teatrale che sta provando uno spettacolo. La cui scena centrale è quella di una seduta spiritica. Durante la prima accade una serie di imprevisti: si allude allo scandalo dei loculi per cui dal pubblico il prepotente impiegato, parodiato nella finzione, reagisce inveendo contro gli attori e questi rispondono: la lite si allarga tra il pubblico fondendo realtà e finzione, attori e pubblico.

Il film termina con la prima romana al teatro Valle nel maggio 1921, di “Sei personaggi in cerca d’autore” fischiata e contestata da parte del pubblico, alla fine del terzo atto, in platea: le urla di Manicomio! Manicomio!, soffocarono gli applausi convinti e appassionati degli estimatori. Gli spettatori indignati attendono in strada Pirandello, che si allontana dall’uscita degli attori nel cosiddetto ‘vicolo dei gatti morti’, per lanciargli insulti e monetine. Nello stesso anno la pièce riscuoterà successo in altre città sino a diventare in pochi anni un dramma conosciuto in tutto il mondo e consentendo a Pirandello di raggiungere il premio Nobel. Non diciamo altro per evitare ulteriori spoiler.


[1] La scheda su Wikipedia.

[2] Eusebio Ciccotti, Quando Luigi Pirandello andò a scuola di teatro.


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