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La storia di Beatrice

“Decisi di sporgere denuncia facendo della mia rinascita una missione umanitaria”.
di ActionAid - mercoledì 7 febbraio 2018 - 1503 letture

Beatrice ha 30 anni e una storia da raccontare. Una storia forte e terribile di violenza fisica e psicologica. Una storia che ha deciso di condividere per dimostrare che è possibile uscirne e ritrovare la gioia di vivere.

La vicinanza di famiglia e amici, la presenza di servizi sul territorio, il recupero della propria autostima e la riconquista dell’autonomia economica: il percorso non è stato facile, ma adesso per Beatrice quello che conta di più è impegnarsi ogni giorno nella lotta alla violenza sulle donne.

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Beatrice small

Mi chiamo Beatrice Aurora Iannelli. Fra poco compirò trent’anni e ho una storia da raccontare, la mia storia.

Avevo venticinque anni quando, a un passo dal "sì", decisi di lasciare il mio storico fidanzato per cominciare una nuova vita con il mio amico e compagno di duetti. Non avevamo avuto alcun tipo di contatto additabile come un tradimento prima che io lasciassi la mia casa "coniugale", ma ci eravamo innamorati fra gli spartiti che cantavamo.

Fu una scelta molto sofferta e difficile per me. Avevo trascorso metà della mia giovane vita amando la stessa persona, ma qualcosa era cambiato in me. Odiavo me stessa per aver infranto le promesse d’amore fatte al mio ex fidanzato e sapevo che avrei dovuto rinunciare a tutto quello che mi ero faticosamente costruita economicamente.

Con molta fatica lasciai a lui la casa nuova, arredata e pagata anche da me e me andai senza voltarmi. Fu un salto nel buio senza paracadute ma, ricordando le sue parole, mi fidai. Mi dichiarò il suo amore ad uno dei nostri concerti.

Dovetti scegliere fra lui e la mia famiglia, che era sconvolta e contraria alla mia scelta, ma scelsi comunque lui. Ad eccezione delle amiche, che lui criticava e insultava costantemente, ero completamente sola al suo fianco.

Non mi accorsi subito che la quotidianità era inquinata da un alone di costante inquietudine.

Sembrava infastidito da ogni piccola cosa e si giustificava dicendomi che era iper protettivo e non voleva perdermi. I miei appuntamenti settimanali con le amiche erano mal visti. Iniziai a nascondergli le cose per evitare di discutere. Vivevo con il telefono in mano per rispondergli sempre tempestivamente. Se usavo il telefono senza contattare lui era certo che lo tradissi e se non usavo il telefono per ore era certo che stessi combinando qualcosa di sbagliato nei suoi confronti. Smisi piuttosto rapidamente di truccarmi e vestirmi in maniera curata perché, secondo lui, volevo essere guardata da altri uomini e mi mettevo troppo in mostra. Criticava la trascuratezza a cui lui mi costringeva solo quando voleva fare bella figura ostentandomi.

Una sera, da una discussione insensata, arrivarono i primi schiaffi. Lui era un pugile alto quasi due metri, dal peso di centodieci chili abbondanti ed io ero uno scricciolo di trentotto chili per un rispettabilissimo metro e cinquantasette di altezza. Una sua manata aveva il potere di paralizzarmi e stordirmi per diversi secondi. Fu l’inizio di una routine senza fine. Capii lentamente che, qualunque cosa mi sforzassi di fare, sarebbe stata sempre sbagliata per lui. La cosa che lo rendeva "felice" un giorno lo imbestialiva il giorno seguente. Era un’infinita ricerca di un equilibrio impossibile da raggiungere.

Imparai a riconoscere lo sguardo rabbioso e, vedendolo fiondarsi contro di me, prendevo il tempo di un respiro per imparare ad incassare i suoi colpi. Mi bastava un respiro profondo per prepararmi a mettere alla prova la mia altissima sopportazione al dolore. Provai a difendermi diverse volte, ma lui era palesemente più forte. Ho sopportato pugni, schiaffi, morsi sul viso e sul corpo, sputi, oggetti lanciati addosso fra cui sedie, coltelli a un centimetro dagli occhi, strattonate ai capelli, testate contro il pavimento, mani strette intorno al collo e qualche calcio.

Era così bravo a convincermi che meritavo quell’inferno e io ero così innamorata da credergli. Era capace di chiedermi scusa e io immancabilmente mi fidavo certa che non sarebbe mai più successo.

Ho sempre pensato che lo stupro fosse la cosa peggiore per una donna ma non avevo considerato lo stupro all’interno della propria casa. Lui non accettava un "no" e prendeva sempre quello che voleva. Con la febbre, la cistite, il ciclo doloroso ed emorragico, lui otteneva sempre quello che voleva, fino sei volte al giorno. Se mi opponevo mi accusava di essere frigida, di essere già soddisfatta perché lo stavo certamente tradendo e mi minacciava di cercare altrove ciò che mi rifiutavo di dargli. È in questa condizione che divenni anoressica e che la mia salute già precaria peggiorò.

Ci misi due anni per convincermi che la persona di cui mi ero innamorata non esisteva. Iniziai a pensare ad un piano di fuga. Avevo paura che uno dei colpi potesse accidentalmente uccidermi. Furono le amiche ad aiutarmi e riuscii a riavvicinarmi alla mia famiglia.

Andai al centro antiviolenza della mia provincia accompagnata dalle amiche e decisi di affidarmi totalmente nonostante fossi devastata. "Il presente che sto vivendo è troppo lontano dal futuro che vorrei" dissi a me stessa. Decisi di sporgere denuncia facendo della mia rinascita una missione umanitaria. Nessuna donna avrebbe dovuto patire tutto quello che avevo sofferto io. Volevo e dovevo salvarle tutte. Collaborai con il centro, mi affidai alla mia psicologa e non smisi mai di essere attiva e presente per tutto quello che mi veniva richiesto in preparazione del processo. È stato snervante anche il periodo successivo alla denuncia. Fu un mix di cose a salvarmi ma principalmente fui io a salvare me stessa. Me ne andai quando mi sentii pronta a non guardarmi più indietro.

Iniziai a scrivere per raccogliere ogni dettaglio che decisi di utilizzare per sostenere altre donne. Il mio diario è stato così diviso in tre libri che attendono di essere pubblicati come sostegno al centro. Il mio voto alla causa femminista è stato il mio input più potente.

La ripresa economica è stata ed è durissima. All’inizio avevo paura di ogni ambiente nuovo, di ogni figura maschile a me sconosciuta. Mi facevo accompagnare ovunque. Volevo la scorta. Nel mio caso anche la salute è d’ostacolo al mio lavoro. Le botte, gli stupri e le privazioni alimentari hanno aggravato la mia condizione fisica. Lavoro part-time stancandomi come se stessi in miniera e adatto la mia vita allo stipendio che percepisco. Non mancano le rinunce ma essere viva e libera vale più di una busta paga corposa.

La questione economica e lavorativa è certamente importante per le ex vittime di violenza che vogliono ricominciare. Immagino quanto sia più difficile per le donne che, oltre a salvare se stesse, devono salvare i propri figli.

Non è facile salvarsi ma la natura umana è come una pianta: cerca l’acqua per sopravvivere, tende alla vita e si aggrappa alla vita stessa con tutte le sue forze. Dopo aver trovato l’acqua ritroviamo anche la linfa e rinasciamo.

(Foto: Ghizzoni).


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