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La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente

Mi ritrovo oggi a dover smentire, a confutare dei profeti, dei tecnici che, indossati i panni della scienza, lanciano il loro sputo oltre confine. In ogni caso sono convinto che quanto dirò è un sapere già consolidato nella cultura del ventesimo secolo. Cercherò qui di renderlo più divulgativo per contrastare delle false credenze.
di Giovanni Schiava - giovedì 30 novembre 2006 - 10301 letture

1. Premessa


Pensavo che il tempo dei maghi e degli illusionisti fosse finito, il tempo delle verità promesse, dei problemi risolti, dei professionisti del vero. Mi ritrovo, oggi, a dover smentire, a confutare dei profeti, dei tecnici che, indossati i panni della scienza, lanciano il loro sputo oltre confine, discettano di morale, di ontologia e di religione con l’unico strumento che si ritrovano, il metodo sperimentale.

Convinto, nella mia ignoranza, che uno scienziato fosse un uomo sufficientemente consapevole delle proprie possibilità e dei propri limiti, un uomo per questo saggio, forse più di ogni altro contemporaneo, un uomo che ha capito più di altri fino a che punto ci si può spingere con gli strumenti che si hanno a disposizione. Pensavo che dopo Kant, dopo Nietzsche, dopo il ventesimo secolo con Popper e Einstein e dopo tutti quegli uomini che hanno messo ben in chiaro le possibilità conoscitive dell’umanità, non vi potesse essere più scienziato che potesse parlare di “armonia del mondo”, di “ordine della natura”, di “intelligenza universale”. Eppure, oggi, mi ritrovo a leggere o ad ascoltare in televisione, fisici, astrofisici e quanti altri che predicano di leggi scientifiche che regolano l’universo, leggi che, udite udite, l’uomo indagando troverebbe insite nella natura stessa. A questo punto è necessario smascherare questi stregoni. Il danno è che oggigiorno, lo sappiamo tutti, la scienza moderna, grazie ai risultati che consegue, risultati di utilità, ha acquistato un’implicita autorità e credibilità i cui confini possono essere spostati a piacimento approfittando dell’ingenuità dell’uomo di strada. Questi stregoni o illusionisti accademici sono spesso in buona fede, essi stessi si fanno ingannare, si fanno prendere la mano dai loro mezzi di ricerca, i cui mezzi, conducendoli alla soluzione di problemi, li illudono di essere così potenti da poter discutere e affrontare qualsiasi argomento. Questi scienziati pertanto sono ignoranti, ignorano le reali possibilità di indagine dei loro mezzi.

2. Le origini di questo scritto

Mi sono laureato in filosofia con una tesi forse singolare, sicuramente molto personale. Cosi recita l’apertura dell’introduzione: «L’APOLLINEO E IL DIONISIACO COME CATEGORIE DELLA CREAZIONE ARTISTICA [1] è un viaggio curioso ed insolito che attraverso la “ragione filosofica” tenta di indagare l’origine stessa dell’atto creativo. Potrebbe essere questa la definizione più semplice e disimpegnata di tutto il nostro lavoro di ricerca. Se accostare tre nomi, Nietzsche, Freud e Fellini, può suscitare meraviglia, in realtà tutto il percorso è tenuto insieme da un’unica ed effettiva presenza: l’apollineo e il dionisiaco» [2].

Leggendo il libro La nascita della tragedia del fortunato filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, mi sembrò di individuare una valida teoria estetica che potesse spiegare la creazione artistica, teoria ripresa da me e sviluppata in altra direzione. Nel mentre lavoravo alla tesi e approfondivo il pensiero di Nietzsche, la mia attenzione si rivolgeva sempre più alle capacità creative dell’uomo in generale, al suo rapporto con il mondo e con sé stesso. Da quelle idee, presenti nella tesi di laurea, prendo l’avvio per parlavi qui ed ora. Forse non farò altro che riportare quelle idee senza aggiungervi nulla di nuovo, o forse ne aggiungerò cambiandole, in ogni caso sono convinto che quanto dirò, o quanto ho detto, è un sapere già consolidato nella cultura del ventesimo secolo. Cercherò di renderlo più divulgativo per contrastare quelle false credenze sulla scienza.

3. La storia del Pensiero umano occidentale in breve

Per storia del pensiero umano occidentale intendo lo sviluppo del “logos filosofico” dalla sua nascita e le sue manifestazioni nei diversi filosofi fino ad oggi. Il termine “logos” nell’accezione originaria dell’antica Grecia significa “discorso”, da qui “ragionare”, per infine identificarlo con la “ragione” stessa. Il logos nasce quando l’uomo alle domande “da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo” tenta di rispondere non più con l’immaginazione e il mito (ad esempio Omero), né si accontenta delle indicazioni religiose che chiedono fede acritica, ma inizia a ragionare intorno a ciò che egli osserva, facendo leva, appunto, solo sul logos e sulle sue relazioni di causa-effetto: da una proposizione ne deriva un’altra e così via discorrendo. L’arte dell’argomentare, o meglio del filosofare.

L’istituzione vuole che il primo di questi uomini “ragionevoli” sia stato Talete tra il VII e il VI secolo a.C., il quale osservava che ciò che è vivo e dà nutrimento è umido, pertanto concludeva che l’acqua è il principio di tutto. Da qui una schiera di filosofi “naturalisti” o “fisici” che individuavano, ognuno a modo proprio, negli elementi della natura il Principio della Vita. Il logos si presentò nei secoli successivi con diverse ed opposte sfaccettature, da Parmenide ad Eraclito, dai sofisti a Socrate, da Platone ad Aristotele e tanti, tanti altri fino ad arrivare al medioevo. A Platone si fa risalire la nascita della metafisica (IV sec. a.C). Il termine “metafisica” fu coniato dal discepolo di Platone, Aristotele (III sec. a.C), con cui intendeva indicare la realtà oltre la realtà. Metafisica sta per “dopo” (“meta”) la “natura” ( “fisica”), per acquistare col tempo il significato più esteso di “oltre la natura”, l’essenza della realtà. In Platone si individua il padre della metafisica in quanto è il primo a creare per via del logos la scissione tra un mondo fisico, naturale, sensibile e un mondo ultra-terreno, un aldilà, chiamato “il mondo delle Idee” [3]. Con l’avvento del cristianesimo c’è il tentativo da parte di filosofi convertiti alla nuova religione di conciliare il concetto di metafisica greca con la dottrina delle Sacre Scritture. In definitiva molti cristiani filosofi, in prima linea S. Agostino, poi S. Tommaso ed altri, si appellano al logos greco per trovare argomentazioni ragionevoli utili a sostenere e dimostrare gli articoli di fede. Nel medioevo (dal V sec. al XV sec. d.C.) la metafisica vive il suo massimo splendore per l’autorità di cui gode.

Il medioevo finisce quando qualcosa di particolare, qualcosa di veramente nuovo accade. Il logos, la ragione, reclama una posizione, un ruolo ben differente da quello occupato nel medioevo. Reclama il ruolo che già aveva nella filosofia greca, quello di libero ricercatore della verità e non di “ancilla teologiae”, di servitore della fede cristiana, utile a sostenere e giustificare la religione. Accade che l’uomo si scopre e si vuole riscoprire “artefice del proprio destino”. Nel medioevo è perennemente prostrato ai piedi della Fede; nel Rinascimento, nell’Umanesimo (XV e XVI sec), rivendica la propria centralità. Non è l’uomo ateo che si ribella a Dio, ma è l’uomo che acquista una maggiore dignità per mezzo della quale si propone di glorificare e testimoniare Dio. Per capire la portata del cambiamento basti pensare la rivoluzione ad opera del matematico Copernico che propose di cambiare totalmente l’idea che si era avuta fino ad allora dell’Universo: la Terra non deve stare più al centro, i pianeti ed il Sole non devono ruotano più attorno alla Terra, ma questa, alla stregua di un qualsiasi altro pianeta deve ruotare intorno al Sole che ora si trova al centro dell’Universo. La Chiesa assiste ad un ribaltamento di quel sistema astronomico, il sistema di Tolomeo, che i pensatori medievali tanto avevano faticato per renderlo compatibile con la Bibbia. L’uomo va avanti, il logos scalpita, non si contiene e vola libero. E’ in questo periodo che il logos si dirama, prende due direzioni. La prima è quella filosofica, continua, cioè, nella sua libera ricerca senza condizionamenti esterni, affidandosi alla sua pura natura dell’argomentazione, da una proposizione ne deriva un’altra e poi un’altra e un’altra ancora, per deduzione logica.

La seconda direzione è quella scientifica. Fino ad allora “scienza”, “vera conoscenza”, era la filosofia, ma tra il cinquecento e il seicento accade che il logos sottoposto a condizionamenti stabiliti, innanzitutto ad un metodo comune, il “metodo sperimentale”, produce risultati tangibile e riscontrabili tale da meritarsi nei secoli successivi l’appellativo di “logos scientifico”, titolo strappato alla filosofia in seguito ai risultati e alla soluzione dei problemi sottoposti. E’ con Galileo che viene elaborato un metodo il quale mettendo sotto controllo il logos consente di ritagliare porzioni di realtà sottoponendoli a verifica sperimentale per ottenere delle risposte a delle domande di utilità materiale [4].

Anche sul versante filosofico il logos attua delle rivoluzioni. E’ con Cartesio, sempre nel seicento, che il logos assume un ruolo ancora più significativo nella storia della filosofia. Cartesio, tra una mole di complessi sistemi filosofici accatastati in duemila anni, è alla ricerca di una verità chiara e distinta che finisce per intravedere nella celebre quanto semplicissima affermazione “cogito, ergo sum” (“penso, dunque sono”). L’esistenza dell’uomo viene affidata al logos. Il logos diventa la prima certezza, quella più immediata. Di una cosa non posso dubitare, che sto pensando. Il pensiero, la ragione umana è centrale, una conquista che innesca un meccanismo irreversibile, diretto ai giorni nostri: il “cogito” cartesiano dà l’avvio al processo di autonomia del logos dalla metafisica. Presso i greci il logos crea la metafisica, nel medioevo la giustifica asservendosi ad essa, nella modernità punta al riscatto.

Giunge così l’Illuminismo del settecento. Il logos viene deificato, si trasforma in “dea Ragione”. Nulla è vero se non passa il vaglio della Ragione. In alcuni pensatori la metafisica viene messa al bando alla stregua di una qualsiasi superstizione [5].

Al secolo dei lumi appartiene Kant. Egli si fa carico di stringere in un unico abbraccio tutti i problemi lasciati in sospeso dal logos. Tenta di darne una soluzione unica: dal razionalismo cartesiano all’empirismo inglese. Quali sono i confini della scienza? Quali quelli della metafisica? Quali quelli del logos? E’ possibile una morale universale? Per rispondere a queste domande, Kant realizza la sua personale “rivoluzione copernicana”. Si tratta di una vera rivoluzione nella storia del pensiero umano. Copernico spostò la Terra dal centro dell’universo mettendovi il Sole e facendovi girare attorno tutti i pianeti, in questo modo molti fenomeni fisici e astronomici che fino ad allora non venivano spiegati lo furono. Kant adottò il medesimo criterio con il logos. «Fino ad allora, si era tentato di spiegare la conoscenza supponendo che fosse il soggetto a dover ruotare intorno all’oggetto; ma, poiché in tal modo molte cose restavano inspiegate, Kant invertì i ruoli e suppose che fosse l’oggetto a dover ruotare attorno al Soggetto» [6]. Fino ad allora, si era tentato di spiegare la conoscenza credendo di dover trovare negli oggetti, o fenomeni, le leggi che li regolano, si credeva che il soggetto, il logos, non faccia altro che rilevare delle leggi, dei principi, presenti nella realtà sensibile, a prescindere dall’esistenza del logos stesso. Ora, Kant sostiene che molte cose si spiegano solo se supponiamo che il logos pone nell’oggetto quelle stesse leggi che rileva, « “la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno”» [7]. La ragione applica le proprie categorie conoscitive ad una realtà informe e a questa dà senso, un senso che esiste solo grazie alla ragione. Le categorie della ragione non si possono applicare alla metafisica perché essa non ha nulla di sensibile, non è realtà percepibile con i sensi, e la sensibilità è una delle condizioni a priori della conoscenza; pertanto della metafisica per via conoscitiva il logos non può dir nulla [8].

Da questo momento tutto diventa ancora più chiaro. Anche Shopenhauer, siamo nell’ottocento, batte la stessa strada affermando: «”Il mondo è una mia rappresentazione: ecco una verità valida per ogni essere vivente e pensante. […] [L’uomo] sa che il mondo circostante non esiste se non come rappresentazione, cioè sempre e soltanto in relazione con un altro essere, con il percipiente, con lui medesimo”» [9]. E’ la direzione intrapresa dal logos dopo il medioevo: «Che il mondo sia una nostra rappresentazione, che nessuno di noi possa uscire da se stesso e vedere le cose per quello che sono, che tutto ciò di cui ha conoscenza certa si trovi dentro alla nostra coscienza, è la “verità” della filosofia moderna da Cartesio a Berkeley» [10]. A Kant e Shopenhauer fa eco Nietzsche. Ma ancor prima dobbiamo parlare di colui che chiude il cerchio attorno al logos. Costui è Hegel. Questo filosofo porta alle estreme conseguenze il razionalismo di Cartesio e di Kant. E’ vero, sostiene Hegel, il logos non solo dà luce al mondo ma è il mondo stesso. La realtà si identifica con la ragione. Tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale. Questo perché la Legge del logos è la stessa che determina il mondo. Questa legge si chiama “dialettica”. Essa ha tre momenti: tesi, antitesi e sintesi. E’ la legge dell’argomentare, del ragionare così come ha fatto il logos in tutti i secoli. La tesi è la prima proposizione, l’antitesi è quella successiva che la contraddice e da ciò ne consegue una sintesi, una conclusione successiva in una continua ed eterna spirale di tesi, antitesi e sintesi. In questo modo Hegel ha chiuso il cerchio intorno a ciò che si poteva dire ancora del logos. Inoltre la sua filosofia rappresenta la presa di coscienza assoluta del logos: tutto ciò che la filosofia aveva detto fino ad allora era solo un meditare del logos sul logos stesso, niente di più. Da Hegel in poi, non si possono più costruire grandi sistemi filosofici, tutto era stato detto intorno al logos, la sua Legge era stata scoperta. Se qualcosa di nuovo si vuol fare non resta che distruggere, nullificare. Così la pensa Nietzsche. Egli è distruttivo nei confronti del sapere tradizionale: il fatto, la storia, le esperienze tutte sono stupide, non hanno una logica propria, siamo noi a dare un senso alle cose. Il logos è stato spinto sino all’estremo dalla filosofia e dalla scienza che crede di controllare il mondo. Il logos non svela il mondo, ma gli conferisce un senso utile solo a noi stessi. Pertanto la stessa metafisica torna ad essere ciò che è sempre stata, un’invenzione di Platone, un’invenzione del logos: Dio e la metafisica da questo momento sono dichiarati morti con i tutti i valori assoluti ad essi connessi.

Dopo Nietzsche, dopo Hegel la filosofia è allo sbando, il “logos filosofico” è allo sbaraglio. Siamo alla fine dell’ottocento. Il logos ha la sensazione di essersi ritrovato con un pugno di mosche in mano dopo 2500 anni di argomentazioni. Tutto sembra perduto. A questo punto la filosofia stessa, non più produttiva, passa in secondo piano nella vita dell’uomo. Alcuni parlano di morte della filosofia, ma si tratta di un inconsapevole errore di identificazione della filosofia con la metafisica [11]. La filosofia del novecento è una filosofia che annaspa, che cerca una nuova identità, una nuova missione. Fino ad allora aveva cercato il senso della vita, adesso cerca il senso della propria vita. Si va dalla filosofia applicata alla scienza, e in alcuni casi vuole prendere in prestito il metodo della scienza, alla filosofia che, cercando nuove forme di divino, si oppone alla scienza, perché sull’altro versante, il gemello nato dallo stesso parto trecento anni prima, il “logos scientifico”, gode di ottima salute, è sempre più cresciuto, sempre più sano e si è andato a sostituire alla filosofia.

Ma, tutte le filosofie del XX secolo trovano forse un punto d’incontro nel convenire che la scienza «esclude di principio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso e del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso» [12]. Una questione aperta, riassunta nelle parole di Husserl, che oggi tutti discutono, e che Papa Ratzinger sembra averne fatto il primo punto del programma del suo pontificato.

4. Karl Popper e il riscatto della “ragione filosofica” su quella “scientifica”

Alla scalata verso il successo della scienza pose dei paletti di orientamento il filosofo di origine austriaca Karl Popper. Nel 1934 egli pubblica la sua opera più importante, Logica della scoperta scientifica. Popper è sulla strada intrapresa dal “logos fiolosofico” da Kant in poi, una ragione che non scopre le leggi della natura, ma formula solo delle teorie utili all’uomo, che servono a risolvere un problema, una ragione che non trova nella natura leggi preesistenti, ma trova solo ciò che la ragione stessa vi pone per risolvere dei problemi; teorie, pertanto, che possono essere sostituite da altre migliori in quanto risolvono meglio i problemi. In altre parole, Popper trasporta i risultati a cui era approdato il “logos filosofico”, e che abbiamo visto nel paragrafo precedente, sul piano di analisi del “logos scientifico”. Popper sostiene che le leggi scientifiche non devono essere dei dogmi, delle leggi eterne ed assolute, quelli spettano alla metafisica. Una legge eterna e assoluta non è scienza ma metafisica. La “ragione scientifica” procede formulando delle ipotesi che possono essere inizialmente condizionate anche dalla fantasia, dal mito e dalla metafisica. Si tratta ovviamente di ipotesi che vanno poi provate, sottoposte a sperimentazione, se vogliamo che risolvano un problema. Ma, ecco il punto fondamentale, la cosa più importante e che tali ipotesi si devono presentare sempre come falsificabili. «Una teoria, per essere provata di fatto, deve essere provabile o controllabile di principio, deve in altre parole essere falsificabile» [13], deve disporsi al controllo pubblico, da chiunque, e pertanto disposta a sottoporsi a qualsiasi prova di falsificazione. Se esce indenne da tali prove la teoria risulta buona per risolvere un tal problema, se ne esce falsificata la teoria non è valida, non è scientifica, e in ogni caso qualora risultasse valida verrebbe prima o poi sostituita da una teoria migliore. Per Popper la scientificità di una teoria è data dal principio appena esposto, definito criterio di falsificabilità.

Il “logos filosofico” di Popper definisce meglio la natura del “logos scientifico” che, agli inizi del novecento, peccava di scientismo positivistico, di assurde convinzioni sulla infallibilità della scienza e delle leggi scientifiche, nonostante la teoria della relatività di Einstein di inizio secolo avesse smentito l’assolutezza della fisica classica di Newton.

Per sostenere la fallibilità delle leggi scientifiche sarebbe sufficiente dire che, come nel caso di Einstein con Newton, basti rilevare tutti i casi di teorie scientifiche superate da altre. Questo argomento logico basterebbe per dimostrare che le leggi scientifiche non sono presenti nella natura ma scaturiscono dalla relazione tra il logos e la realtà esterna, come da Kant in poi la filosofia ha compreso. [14]. D’altronde il criterio di falsificabilità di Popper non è altro che il convogliare la presa di coscienza che “la presunzione è un male” in uno strumento di ricerca . Popper non fa altro che trasformare in criterio di ricerca scientifica una regola di vita valida in ogni contesto: non bisogna essere presuntuosi ma bisogna essere aperti al nuovo, disposti a cambiare, disposti a mettersi sempre in discussione. Aperti al nuovo se si vuole migliorare. Un atteggiamento saggio di vita trasformato in teoria utile alla scienza. Potremmo dire la scoperta dell’acqua calda, ma non è così per la scienza, visto che si è reso necessario imporlo come criterio regolativo.

5. Cos’è la scienza

La scienza è una tecnica d’indagine che si è data strumenti appropriati ai suoi scopi. Nasce nel seicento per risolvere problemi materiali. Dal logos filosofico si stacca una costola, il “logos scientifico”. La filosofia non si propone di risolvere problemi materiali, ma per sua natura si propone la libera contemplazione, il pensiero per il pensiero senza alcuna fretta di soluzione, pur essendo influente per la vita. La scienza non è altro che il logos che si impone un metodo per ottenere risultati utili alla soluzione di problemi materiali. E dopo tanti secoli di logos, Galileo capì che l’unico modo per ottenere ciò fu quello di istituire un metodo che consentisse a tutti di verificare oggettivamente le ipotesi enunciate, perché la forza della sperimentazione è che essa è pubblica, adotta un metodo comune a tutti, grazie al quale tutti possono verificare la validità di una teoria.

Il controllo sulla natura operato dalla scienza è finalizzato alla soluzione di problemi materiali. Non è la scienza che scopre le leggi della natura, ma è la scienza che piega la natura alle sue leggi per ricavarne utilità pratiche. Questa è l’indole della scienza. Il metodo sperimentale serve da strumento di mediazione tra il logos e la natura per ottenere un risultato diverso dalla filosofia: piegare la natura alle leggi che il logos adatta alla natura. Il logos filosofico non si è mai proposto di controllare la natura ma di spiegarla; il logos scientifico si propone di controllarla applicando le sue leggi. Il logos con le sue leggi si fa interprete della natura nella misura in cui da essa vuole la soluzione di un problema. Ma un’interpretazione, per definizione, non è un dato di fatto, è il filtraggio operato da un interprete di una realtà sconosciuta. Una teoria scientifica è la migliore interpretazione della natura in uno specifico contesto per dare la migliore soluzione ad un problema. E’ il dare senso ad una realtà, un senso che prende la direzione, nella sua fase di formazione, verso ciò che è più utile alla soluzione del problema. Un senso il cui creatore è l’uomo.

6. L’uomo conosce solo ciò che egli stesso crea. Il senso della vita.

Mi ritrovo ancora oggi a dover smentire dei “maghi scientifici” i quali sono convinti, nello stupore delle loro ricerche di scovare l’ “armonia dell’universo”. Ci sono scienziati che credono di vedere ordine nel mondo senza rendersi conto che quell’ordine l’hanno messo loro. La mente umana, il logos, ordina ogni cosa per renderla a noi intelligibile, chiara. L’ordine che noi vediamo non è altro che la proiezione, l’oggettivizzazione del nostro logos. Al di fuori della nostra mente c’è solo il caos, e se ci fosse un ordine probabilmente non saremmo in grado di vederlo, perché allo stato attuale, ciò di cui siamo sicuri e che noi ordiniamo le cose per come sappiamo fare e per come ci conviene, in base alle nostre necessità. Newton scoprì la legge della gravità perché aveva necessità di dare un senso di utilità pratica alla mela che gli cadde in testa. Fino ad allora nessun altro ebbe questa necessità. La legge della gravità esiste solo come creazione, una produzione della mente umana in relazione ad una realtà o esperienza caotica. Tolto l’uomo, tolta la legge. L’intelligenza che uno scienziato può riscontrare nell’universo non è altro che la propria. Se ciò non avviene, allora risulta essere una proiezione inconsapevole.

L’uomo vive in un mondo il cui senso è dato da ciò che egli stesso produce, pensa, dice, scrive o realizza. Un senso del mondo che muta col mutare delle produzioni umane. L’uomo crea il suo mondo dietro gli stimoli della realtà esterna.

Alla domanda “qual è il senso della vita?” possiamo rispondere che il senso della vita è quello di cercare e dare continuamente un senso. Da ciò che noi stessi creiamo, parole, fatti, disegni, musica, film, ricaviamo un senso e ci formiamo continuamente un senso che cambia con il cambiare delle nostre produzioni. E dalle nuove formazioni di senso creiamo altre cose che ci forniscono altro senso e così via.

Noi costruiamo il nostro mondo, noi creiamo il Mondo. Nella singola individualità ogni uomo crea un proprio universo che s’incontra con quello degli altri, interagisce e scambia informazioni, cerca punti d’incontro.

7. L’etica del Superuomo

L’uomo realizza le proprie leggi e i propri valori. Le leggi naturali e i valori morali. In questa epoca di inizio terzo millennio, i risultati a cui è approdato il logos sono i seguenti.

L’uomo si scopre essere produttore dei propri valori morali, valori pertanto mutabili nel tempo in base alle necessità reali. Fatica a riconoscere ciò ma non può farne a meno. Essere il creatore dei propri valori in base alle necessità delle circostanze significa che il bene e il male sono relativi. Il bene e il male accadono perché ognuno può avere una visione diversa di bene e di male. Per Hitler e il nazismo era sinceramente bene la dittatura e male la democrazia. Per la società post bellica, per i vincitori di Hitler è vero il contrario. Per i comunisti è bene la dittatura del proletariato, per i capitalisti quella è male. Ognuno secondo le proprie necessità. Il male può accadere perché è bene per qualcun altro.

Ciò significa che ognuno è giustificato nelle proprie azioni? Ognuno può fare quello che vuole? Ovviamente no. La morale nasce per regolare i rapporti interpersonali all’interno di una società. La religione stessa ha questa funzione di regolamentazione sociale, di controllo delle ambizioni, degli egoismi che possono minacciare gli equilibri della comunità stessa. Si tratta di regolamentare la volontà di potenza di ogni singolo individuo.

Una morale del Superuomo, come Nietzsche amava definire l’uomo che sopravvive alla morte di Dio, non può prescindere dalla consapevolezza che tutto può essere bene e tutto può essere male. C’è un’assunzione di responsabilità di fondo. Il referente unico non può che essere la ragione che, nella sua imperfezione e precarietà, ci guida nonostante tutto nelle scelte. Agire secondo ragione, come amava dire Kant, significa agire in base a delle valutazioni che devono prendere in considerazione più elementi possibili che concorrono alla migliore soluzione di un problema. Prendiamo ad esempio il caso dell’uso dei profilattici per la questione del sesso sicuro. Prima dell’AIDS probabilmente aveva più peso presso i cattolici la posizione della Chiesa contraria all’uso dell’anticoncezionale, perché viene meno il principio del sesso finalizzato alla procreazione. Con la diffusione del terrore AIDS, con la presa di coscienza, attraverso i fatti, che il profilattico è un buon mezzo di prevenzione, che aiuta a prevenire la distruzione dell’umanità e che l’alternativa sarebbe la castità prematrimoniale e la fedeltà assoluta al coniuge per sei miliardi di abitanti, aggiungiamo la libertà sessuale come valore sempre più diffuso anche presso i cattolici e pertanto il venir meno dell’uguaglianza sesso = procreazione, tutto ciò e altro ancora, che al momento ci sfugge, porta col tempo a fare delle valutazione secondo ragione le cui conclusioni propendono ad accettare che l’uso del profilattico è un bene. Conclusioni, queste, che tra cinquanta o cento anni, come le teorie scientifiche, possono cambiare o essere smentite.

La morale non è mai perfetta, può essere perfettibile, o perlomeno ce lo possiamo proporre.

Il Bene e il Male, come ogni altra produzione umana, non hanno un’identità definita. Proprio perché prodotti umani essi possono assumere differente senso. Non dobbiamo pensare che in un futuro non molto lontano non ci possa essere un Hitler o peggio. Un giorno ci potrà essere Hitler per lo stesso motivo per cui c’è già stato: chiunque può pensare e desiderare il contrario di chiunque.

Solo la consapevolezza di ciò può aiutarci ad essere vigili sugli eventi futuri.

8. A ciascuno il suo: la scienza non può parlare di morale

Una riflessione in chiusura. Se tutta la scienza si riduce al suo stesso metodo sperimentale rivelandosi nient’altro che una tecnica indirizzata a conquistare risultati per la soluzione di problemi materiali, è evidente che non si può fondare una morale su di essa. Una morale scientifica giustifica solo e soltanto i fini della scienza stessa e la sua potenza. Se il metodo sperimentale ci consente di clonare a iosa gli uomini non significa che noi dobbiamo sottostare acriticamente a questa straordinaria possibilità. La scienza ha il potere di fare ciò ed essa non può far altro che giustificare questo suo potere e i suoi fini. E’ un’espressione della volontà di potenza. Se lo scienziato sottostà alla scienza non può che volere ciò che la scienza stessa esprime: la potenza della sua tecnica, del suo metodo.

Come si vede, la disciplina scientifica non conosce la morale, non le appartiene. Essa, come ogni altro aspetto della vita, condiziona certamente la morale, ma non fa morale perché non ha gli strumenti. Il suo strumento è il metodo sperimentale che ha come unico obbiettivo quello di risolvere problemi materiali.

[1] L’apollineo e il dionisiaco come categorie della creazione artistica, tesi di laurea di Giovanni Schiava. Università degli Studi di Perugia, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Filosofia, anno accademico 1998-1999, Relatore Professoressa Anna Giannatiempo. La tesi è pubblicata nel sito web www.tesioline.it. In questo lavoro, partendo dalla teoria estetica di Nietzsche, trasformo l’apollineo e il dionisiaco (vedi nota 2) da due istinti di vita, spiriti dell’esistenza, in due categorie mentali, in senso kantiano, utili a spiegare il processo creativo nell’arte.

[2] L’ “apollineo e il “dionisiaco” sono i due aspetti fondanti dell’uomo che il filosofo tedesco F. Nietzsche ha presentato nella sua prima importante opera La nascita della tragedia (tr. it. di E. Ruta, Laterza, Bari 1995) scritta nel 1872. Apollo e Dioniso sono due divinità dell’antica Grecia. Apollo è il dio del sole, pertanto rappresenta la chiarezza, l’armonia, l’ordine, l’equilibrio e la razionalità. Al contrario, Dioniso è il dio del vino e rappresenta l’ebbrezza, la vitalità, l’istinto, il disordine e l’irrazionalità. L’apollineo è la dimensione razionale mentre il dionisiaco quella irrazionale: le due facce della medaglia-Uomo.

[3] Prima della nascita della metafisica l’uomo greco non separava nettamente il mondo terreno da quello divino. Gli dei abitavano sulla terra, sul monte Olimpo, e l’inferno stava sotto terra, nel regno di Ade. L’idea di un mondo non sensibile non apparteneva al greco.

[4] «Galileo stabilì i criteri che stanno alla base del cosiddetto "metodo scientifico". Esso si basa sul presupposto che ogni affermazione riguardante i fenomeni naturali deve avere un riscontro oggettivo sperimentale. E’ solo attraverso gli esperimenti che le leggi della natura possono essere conosciute». (Fonte: www.arrigoamadori.com/lezioni/Sintesi/TeoriaDellaRelativita.htm). «L’esperimento è alla base del metodo scientifico introdotto da Galileo Galilei, che per questo motivo viene anche chiamato metodo sperimentale. Il metodo scientifico infatti si basa sui seguenti passaggi: 1) Raccolta delle informazioni; 2) Osservazione del fenomeno; 3) Scelta delle grandezze fisiche (arbitrarialmente); 4) Formulazione di ipotesi che spieghino il fenomeno; 5) Elaborazione di una teoria che spieghi il fenomeno, sulla base delle ipotesi, in maniera più ampia; 6) Realizzazione di esperimenti che validino o confutino la teoria. È sufficiente un solo esperimento che sia discordante con la teoria per invalidarla.». (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento).

[5] «Per i grandi sistemi metafisici del secolo XVII, per Cartesio e il Malebranche, per lo Spinioza e il Leibniz la ragione – scrive E. Cassirer – è il territorio delle “verità eterne”, di quelle verità che sono comuni allo spirito umano e a quello divino. Ciò che conosciamo e intuiamo in grazia della ragione ci conferma la partecipazione dell’essenza divina. […] Gli Illuministi hanno fiducia nella ragione; e in questo sono eredi di Cartesio, di Spinosa o di Leibniz. Ma, diversamente dalla concezione di costoro la ragione degli illuministi è quella dell’empirista Locke che analizza le idee e le riduce all’esperienza. Si tratta, dunque, di una ragione limitata: limitata dall’esperienza, controllata dall’esperienza. La ragione degli Illuministi è la ragione che trova il suo paradigma nella fisica di Newton: questa non punta alle essenze, non si chiede che cos’è, per es., la causa o l’essenza della gravità, […] cerca le leggi del loro funzionamento e le mette alla prova». (G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, La Scuola, Brescia 1992, vol. 2., pp. 502-503).

[6] G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi, La Scuola, Brescia 1992, vol. 2., p. 656.

[7] Ibidem, p. 656.

[8] Mentre, ad avviso di Kant, il logos può dire sulla metafisica nella sfera morale: dalla necessità di un fondamento assoluto ed eterno per una legge universale di condotta si postula l’esistenza di Dio e dell’anima. Dio deve esistere se vogliamo un premio per la nostra condotta, un premio ovviamente per cui ne valga la pena assumere una condotta sempre retta, un premio eterno: il paradiso.

[9] Ibidem, vol. 3, p. 170.

[10] Ibidem, vol. 3, p. 170.

[11] Se dovessimo leggere la storia della filosofia occidentale dal punto di vista della metafisica, potremmo individuare tre periodi: il periodo pre-metafisico, da Talete a Platone; il periodo metafisico, da Platone a Kant o estenderlo fino a Nietzsche, se è vero che, come lo definì Heidegger, fu l’ultimo dei metafisici; infine, il periodo post-metafisico, da Kant o Nietzsche ai giorni nostri.

[12] Ibidem, vol. 3, p. 435.

[13] Ibidem, vol. 3, p. 746.

[14] Le conclusioni più attuali sembrano le seguenti : «La scienza procede con ipotesi e principi che non sono totalmente indotti a partire dall’esperienza, ma che, secondo l’espressione di Einstein, hanno piuttosto il carattere di "libere creazioni del pensiero", la cui validità può essere verificata solo in corrispondenza di sistemi di riferimento specifici. La conoscenza avanza quindi per approssimazioni che possono essere sostituite o modificate nel tempo, cogliendo di volta in volta congruenze relative tra dati di esperienza e forme di misurazione. (...) Il confronto col dato empirico non è quindi, in un campo come nell’altro, la semplice registrazione di un oggetto già formato, ma piuttosto il risultato del rapporto tra l’osservatore, con le sue categorie concettuali e i suoi strumenti di ricerca, e ciò che gli sta di fronte...» ( F. Crespi, Le vie della sociologia, il Mulino, Bologna 1985, pp. 65 e 67).


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La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
2 dicembre 2006, di : Enzo Maddaloni

Per tornare alle orgini: all’acqua "sorgente di vita"; ti chiedo che ne pensi delle fotografie e delle informazioni del lavoro di Masaru Emoto e dei sui Messaggi Miracolosi dall’Acqua ?

Emoto sostiene che l’acqua ha un messaggio molto importante per noi. Ci dice di dare uno sguardo molto più profondo in noi stessi, nella nostra "biochimica dell’emozioni", guardando a (in) noi stessi attraverso lo specchio dell’acqua.

Non credi che il messaggio diventi più chiaro e cristallino ed anche più scientificamente corretto?

Credo che conosci anche tu già Emoto. E’ un ricercatore giapponese visionario e creativo. Ha pubblicato un libro, “Il Messaggio dell’Acqua”, con le scoperte delle sue ricerche per il mondo sostenendo appunto "...che i nostri pensieri colpiscono tutto dentro e intorno a voi".

Le foto e le informazioni presentate e riportate nel suo libro, già stanno cambiando le nostre "credenze" al di la degli "stregoni di corte" sulla validità del concetto di scientificità oggi si parla già di "pseudoscienza" o "new age", del superamento del concetto della materia (universo come ologramma come proiezione dei nostri pensieri) e del principio della fisica del sia/sia.

Credo che la scienza abbia superato da tempo il paradigma di Newton e Cartesio per affrontare la "sperimentazione olistica". L’uomo non più al centro dell’universo o viceversa ma parte di esso. Un insieme di vuoti (unico) ed interconnesso. Certo tutto ciò è difficilmente dimostrabile.

Non c’è ancora la prova scientifica ma, può darsi, come anche sostieni tu nella tua tesi che la prova scientifica sia da considerare in rapporto al nostro "punto di vista" e forse non abbiamo ancora imparato a vedere la cosa dal punto di vista giusto o meglio non ce la vogliono far vedere perchè il quotidiano nostro deve avere dei punti di riferimento certi se no, come dici tu, è il caos?

Grazie, per quello che hai scritto. Ha colmato molte mie lacune, ed in maniera chiara e semplice hai fatto un lavoro di sintesi molto apprezzabile.

    La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
    2 dicembre 2006, di : Giovanni Schiava

    Caro enzo, ti ringrazio per gli apprezzamenti. Confesso di non aver mai sentito nominare Emoto prima d’ora. Forse, se la memoria non m’inganna, ricordo vagamente qualche notizia, in televisione o in qualche rivista, sui "messaggi dell’acqua". Per rispondere alle tue domande ho dovuto fare un giro qua e là in internet e raccogliere fugacemente dei frammenti sparsi su Emoto e le sue foto. Certamente come tesi è affascinante. Non mi stupirei se i cristalli dell’acqua di cui siamo composti, da un’analisi "emotiana" rispecchiassero nella loro forma, ordinata o meno, chiara o meno, lo stato d’animo dell’individuo. D’altronde quando stiamo bene o no, quando soffriamo o meno si vede anche nel fisico: il disordine dei microsopici cristalli dell’acqua si potrebbe manifestare nel corpo in visioni macroscopiche. Potrebbe essere così. Oltre non saprei cosa dirti, l’argomento è da approfondire.
La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
2 dicembre 2006, di : Giovanni Schiava

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La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
14 agosto 2007, di : Sergio

Purtroppo sento ancira dei filosofi che parlano di scienza, cosiderandola come un settore della filosofia (positivismo o neopositivismo). Oggi la cultura scientifica non se la cava benissimo specie in Italia, grazie anche al retaggio deleterio dei sommi Croce e Gentile. Purtroppo a questi si aggiunge anche il sommo e da tutti indistintamente omaggiato Popper, che ritengo il filosofo più nefasto per la scienza. Io l’ho letto e riletto, e ne ero anch’io all’inizio un estimatore, poi l’ho capito un pò meglio ; Popper appare come colui che restirebbe alla scienza il suo carattere critico e razionale, contro la tentazione di farne una pseudo-religione onniscente..FALSO, quel poco di buono che Popper dice era già noto e palese in Galileo (come il principio di falsificazione) e dagli induttivisti (L’esigenza di una continua verifica e sperimentazione), e sono stati proprio persone che filosoficamente erano dei convinti deterministi o che pensavano ad una scienza onniscente (LAplace) che contribuirono a scoprire che tale ambizione era impossibile, o quantomeno impreticabile, non certo i consigli di Popper. Riguardo alle "speranze" di Hilbert o del circolo di Vienna la cosa non è così banale da farne una questione di pseudo-ideologia da combattere e la scienza è andata oltre tale prospettiva non grazie a Popper, ma grazie alle scoperte scientifiche che hanno costretto ad abbandonarla. Popper quindi si scaglia ciò che chiama tendenza induttivista-ideologica della scienza (che lui gli mette addossso)..cioè non posso dire "i corvi sono neri" chissà che altrove o su un altro pianeta ce ne siano non-neri.. come non posso dire che i sassi cadono, che il gatto mangia il topo, ecc. ecc. tutto ciò non sarebbe scientifico..ne man mano che la cosa è verificata (corvi neri ecc)posso dire che al crescere delle verifiche la probabilità umenta e tende praticamente alla certezza..no! Benissimo..si accusa quindi la scienza di pretendere di avere la veritò assoluta (accusa impropria, la scienza per costituzione non ha ambizioni metafisiche, gli scienziati forse, ma alla fine ci sono dimostrzioni o esperimenti, cosa che non nega alla religione, invece di accanirsi come dovrebbe se fosse coerente) ..e quindi o verità assoluta o niente..la scienza non può dare "un’idea di verità sulla realtà!" , idea che gli scienziati sanno non essere assoluta e ontoligica nel senso metafisico..ma sempre in dinamica di riscoperta e critica..quindi Popper non capisce a priori o non vuol capire l’idea di "verità scientifica", la scienza ci dà in’idea di verità sulla realtà, cari miei, che non è ne assoluta, ne un bel niente (come Popper vorrebbe). Ma concediamo pure quello che vuole, e seguiamo il sommo Popper.."Ho visto solo corvi neri! Non vuol dire niente! ok!", "Ho ottenuto sempre questo risultato da quest’esperimento, ciò non vuol dire che la teoria che lo prevede sia vera..la prossima volta non ho ne certezza ne prbabilità che ciò avvenga..ok!"..lasciamo che Popper distrugga l’idea che la scienza possa dare un’idea di Verità circa la realtà..ebbene Popper procede come se si dimenticasse di questa opera di distruzione demagogica..e va avanti con la banalità del protocollo di Falsificazione che una teoria deve avere per essere considerata scientifica (di una banalità insulsa, in quanto cosa già palese ed addirittura esplicita in Galileo), ebbene considerimo pure una teoria con tutti i crismi Popperiani, lui cita la Meccanica Newtiniana (che se uno non fosse idiota e avesse studiato si accorgerebbe che non è in linea di principio falsificabile, essendo completa ed esaustiva), ebbene secondo il criterio Popperiano..a cosa serve..ad andare sulla luna? E no! il fatto che i sassi cadono, i missili volino che i pianeti si muovano ad un certo modo..non mi dice alcun che! Domani quando il razzo lo lancio, anche se la teoria mi prevede una cosa..non ha alcun valore di verità..non mi attendo affatto che le cose vadino come la teoria prevede!!! le teorie servono a niente..per scaramanzia..oppuure, dobbiamo ammettere che la meccanica Newtoniana ci dia un’idea di veritò sulla realtà..ma allora crolla la parte iniziale della costruzzione di Popper..

RIcordo (spero di non avere le traveggole) che in un passo della sua "Logica della scoperta.." lui dice + o - : "Quindi cos’è la scienza..io mi sono limitato ad argomentare cosa non è e non può essere (dare una idea di verità), qunndi una tecnica di osservazione ecc.. (di cui non si capisce il fine , lo scopo, il senso)..se mai è qualcosa questo è e che non trovo ragioni per gettare.."

Qundi Popper non è quello che sembra, è il demolitore della scienza..la sua argomentazioneè contraddittoria e inconsistente..ed adottarla significa mettersi in una sorta di filosofia -teologia..che da una parte vorrwebbe essere la palaadina della razionalità e non-ideologicità della scienza, dall’altro la svilisce sino a renderla inconsistente, ho detto teologia, in quanto come la teologia accetta le antinomie logiche, ciò è contraddittoria.

Per capire meglio il sommo Popper bisogna leggerlo meglio ..HA ricoperto la cattere che fu di B. Russel..ma il nostro Popper di logica fece quattro articolacci che valgono meno della carta su cui sono scritti..su Godel, sulla Meccanica quantistica, sulla Relatività parla in modo superficiale e scontato..però liquida Darwin, Freud considerando le idee di quest’ultimo come non maggiormente degne di attenzione delle leggende della Mitologia greca. Ovviamente su Marx è fuoco e fiamme, una lettura Berlusconiana in base alla quale la società si divide tra i buoni (pensiero Liberale), e cattivi (pensiero di sinistra), il quale pensiero liberale è l’unico critico e demopcratico che si sforza di capire anche le ragioni dell’altro, ma deve osteggiar aprioristicamente l’altro pensiero nemico, in quanto nemico e basta! E soltanto pericoloso e negativo (senza quello spirito critico che ne farebbe comprendere le ragioni, e come anche i nemici alla base delle loro convinzioni discutibili o sbagliate avessero l’aspirazione al miglioramento della società in senso + giusto e libero, dove fosse possibile per ognuno esprimersi meglio nelle sue idee e potenzialità). Invece MArx è stato un’altro grande dello spirito critico, che aldlà di questioni politiche e storiche ogni amante dello spirito critico dovrebbe apprezzare (nei sui limitie leggendolo ocme uomo del suo tempo, non come profeta..come incredibilmente Popper fa). Però circa la Metafisica, l’idealismo..su cui divrebbe scagliarsi (perchè insegna l’atteggiamento dogmatico e metafisico a discapito di quello cruitico e dialettico..che combatte sotto il nome di relativismo (dipingendolo ora come il caos che deriva dalla negazione della verità assoluta) non spende una parola, anzi dice che è salutare..

BAsta andare ad un COnvegno di CL, o anche sul web, per rendersi conto che vi è l’occupazione totale del pensiero pseudo-religioso, che seppellisce MArx, cerca di destrutturare Darwin, considera la Psicanalisi una non-scienza , sul piano storico liquida la resistenza, poi procede col risorgimento, l’illuminismo e rivoluzione francese..a noi sembra assurdo e che sono cose assodate, ma i cattolici pensano in modo secolare, e sanno che pezzettino azla vota le cose cambiano e non ce ne rendiamo conto.. Chi ha la verità assouta..non può esimersi di imporla sull’errore.. Cosa meglio dell sommo Popper? Non a caso uno come Pera è un grande estimatore di Popper.. MA ormai Pera lo troviamo d’appertutto..

Chiudo con un Aforisma di Cioran.

"A volte vorrei essere un cannibale, non per il piacere di divorare questo o quel tale..ma per quello di vomitarlo"

(CIoè di espellerlo in modo definitivo dal proprio corpo che naturalmente lo rifiuta)

Sergio

La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
14 agosto 2007, di : Giovanni Schiava

Gentile Sergio,

credo sia evidente che il mio articolo (o breve saggio) non sia un’invettiva contro la scienza. Ci mancherebbe! E’ al contrario una critica decisa allo scientismo, cioè ai quei scienziati che sono ancora convinti che la scienza riveli delle Verità, sostituendola alla metafisica e alla religione. Molti scienziati credono che le scoperte scientifiche siano lo "svelamento della realtà", ci dicano in modo definitivo ed esaustivo come è il mondo e la vita, come è il mondo "oggettivamente", a prescindere di chi lo indaga, l’uomo. Le scoperte scientifiche non sono delle verità che stanno là fuori in attesa di essere scoperte da noi ma sono delle elaborazioni mentali frutto del lavoro di selezione e di organizzazione che l’uomo opera. In questo modo l’uomo cerca di dare un senso al mondo, fornire un senso a sé della propria esistenza, costruire il mondo attorno a sé. Il falsificazionismo di Popper ha probabilmente il merito di frenare la tendenza, tutta umana, di assolutizzare ogni conoscenza, di renderla immodificabile. Già nel mio articolo, ironizzando, affermo che Popper in un certo senso ha scoperto l’acqua calda (come lei ha anche fatto notare facendo riferimento a Galileo), e cioè ha rimarcato un saggio comportamento di vita quotidiana: non arroccarsi presuntuosamente in posizioni definitive altrimenti l’imprevidibilità della vita prima o poi presenterà il conto. Ma, come lei certamente può insegnarmi, sul piano dei confronti accademici il linguaggio della quotidianità e la saggezza popolare non hanno accesso, perché la scientificità di un discorso è data dal linguaggio, dai criteri, dai metodi che nei secoli sono stati elaborati appositamente per sviluppare una rigorosità di ricerca che garantisse certezza e prevedibilità.

Resto a sua disposizione.

La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
17 settembre 2007, di : Gianni Martino

Caro Giò,

ho finalmente avuto modo di leggere con attenzione il tuo bellissimo articolo. Ho molto apprezzato la ricostruzione dell’evoluzione storica del pensiero filosofico, attenta e precisa. Una scelta azzeccata è stata quella di utilizzare come testo di riferimento il manuale di Reale e Antiseri, che è di gran lunga il migliore che c’è in circolazione.

Avrei qualche rilievo da muovere qua e là, ma mi soffermo solo su un dato: mi sembra che venga liquidato troppo velocemente il ruolo della ragione nel Medioevo, definendola “ancella” della fede in senso diminutivo, come privazione di autonomia.

La fede – almeno quella cristiana - non richiede l’abiura della ragione. Anzi, il Nuovo Testamento proclama che Dio può essere conosciuto anche mediante l’intelletto (1 Rm 1, 20). Il Vangelo di Giovanni definisce la seconda persona della Trinità, il Figlio incarnatosi in Gesù Cristo, come Logos, principio per mezzo del quale è avvenuta la creazione. La religione cristiana si fonda dunque su un principio di razionalità, che è la base per il dialogo con i non credenti e con le altre religioni, come ha ricordato il Papa nel suo discorso di Ratisbona.

Il ruolo della fede rivelata è quello di offrire con più immediatezza la via della salvezza, visto che la debolezza e i limiti dell’uomo (che i cristiani individuano nel peccato) possono indurre ad un uso non corretto della ragione.

Mi sembrerebbe frutto di un pregiudizio svilire la qualità di un ragionamento solo perché viene da un credente. Se un ragionamento non è valido, se la qualità delle argomentazioni è scadente perché ipotecata da una fede cieca, bisogna... argomentarlo! Ebbene, a me sembra che la qualità razionale degli scritti di San Tommaso d’Aquino resti insuperata.

Ma mi voglio soffermare soprattutto sulle conclusioni che tu trai dall’analisi storica del pensiero filosofico.

Ho una perplessità: mi pare che tu abbia dato una lettura “storicistica” dell’evoluzione del pensiero filosofico. Mi è sembrato, cioè, che tu abbia ritenuto che la successione temporale delle teorie filosofiche sia stata una successione necessaria, coincidente con un’evoluzione qualitativa; per cui le teorie più risalenti debbano ritenersi superate da quelle più recenti e “moderne”, in particolare quelle che affermano il superamento della metafisica, dell’esistenza di una verità oggettiva, approdando al cosiddetto relativismo.

A me sembra, invece, più “vichianamente”, che anche la filosofia abbia corsi e ricorsi storici, prenda cantonate e faccia marce indietro.

Il “costruttivismo” l’idea che l’uomo sia il creatore della realtà mediante il logos (gli strutturalisti e i decostruzionisti hanno sostenuto mediante il linguaggio) è stata una teoria di gran moda, in quanto espressione di “novità”. Ma non è assolutamente un’acquisizione condivisa: il “cognitivismo” (l’idea che esista una realtà da conoscere) sta riprendendo quota nel pensiero contemporaneo, sia anglosassone sia europeo (vedi il dialogo tra Habermas e Ratzinger).

È vero che la conoscenza nasce da un’interazione tra oggetto e soggetto, interazione che muta nel tempo col mutare delle categorie interpretative e delle capacità osservative del soggetto. Ma tale mutamento ci deve forzatamente far concludere che l’oggetto non ha nessuna verità in sé, che il soggetto è solo autoreferenziale? Se così fosse, non avremmo mai – nemmeno in provvisorie contingenze storiche – acquisizioni universalmente riconosciute. Esiste invece un’altra spiegazione: che la relazione con l’oggetto sia irrinunciabile; che la mutevolezza delle nostre categorie interpretative non sia altro che il frutto dei limiti delle nostre capacità di conoscenza; limiti che possono essere spostati od oltrepassati.

Tu citi Popper, padre dell’epistemologia moderna, come esempio dell’affermazione – anche nel campo scientifico – di una “ragione filosofica (...) che non trova nella natura leggi preesistenti, ma trova solo ciò che la ragione stessa vi pone per risolvere dei problemi”. Perdonami, ma questa lettura mi sembra arbitraria. Popper, in Congetture e confutazioni, spiega che quello della falsificazione è solo un metodo per evitare il dogmatismo (come quello della psicanalisi, di cui era critico ferocissimo...) si spacci per ‘scientifico’; ma Popper afferma chiaramente che non ha la pretesa di negare l’esistenza di verità naturali, per quanto sia difficile ipotizzare che la conoscenza umana possa attingere ad esse con certezza.

Proprio al tema Relativismo e verità ho dedicato un piccolo saggio pubblicato sul nostro sito (se non lo hai già notato). Anch’io ripercorro l’evoluzione del pensiero filosofico nella modernità, con un’analisi molto simile alla tua, ma con una valutazione apertamente critica, che per alcuni aspetti si ispira a quella fornita da uno dei più grandi filosofi del secolo scorso, Augusto Del Noce.

Sul finire del tuo articolo scrivi: “Non è la scienza che scopre le leggi della natura, ma è la scienza che piega la natura alle sue leggi per ricavarne utilità pratiche”. È un’analisi che mi lascia perplesso. La tendenza della scienza – o, rectius, della tecnologia - a ricavare un’utilità pratica non significa rinuncia al tentativo di pervenire ad una conoscenza oggettiva.

Einstein – il padre della relatività - credeva fermamente all’esistenza di un ordine armonico dell’universo, e dedicò gli ultimi anni della sua vita a cercare febbrilmente una teoria unificante le quattro forze fondamentali (gravitazionale, elettromagnetica, nucleare forte e nucleare debole). Gli scienziati che hanno proseguito la sua opera, negli ultimi decenni, hanno già scoperto le particelle capaci di unificare forza elettromagnetica e forza nucleare debole...

Il profilattico. La Chiesa ha un tesoro di sapienza che viene troppo spesso ignorato, con teorie che si dicono “ragionevoli”, ma si rivelano un po’ superficiali.

Che cosa i dicono i fatti, cui debbono sempre riferirsi i ragionamenti che non vogliano restare astratti?

I fatti dicono che il profilattico riduce il rischio di contagio, ma non lo elimina. La fedeltà sessuale è l’unico rimedio sicuro dal punto di vista sanitario, non morale (anche se può risultare difficile applicarlo).

Ebbene, succede che incentivare l’uso del profilattico ingenera nelle persone una sensazione di falsa sicurezza, che aumenta i rapporti a rischio e anche il contagio. I fatti – sempre quelli – dicono che la diffusione dell’AIDS in Africa è stata maggiore nelle zone dove la presenza e l’influenza della Chiesa sono scarse, e ciò nonostante campagne di diffusione dei profilattici. L’unico Paese che sin qui ha conosciuto buoni risultati nella lotta all’epidemia è l’Uganda, dove la Chiesa cattolica e le confessioni protestanti hanno avuto maggiori possibilità di invitare alla fedeltà coniugale...

Hitler potrebbe ripresentarsi? Teoricamente sì, perché la pluralità di visioni morali (ma io preferisco parlare di degenerazione della morale) può ripresentarsi anche in forme orribili. Ma questa possibilità deve considerarsi ineluttabile? Il fatto che qualcosa sia esistito e possa ancora esistere, ci deve impedire di chiamarlo male e di distinguerlo dal bene? Quali armi concettuali abbiamo per riconoscere il male e combatterlo?

L’unica arma che abbiamo è proclamare che il bene esiste, per quanto sia faticoso riconoscerlo, e a volte anche faticoso resistere alla tentazione di imporlo (anziché proporlo).

Perfettamente d’accordo che la scienza non ha titoli per parlare di morale, perché il suo metodo non è ad essa trasferibile. Il che non significa, naturalmente, che essa non abbia bisogno di una morale.

Un saluto.

Gianni Martino

P.S. Nietzsche - al di là delle interessanti suggestioni che ogni grande pensatore può fornire - non mi piace per niente. Il suo, alla fine, è un nichilismo distruttivo

La scienza è ignorante. Critica allo scientismo persistente
18 settembre 2007, di : Giovanni Schiava

Ciao Gianni,

cercherò di fare come te, affrontare un punto alla volta e con una certa sveltezza. Premetto che ancora non ho letto il tuo “Relativismo e verità” (pubblicato sul vostro sito www.europaoggi.it), cosa che farò presto.

 Ragione e Fede nel Medioevo-

Se ho liquidato velocemente il ruolo della ragione nel medioevo è, probabilmente, perché non avevo molto da dire per un mio mancato interesse per la filosofia di quel periodo. Hai nominato S. Tommaso che sicuramente è il massimo esponente che la filosofia medievale abbia partorito. All’interno di quella logica che io ho descritto come “storia del logos”, S. Tommaso certamente ha il ruolo principale di riscatto della ragione nei confronti della fede. Egli cercò di rafforzare la fede nell’ambito della discussione filosofica. Agli occhi dell’autorità ecclesiastica cercò di giustificare la ragione come mezzo per corroborare la fede; agli occhi dell’autorità filosofica (più quella della tradizione classica che coeva) cercò di giustificare (dimostrare) la fede per mezzo della ragione. Egli ritenendo necessario giustificare la fede per mezzo della ragione non fece altro che indebolirla. Diede terreno alla ragione sul quale rivalersi. La fede è un sentimento e ogni tentativo di spiegazione razionale lo snatura, come tentò di controbattere Guglielmo di Ockham, un avvio che portò alle conclusioni kantiane.

 Storicismo-

Tu mi fai notare che la mia “Storia del pensiero umano in breve” sottintenda qualche necessità evolutiva e qualitativa. Che sia una lettura storicistica è evidente, ma non la intendo necessaria. Questa è solo una “versione”, una proposta di un modo di “vedere le cose”, alcune cose, che, popperinamente parlando, può essere accettata nei limiti in cui si rende utile; in questo caso potrebbe essere accettata per la filosofia. Come una teoria scientifica, se non serve “a qualcosa”, non verrà presa in considerazione. Offro un punto di vista “relativo” nella speranza si possa rendere utile. Tu mi fai notare che quella successione degli eventi del logos sia presentata da me come necessaria. Ripeto, ne do solo una lettura: imprimo una logica, una spiegazione palesemente storicistica ma non necessaria nel senso di assoluta. La successione degli eventi da me spiegata è una costruzione logica che si può a noi rendere utile oggi, ma può benissimo diventare cartastraccia domani. Perché, ecco il punto, quella logica non esiste oggettivamente ma è stata impressa da me e può essere serenamente rimescolata da te. La logica non esiste al di fuori della nostra mente. Siamo noi a rendere le cose logiche. Persino Darwin rese logico il caos con la sua teoria evoluzionistica. Io non credo né ai corsi e ricorsi storici, né ad una storia necessaria, né ad un eterno ritorno. In questo sono machiavellico: la fortuna l’aiutiamo anche noi.

 Conoscenza-

Tu scrivi: “Se così fosse, non avremmo mai – nemmeno in provvisorie contingenze storiche – acquisizioni universalmente conosciute” . Le “acquisizioni universalmente conosciute” non devono essere necessariamente assolute, possono essere semplicemente convenzionali e il mondo può andare avanti lo stesso. L’universalità è una categoria a noi necessaria per spiegarci il mondo, per dargli una stabilità, per sottrarlo alla contingenza da noi vissuta giorno dopo giorno, è un modo per controllare il mondo.

 Popper-

Il mio modo di interpretare Popper ha certamente forzato il suo pensiero. E’ vero come sostieni che Popper concepisce la conoscenza come un percorso che ci avvicina sempre più alla verità, anche se non raggiungeremo mai questa verità. Pertanto egli non sembra escludere una verità oggettiva. Mi sono lasciato prendere la mano nella presunzione di voler correggere il tiro del filosofo austriaco aggiornandolo alle più contemporanee conclusioni. E’ anche pur vero che da questo punto di vista egli non si dimostra mai così assoluto: la verità oggettiva può esserci, a noi tocca conoscerla, ma bisogna diffidare di una conoscenza definitiva ed ultima. Alla fine io ho solo cercato, forse erroneamente, d’interpretare alla spicciola questa sua conclusione dicendo che Popper in fin dei conti non si è mai battuto per una realtà oggettiva ultima ma piuttosto ha speso le sue energie per il contrario: una realtà mai definitiva ma sempre da mettere in discussione. Ha puntato il dito più sulla contingenza che sull’assoluto. La messa in discussione, la falsificazione era il suo unico interesse. Come vedi tali conclusioni rendono Popper compartecipe di quel comune atteggiamento presente nei contemporanei di dubitare di una conoscenza certa e definitiva.

 Einstein-

Lo stesso discorso dicasi per il padre della “relatività”. Tu, come tanti altri, citi Einstein, modello esemplare di intellettuale rivoluzionario, che continua a sostenere l’idea di una realtà stabile definitiva, un “reale fisico”, al quale l’uomo tende senza mai pervenire. Scrive lo scienziato: “Ne deriva che le nostre concezioni del reale fisico non possono mai essere definite. Se vogliamo essere d’accordo, secondo una logica per quanto possibile perfetta, con i fatti percettibili, dobbiamo sempre essere pronti a modificare queste concezioni, altrimenti denominate il fondamento assiomatico della fisica., In realtà, un colpo d’occhio all’evoluzione della fisica ci permette di constatare che questo fondamento ha subito, nel corso dei tempi, cambiamenti profondi”(I protagonisti della storia universale, AA.VV., Nuova CEI, Milano 1978, vol. XII, pag. 237). Einstein è un altro, come Popper, che parla di una ipotetica realtà definitiva ancora non conosciuta, alla quale ci crede ma che non ha mai toccato con mano. L’unica sua certezza è che dobbiamo essere sempre pronti a modificare le nostre concezioni, “fondamento assiomatico della fisica”, fondamento che nel corso dei tempi ha subito profondi cambiamenti. Eistein e Popper, per quanto innovatori appartengono ancora a quel mondo le cui categorie non prevedono l’assenza dell’universalità. La ricerca di un principio unificante si rivela ancora utile, in quanto principio regolativo. Io sostengo che Einstein non avrebbe mai potuto elaborare (e non scoprire), la relatività cento anni prima per il semplice fatto che questa non stava “là fuori” (espressione di R, Rorty) ad aspettarlo. Eistein elaborò la teoria della relatività perché spinto a far vedere il mondo da un suo punto di vista, punto di vista, proprio quello relativistico, che si è rivelato utile proprio in quel periodo storico.

 Profilattico-

Per quanto riguarda l’uso del profilattico io credo che i fatti dicano che sia sempre più diffuso il sesso libero e autonomo, non controllato da alcuna autorità e, al momento, l’uso del profilattico si dimostra una buona arma di prevenzione contro le malattie.

 Bene e Male-

Abbraccio con gioia quanto tu affermi in conclusione: “L’unica arma che abbiamo è proclamare che il bene esiste, per quanto sia faticoso riconoscerlo, e a volte anche faticoso resistere alla tentazione di imporlo (anziché proporlo)”. Hitler seppe imporre presso i tedeschi il “bene” inteso dal nazionalsocialismo. Allo stesso modo dobbiamo preoccuparci di proporre o, ahimé, imporre il “bene” che oggi noi intendiamo: la solidarietà tra i popoli.

 Nietszche-

Nietzsche mi ha sempre incuriosito. Appuntavo quindici anni fa a matita sul manuale di filosofia Antiseri-Reale: “Leggere Nietzsche è come guardarsi allo specchio: o si prova disgusto o ci si piace.” Da un’iniziale disgusto di buon cristiano passai a farmelo piacere. E seppure ancora oggi non tutte le sue “profezie” si sono avverate, lo stesso Nietzsche lo vedo legato troppo al suo tempo, com’è giusto che sia. Heidegger sosteneva che il proclamatore della morte di Dio era ancora troppo metafisico. Le categorie del suo tempo erano ancora quelle. Usava un linguaggio metafisico per parlare del superuomo. La stessa Volontà di Potenza viene presentata quasi come una realtà metafisica che si sostituisce a Dio. La sua stessa follia forse fu dovuta anche al suo ardire di allontanarsi troppo dalla visione tradizionale dell’uomo e del mondo pur avendo a disposizione per un’analisi critica solo quelle categorie (universalità, metafisica, storicismo, stabilità, autorità, ecc.) che alla fine furono esse stesse oggetto della sua opera di distruzione. Il suo nichilismo fu spinto in fondo e inevitabilmente lo portò a distruggere se stesso. Oggi, grazie anche al sacrificio di Nietzsche, più serenamente possiamo accostarci ad un’idea di uomo più maturo che non necessariamente deve delegare ad Altro delle responsabilità che si può addossare.

Ho cercato di essere più breve possibile ma, come tu sai, quando si tenta di esporre dei pensieri sparsi non si ha mai a sufficienza spazio. E infatti sono tante le cose che ho sottaciuto o che ho esposto sbrigativamente.

Un caro saluto.

Giò.

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