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La rivolta dei pezzenti: in Francia i giubbetti gialli assaltano le prefetture

I ceti bassi sono stufi di pagare per quelli alti: questo è il messaggio centrale della rivolta dei giubbetti gialli ed è un avvertimento per tutta l’Europa perché ovunque si perseguono politiche fiscali a vantaggio dei ricchi contro i poveri. Di Francesco Gesualdi.
di Redazione - mercoledì 21 novembre 2018 - 869 letture

I ceti bassi sono stufi di pagare per quelli alti: questo è il messaggio centrale della rivolta dei giubbetti gialli ed è un avvertimento per tutta l’Europa perché ovunque si perseguono politiche fiscali a vantaggio dei ricchi contro i poveri. In Francia la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’aumento del prezzo del carburante che solo nell’ultimo mese è stato del 5% e complessivamente del 23% a livello di anno. Colpa soprattutto dell’aumento delle accise, che il governo Macron vende come una tassa verde, ma che i francesi vivono come un altro colpo su chi vive in periferia dal momento che l’assenza di mezzi pubblici condanna all’auto privata. Insomma una sorta di tassa sul macinato che si va ad aggiungere ad una serie di altri aumenti sui consumi e sui redditi da lavoro e da pensione che il governo Macron ha introdotto come compensazione delle perdite subite da una serie di riduzioni applicate sugli alti patrimoni. Riforme che secondo le risultanze dell’Institut des Politiques Publiques, nell’ultimo biennio hanno permesso all’1% più ricco della popolazione di aumentare il proprio potere d’acquisto del 6%, mentre il 20% più povero se l’è visto ridurre dell’1%. Una situazione che ricorda molto quella italiana che da 35 anni, passo dopo passo, ha introdotto un fisco sempre più iniquo.

Attraverso la riduzione degli scaglioni, la rimodulazione delle aliquote e l’aumento dei redditi non soggetti a cumulo, la progressività del sistema fiscale italiano è stata gravemente degradata. Tant’è se nel 1974 l’imposta sulle persone fisiche prevedeva 32 scaglioni, con l’ultima al 72% su redditi oltre 3 milioni di euro rivalutati al 2018, oggi abbiamo solo 5 scaglioni con l’ultima al 43% oltre 75.000 euro. Nel contempo si è fissata l’aliquota più bassa al 23% sotto i 15.000 euro, mentre nel 1974 sullo stesso ammontare rivalutato l’aliquota era al 10%. L’effetto di questa manovra a tenaglia è stato un inasprimento della pressione fiscale sui redditi fino a 600.000 euro e una riduzione su quelli che vanno oltre. Lo dimostra un recente studio del CADTM, che nel suo dossier “Fisco & debito” cita l’esempio di un lavoratore con coniuge e due figli a carico con un reddito annuo di 26.500 euro: secondo le aliquote e le detrazioni attuali paga un’imposta media del 13%, con quelle in vigore nel 1974 avrebbe pagato il 10%. E ancora: un lavoratore con lo stesso carico familiare che riscuote 33.500 euro, con le disposizioni attuali paga il 19%, con quelle del 1974 avrebbe pagato il 12%, un aggravio del 7%. Il massimo della penalizzazione è per chi ha un reddito di 120.000 euro che ha subito un aggravio del 12%. Oltre questo scaglione, l’aggravio fiscale si riduce fino ad invertirsi dopo i 600.000 euro. Su un reddito di 800.000 euro, con le aliquote attuali si paga un’imposta media del 42%, con quelle in vigore nel 1974 si sarebbe pagata del 44%. La conclusione è che nel solo 2016, i soggetti con redditi superiori a 600.000 euro hanno potuto trattenere nelle loro tasche la somma complessiva di un miliardo di euro. Ammontare parziale se consideriamo che i redditi da affitti, da capitale, da interessi, subiscono la sola tassazione alla fonte senza entrare nel cumulo ai fini IRPEF.

L’aumento di carico fiscale subito dai redditi medi e bassi risulta ancora più evidente se allarghiamo la visuale all’intera pressione fiscale. Nel 1982 la pressione fiscale corrispondeva al 32% del Pil ed era formata per il 13% dai contributi sociali, per l’11% dalle imposte dirette e l’8% da quelle indirette. Nel 2016 la pressione fiscale la troviamo al 42,5% del Pil ed è formata per il 13% dai contributi sociali, il 15% dalle imposte dirette e il 14,5% da quelle indirette. In altre parole il balzo più grosso lo hanno fatto le imposte indirette (oltre il 6%), che essendo tasse sui consumi, per definizione gravano più sui poveri che sui ricchi perché i poveri consumano tutto ciò che guadagnano.

Non contenti dei regali fatti fino ad oggi ai redditi più alti, Salvini propone la flat tax, che farebbe mancare all’erario italiano qualcosa come 50 miliardi di euro lasciandoli nelle tasche dei più ricchi. Il che rivela non solo la volontà di costruire una società sempre più iniqua, ma anche un totale disprezzo per la casa comune non più vista come luogo di protezione per tutti, ma un edificio da dilapidare per gli interessi del potere economico e politico. Lo dimostra la disinvoltura con la quale si decide di fare spese, in sé sacrosante, ricorrendo al debito anziché all’imposizione fiscale su chi i soldi ce li ha e ne fa un uso totalmente anti sociale perché né li consuma, né li investe in attività produttive, bensì li impiega in speculazioni finanziarie. Fare spese a debito è facile e ci permette di fare anche un bel figurone di fronte agli elettori, ma è una scelta fatta sulle spalle dei nostri figli perché a più debito corrispondono più interessi, ossia meno risorse future per scuola, sanità, sicurezza sociale.

Questa scelta scellerata l’Italia la fece già negli anni ottanta e ne paghiamo ancora le conseguenze : ignorando di avere compiuto passi che avevano messo lo stato alla totale mercé delle banche, i governi che si susseguirono in tutto il decennio continuarono a fare debito per finalità politico-sociali. Il risultato fu un sovraccarico di spesa per interessi che ci ha infilato nella trappola mortale di chi continua ad indebitarsi non per garantire migliori condizioni di vita ai cittadini, ma per pagare gli interessi sugli interessi. La sintesi è che su un totale di 2575 miliardi di interessi pagati dal 1980 al 2017, ben 1920, il 74%, sono stati pagati a debito. Per cui prima di parlare di nuovo debito dovremmo chiederci se abbiamo fatto tutto il possibile per ottenere i soldi da chi ce li ha e chiederci se abbiamo tentato tutte le strade per fare cambiare le regole di governo dell’Europa e dell’euro in modo da poter disporre di strumenti di spesa sociale diversi dal debito. In conclusione, guai a liquidare la rivolta francese come una semplice protesta contro il caro vita. I giubbetti gialli protestano contro l’iniquità e le scelte di comodo dei politici che alla fine presentano sempre il conto ai più poveri.


L’articolo di Francesco Gesualdi è stato pubblicato nel circuito di Pressenza.



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