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La questione urbanistica

A partire dai saggi di Paolo Berdini
di Sergej - mercoledì 25 luglio 2018 - 495 letture

Uno

19 luglio 1966. Siamo ad Agrigento. È da poco l’alba. Ciccio Farruggia, netturbino, si è recato presto come sempre al lavoro. Ha appena cominciato il suo lavoro. Siamo nel quartiere nuovo, quello dei grandi palazzi condominiali sorti come funghi nel giro di pochi anni, che guardano dall’alto i templi della Valle dei Templi. Nota delle crepe lungo la strada, nell’asfalto, che si aprono. Si mette a strepitare, sveglia alcuni degli abitanti. Il trambusto sveglia gli altri, che si riversano per strada, mentre le crepe aumentano e cominciano ad investire anche i palazzi.

È la frana di Agrigento. Un caso divenuto famoso ed emblematico. A essere coinvolti allora furono 10 mila persone che si ritrovarono dall’oggi al domani nelle tendopoli. Emergenza frana, polemiche - chi aveva dato l’autorizzazione a costruire, in un punto della città come quello? Il deputato del PCI Mario Alicata muore il 5 dicembre 1966, al termine del suo secondo intervento, concitato e battagliero, alla Camera dei Deputati. Indagini di giornali e magistrati. Scaricabarile da parte dei politici locali. L’edilizia è un settore caldo in quegli anni, ha permesso di mobilitare una massa notevole di forza lavoro. Il blocco dell’edilizia ad Agrigento scatena la sommossa, siamo nel dicembre 1966: “Le organizzazioni sindacali degli edili promuovono manifestazioni di protesta per l’eccezionale crisi occupazionale che ha investito il settore delle costruzioni. Si costituisce un comitato civico che contesta le misure restrittive nel campo urbanistico contenute nella legge n. 749/66. Nella città cresce il malcontento, i senzatetto, i disoccupati, gli artigiani, i commercianti e i piccoli e medi imprenditori edili organizzano a fine dicembre una delle più imponenti manifestazioni di protesta cittadina. Mentre le ruspe e i camion paralizzano le vie di accesso alla città, folle di dimostranti assaltano il Comune e il Genio Civile e dalle finestre si buttano suppellettili e importanti documenti e progetti edilizi da bruciare. Si verificano scontri e tafferugli con la polizia, con qualche ferito. L’indomani vengono arrestati una decina di operai e qualche imprenditore” (Wikipedia). Saranno presto rilasciati.

Con la frana di Agrigento l’Italia scopre gli effetti della speculazione e dell’abusivismo edilizio. La guerra aveva provocato enormi danni alle abitazioni; la ricostruzione aveva permesso di mobilitare mezzi e forza lavoro e ben presto alla ricostruzione era succeduto il bisogno di nuove e case più spaziose - gli “appartamenti” al posto delle singole stanze in cui si stava in dieci assieme al mulo. Il nuovo ceto impiegatizio legato alla rinascita italiana tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, accedeva per la prima volta alle prime forme di consumismo di massa. L’espansione edilizia, senza progetto urbanistico, fu convulsa con effetti vistosi soprattutto nel Sud. Si parlerà presto di “sacco di Palermo” legato alla conquista mafiosa operata in città dai corleonesi. Ma anche quando intervenne la progettazione urbanistica, si registrarono nuovi danni: a Catania il quartiere di san Berillo sventrato, e poi il caso del quartiere di Librino. La modernizzazione degli anni Sessanta e Settanta è stata ovunque impiego di mattoni forati e cemento su linee architettoniche - i condomini, le sequenze “a domino” - che scimmiottavano una incompresa modernità derivata.

Due

Sulla frana di Agrigento, che ha riattualizzato nel contemporaneo una questione messa in ombra dalle emergenze belliche: lo sviluppo urbano e il “governo” di questo sviluppo, la questione idrogeologica del nostro Paese, lo spazio dell’abitare e della sicurezza di questo spazio, “chi” deve badare allo sviluppo urbano e sulle sue conseguenze ecc_, mi è capitato di tornare con la memoria grazie alla lettura di tre libri di Berdini, urbanista romano che ha avuto la ventura di essere assessore per due mesi nella fase iniziale della giunta Raggi. Paolo Berdini è stato autore di diverse pubblicazioni a carattere divulgativo e polemico sull’abusivismo edilizio in Italia - anche con riferimento alla situazione emblematica di Roma -: Breve storia dell’abuso edilizio : dal ventennio fascista al prossimo futuro (nella collana Saggine edito da Donzelli nel 2010), Le mani sulla città : da Veltroni ad Alemanno storia di una capitale in vendita (edito da Alegre, 2011) assieme a Daniele Nalbone (contiene vari contributi; antologia a carattere giornalistico, Berdini firma la prefazione e un capitolo conclusivo dedicato a “Il trionfo del governo straordinario”); fino all’ultimo finora in ordine di tempo: Roma, polvere di stelle: La speranza fallita e le idee per uscire dal declino (Alegre, 2018). Berdini è un urbanista di 70 anni, porta con sé la propria storia politica: vicino a Rifondazione Comunista, da sempre assertore della responsabilità e dell’intervento dello Stato e delle Istituzioni amministrative locali sullo sviluppo delle città. Insomma, il Pubblico - di contro all’assunto invalso tra gli anni Ottanta del secolo scorso e ora, che il Privato sia, in questo settore, meglio.

Tra i tanti “casi” cui rimanda (in maniera divulgativa) Berdini, utili per il riepilogo della nostra memoria collettiva spesso distratta dalla polemica quotidiana di turno, utile lo schema che riporta, e che riguarda come l’urbanistica si è attuata negli ultimi anni.

Subito dopo le ricostruzione emergenziali del dopoguerra, il piano governativo di edilizia popolare (l’INA casa fanfaniano [1]), l’idea di pianificazione urbanistica e di urbanistica pubblica, cui seguì

l’urbanistica dei grandi Eventi: con la scusa (e i finanziamenti) di realizzare “grandi eventi”, si mettono le mani su aree e luoghi della città che vengono in questo modo rimanipolati. L’esempio maggiore è stato quelle dell’EUR: Mussolini ne voleva fare lo spazio per l’Esposizione universale da usare per far propaganda al fascismo nel mondo, ma lo scoppio della guerra bloccò tutto lasciando qualche edificio e alcune strade tracciate. Una incompiuta per decenni, imbarazzante per il nuovo Stato repubblicano succeduto. Un altro esempio che la storia urbanistica ricorda è quello legato alle Olimpiadi di Roma: la corsa di maratona lungo la via Appia antica e i suoi pini rimangono tra le cose più belle di quegli anni. Noi abbiamo conosciuto Expo di Milano: con il codazzo di un’area di cui non si sa cosa fare e alcune inchieste della magistratura per le quali è meglio non parlare in casa PD e Forza Italia.

l’urbanistica contrattata: con la scusa che mancano i soldi, si dà al privato la possibilità di costruire in cambio di opere destinate a servizio pubblico (servizi, giardini ecc_); solo che poi i privati “dimenticavano” sistematicamente di costruire le parti di servizio, e spesso e volentieri anche le parti private hanno mostrato una utilità relativa o sono tornate all’abbandono e al degrado essendo queste operazioni spesso puramente speculative. Con l’urbanistica contrattata siamo nell’ambito del pensiero neoliberista dominante, dell’urbanistica privatistica, quella in cui il pubblico si è totalmente arreso al privato che può allegramente muoversi per chiedere e ottenere aumenti di cubature e cambi di destinazione d’uso senza più alcun freno.

Berdini ha due eroi, tra gli urbanisti di cui parla: un eroe del bene e un eroe del male. Uno (l’eroe del bene) è Vezio De Lucia, mentre pesta e corna ne dice di Gaetano Fontana (l’urbanista chiamato alla direzione della ricostruzione dopo il terremoto de L’Aquila, ed è tutto dire). I libri di Berdini sono una utile e facile lettura accanto alle inchieste e agli aggiornamenti di questi giorni che riguardano il “caso” dello Stadio della Roma e le vicende giudiziarie collegate. Ma direi che anche rileggere Salvatore Settis non fa mai male.


[1] su questo può essere molto interessante La grande ricostruzione. Il piano INA-Casa e l’Italia degli anni Cinquanta, a cura di Paola Di Biagi, Donzelli 2010


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