La “proposta politica” è direttamente collegata all’idea di “campo politico” definito da Bourdieu. Una teoria che, forse, rappresenta la più importante elaborazione sviluppata dal filosofo nei suoi ultimi vent’anni di ricerca sociologica.
Di Pierre Bourdieu, il grande sociologo francese scomparso nel gennaio del 2002, ci eravamo già occupati lo scorso anno, in occasione della pubblicazione curata dalle Edizioni Nottetempo (“Il mondo sociale mi riesce sopportabile perché posso indignarmi, un’intervista rilasciata alla Tv transalpina nel 1990). Ora, Castelvecchi Editore torna sull’autore con “Proposta politica” (pp.115, €10), una raccolta di alcuni interventi di Bourdieu, tra cui un’altra intervista (con Philippe Fritsch), la relazione di una conferenza dal titolo “Il campo politico”, oltre a dei brevi saggi sullo stesso tema.
La “proposta politica” è direttamente collegata all’idea di “campo politico” definito da Bourdieu. Una teoria che, forse, rappresenta la più importante elaborazione sviluppata dal filosofo nei suoi ultimi vent’anni di ricerca sociologica. Una ricerca basata sul tentativo di modificare il terreno di indagine degli studiosi che dovrebbe essere trasferito, dal settore dell’analisi sui comportamenti e le reazioni del cittadino-elettore, a quello riguardante il circuito volutamente chiuso e circoscritto dei politici di professione.
Si definisce così una prima distinzione tra produttori e consumatori di politica, in cui si rivela come l’incomunicabilità tra le due categorie (che ad esempio molti sondaggi statistici sull’argomento mettono in evidenza) abbia inevitabilmente una sua particolare origine spesso neanche ben identificata da parte dei cosiddetti “cittadini ordinari”. Cittadini che assorbono l’impressione di una certa autoreferenzialità del mondo politico, che comporta il dirottamento delle priorità della politica stessa, e dunque la sostanziale modifica di quella che tra gli addetti ai lavori viene chiamata “agenda politica”, non più aperta alle esigenze della società, ma impostata da pochi “professionisti della politica” su ben altre valutazioni.
Questa sorta di circolo vizioso è alla base di uno scollamento tra rappresentanti e rappresentati ma, come viene egregiamente messo in luce nella lucida postfazione di Luigi Cuozzo, cosa significa in realtà “scollamento” in questo specifico caso? Bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e spesso, quando gli intermediari mediatici utilizzano questo termine per comunicare un certo tipo di informazione all’utente, non fanno altro che utilizzare una maniera distorta delle parole: quello che viene chiamato “scollamento”, nei fatti non si riduce ad altro che a una vera e propria crisi della rappresentanza politica.
In questo quadro, si inserisce poi secondo Bourdieu l’elemento-filtro tra universo politico e realtà sociale. La comunicazione, che impone una riflessione accurata anche sul ruolo del giornalista, e in particolare di quei giornalisti più degli altri messi al centro del fuoco mediatico, attraverso lo strumento televisivo: entrando in un rapporto pressoché quotidiano e spesso confidenziale con il soggetto politico, la figura del giornalista diviene, più o meno consapevolmente, essa stessa elemento contenuto nello specifico “campo politico” , contribuendo alla realizzazione di un corto circuito comunicativo tra chi dovrebbe lavorare per il cittadino, e il cittadino stesso.
Si intuisce dunque l’estrema attualità del pensiero di Pierre Bourdieu, che se messo a confronto con le recenti analisi del voto francese contro la Costituzione europea, ma anche alla sempre più grave “impasse” istituzionale italiana, potrebbe ancora essere molto utile per comprendere alcuni preoccupanti segnali di involuzione, che le proposte politiche di molti paesi sembrano lanciare.
L’articolo di Emiliano Sbaraglia è stato pubblicato su www.aprileonline.info n° 274 del 04/06/2005