Ci vorrebbe più tempo per ordinare i ricordi. Ci vorrebbe la sana follia degli adolescenti, per farlo. Sentirsi legato ad un fatto di cronaca, passato alla storia come "strage impunita". E temere di non avere astanti interessati alla tua narrazione.
Ci si può sentire partecipi, unendosi ad un corteo di protesta che inneggia una rivendicazione di democrazia. Non importa sotto quale bandiera, ma esserci. Denunciare con la propria presenza la voglia di un mondo diverso. Sufficiente, che ti consenta di esprimere, il tuo modo personale di vederlo migliore.
E ritrovarti, involontariamente, in mezzo alla storia. La storia che ti ha cambiato la vita, costringendoti a voltarti indietro, nel tentativo di consolarti nella nostalgia. La storia, che si ripete nel gioco vizioso del déjà vu, senza chiederti il permesso. La storia, che ti ha illuso di percorrere un’altra strada nuova, sulla quale consegnare nuovi ideali alle generazioni successive. E scoprire, che sono sempre gli stessi. Gli stessi, ancora una volta calpestati.
Gli stessi, che trasformarono Amedeo M. in protagonista e cronista involontario, quella mattina del 28 maggio 1974. Sindacalista CGIL del pubblico impiego, in quegli anni, Amedeo M. lavorava presso la sede Inps di Brescia. Erano anni particolari, di grandi cambiamenti. Il sogno sessantottino era sulla via del tramonto, lasciando il posto all’ondata terroristica di destra e di sinistra.
I sindacati e i comitati ideologici invadevano le strade, con manifestazioni e dibattiti, che convogliassero le idee, slegate e confuse di coloro che, provenienti da diverse estradizioni sociali, si vedevano intrappolati tra le rivendicazioni operaie, vittime del chimerico boom economico degli anni ’60 e le bombe di piazza a scardinare le coalizioni ideologiche.
Amedeo M. era un trentenne nel 1974. Lui, che veniva dalla Sicilia, dove la gente aveva abbandonato le campagne per seguire il carro dell’industrializzazione, provava a vivere il cambiamento in prima linea. Quella mattina era in corteo, a sfilare accanto ai comitati antifascismo e alle altre sigle sindacali. Per gridare “NO” alla violenza dilagante. Per offrire un’alternativa democratica.
Durante il corteo, si sfilò per una mezz’ora, in cerca di una farmacia. Il boato, il fumo e le urla. Lo inchiodarono sulla porta, con la scatola di antibiotico che gli scivolava dalle mani. Poi, non ricorda cosa lo spinse a farlo, ma cominciò a correre verso Piazza della Loggia, gridando i nomi dei compagni. Girodivite lo ha incontrato per una breve intervista.
Girodivite: Cosa ricorda, in modo particolare, di quella giornata iniziata con una manifestazione pacifica e trasformata in tragedia?
Amedeo M.: Ho provato a rimuovere dalla mia vita, quel 28 maggio, ma negli anni mi sono convinto, che era giusto mantenere il ricordo, che i miei figli dovevano sapere. Non c’è un particolare che prevale sugli altri, nella memoria. Ho imparato che la quotidianità possa essere sconvolta per sempre, e che questo possa dipendere dal volere degli altri. Mai, come in quella occasione, è affiorata l’idea che, essere oggi qui a raccontarla, è facilmente attribuibile al caso.
Girodivite: C’erano stati, nei giorni precedenti alla manifestazione, dei segnali di allarme che potevano far intuire quello che poi è accaduto?
Amedeo M.: Difficile dirlo con esattezza. La manifestazione era stata organizzata per dare una risposta a quella che, passerà alla storia, come la strategia della tensione. Gli anni precedenti erano fin troppo recenti, per non intuire che i fatti di violenza, iniziati idealmente con Piazza Fontana nel 1969, celassero una lotta di potere nelle sfere apicali, da portare avanti con qualsiasi mezzo. La teoria del golpe, non era certo azzardata.
Girodivite: Per gli episodi di violenza di quegli anni, sfociati nel terrorismo, dal suo ruolo di sindacalista, non ha mai avvertito la sensazione di fare involontariamente il gioco di chi strumentalizzò le piazze, per le sue personali guerre di potere, alle quali ha fatto riferimento?
A: E’ indubbio che, chi faceva e suppongo faccia sindacato, lo abbia fatto sempre in buonafede, sua e dei propri collaboratori. I tempi erano diversi ed anche le motivazioni. Devo ammettere che alle riunioni, nelle sedi di partito, nei comitati di fabbrica ed anche alle manifestazioni di piazza, il controllo sulle persone che partecipavano, era molto sommario. Contavano i numeri e non si andava troppo per il sottile. La sensazione e probabilità che, qualche infiltrato fosse sempre presente, era legittima. Riguardo la questione di essere un anello di un gioco di potere molto complesso, credo che sia il rischio, ancora oggi, di chiunque viva la politica attivamente.
Girodivite: In cosa, secondo lei, il sindacato ha fallito nel ruolo di coordinatore delle masse disagiate e bisognose di un riscatto sociale, dopo l’inganno del boom economico degli anni ’60, del quale abbiamo fatto cenno prima?
A: Credo che il sindacato abbia fallito la grossa occasione datagli dalla storia, quando fu riconosciuto come unico intermediario tra il potere, impersonato dalla cultura folcloristica nei “padroni”, e coloro che il potere lo hanno sempre subito. Un’occasione perduta per aver accettato l’adulazione di quel “potere” contro il quale, riconosceva il proprio ruolo di antagonista. Avere occupato posizioni di comando all’interno dei Consigli di Amministrazione di diversi enti, e seguire poi la scalata alle poltrone parlamentari, ha provocato la sfiducia della gente, che è stata costretta a cercare altrove, vedi i sindacati di base, maggiori coerenze.
Girodivite: Come giudica, oggi, la nuova generazione attirata e confusa da un consumismo da bruciare in fretta e il bisogno di sempre nuovi stimoli?
A: Posso dire che oggi, il mestiere di padre, è il più difficile in assoluto. La società vive ad un ritmo vorticoso, che va oltre ai luoghi comuni che ci trasciniamo da qualche decennio. Il mondo che avremmo voluto cambiare, trent’anni fa, con una canzone di Guccini e una colomba da scarabocchiare sui muri, ha dato una vita ad una generazione nella quale abbiamo custodito le nostre paure e le nostre incertezze. Ci sentiamo obbligati a garantire ai nostri figli, un futuro immediato che abbiamo inseguito nell’ideologia della nostra gioventù. In quegli anni, tra un pugno chiuso e un saluto romano, potevano dire di “appartenere”. Oggi, si è solo “posseduti”.
Girodivite: Chiudiamo con una domanda banale ma forse necessaria. Cosa rimpiange di quegli anni e cosa spera di aver trasmesso ai suoi figli, da quella esperienza di vita?
A: Voglio essere realista. Mi ricollego alla risposta precedente rischiando di contraddirmi, e ammetto che la frase “ai nostri tempi…” è il vero inganno delle mia generazione. I nostri figli non hanno ricevuto niente dalla nostra esperienza, perché noi non abbiamo ricevuto niente dai nostri padri. Se così non fosse, l’umanità non ripeterebbe gli stessi errori. Cosa rimpiango? Quello che rimpiangono tutti: non avere più trent’anni.
Durante la manifestazione esplode la bomba: 28 maggio 1974, Piazza della Loggia, Brescia
Alle 10 e 12 il discorso del segretario della F.L.M. viene interrotto da uno scoppio forte, secco che fa ricordare il botto di un potente petardo. S’alza un fumo grigio-azzurro ed un odore acre si spande nell’aria.
Dopo un attimo di silenzio, le prime voci si levano dalla folla che ondeggia compatta, poi comincia a sussultare, a sbandare, mentre gli striscioni cadono a terra.
La gente urla, impreca, fugge scompostamente. Rimangono sul selciato sei morti e qualche decina di feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni. Due di questi moriranno nei giorni successivi in seguito alle ferite riportate.
Significativa,a questo proposito,la testimonianza di Manlio Milani , marito di una delle vittime. Franco Torri , che copriva con un parapioggia gli oratori, si avvicina al microfono e invita i manifestanti a mantenere la calma e a non abbandonare la piazza.
Poi, mentre Giorgio Leali sollecita i manifestanti ad avvicinarsi per sicurezza verso il palco, dopo alcuni drammatici istanti di smarrimento, gli operai organizzano i primi soccorsi,
fanno "cordone" dove è avvenuto lo scoppio, aiutano i feriti che appaiono meno gravi e coprono con le loro bandiere i corpi straziati delle vittime.
Sono passati appena pochi minuti e prima ancora che arrivino sul posto le autoambulanze, sopraggiungono due furgoni della Celere.
I poliziotti scendono in assetto di guerra, brandendo gli sfollagente in modo minaccioso contro gli operai presenti; l’ufficiale che li comanda ordina ai suoi uomini concitatamente di allontanare dalla piazza i presenti.
Gli avvenimenti subito dopo la strage
I partecipanti alla manifestazione, sconvolti dagli eventi, si spostano in piazza Vittoria che comunica con piazza Loggia attraverso due strade laterali ed un porticato centrale. I motivi che inducono i dirigenti sindacali a dare queste indicazioni, nascono da due ordini di preoccupazioni: corrono voci che in piazza ci siano, forse sotto le chiuse dei tombini, ancora delle bombe e quindi c’è il rischio di nuove esplosioni.
L’altra ragione è che, lasciando sul luogo dell’attentato solo il servizio d’ordine sindacale coadiuvato da altri volontari, si possono facilitare le prime operazioni di trasporto dei feriti più gravi.
Verso le 11, i dirigenti sindacali e di
partito che hanno partecipato alla manifestazione si trovano in Loggia, sede dell’Amministrazione comunale, nell’ufficio del sindaco della città, al fine di concordare le azioni da promuovere.
Tra i sindacalisti presenti si intrecciano alcune proposte di mobilitazione, ma su tutte, prevale quella della occupazione simbolica delle fabbriche per il giorno seguente prolungando cosi lo sciopero generale sino al 29 maggio.
Nelle ragioni che sollecitano questa decisione, è presente la necessità di riallacciare un legame col movimento operaio al fine di orientare i lavoratori, dando loro la possibilità di una verifica di massa sulle iniziative da prendere nelle ore seguenti.
Alla fine viene anche deciso che,durante la giornata del 29, delegazioni ristrette dei Consigli di Fabbrica dovranno recarsi in piazza Loggia a rendere omaggio ai caduti, mentre la Camera del Lavoro diventa il centro operativo a cui devono far riferimento tutti i quadri ed i dirigenti sindacali.
Poco prima delle tredici, terminata la fase dei soccorsi, i vigili del fuoco lavano con gli idranti il luogo dell’eccidio.
E’ un’operazione che viene considerata normale anche da quella piccola folla di lavoratori che ancora stazionano in piazza, discutendo animatamente.
Sara’ solo più tardi che ci si accorgerà della irresponsabilità dell’atto.
La pulizia avviene prima che sia stata condotta a termine una ispezione accurata da parte degli organi inquirenti; in tal modo vengono dispersi i reperti dell’ordigno esplosivo collocato nel cestino, la cui natura diverrà uno dei punti su cui poggeranno le accuse a carico degli imputati e si avranno le maggiori perplessità sulla dinamica e sulle responsabilità personali per l’attentato terroristico.
Fonte: http://www.28maggio74.brescia.it