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La politica nel pallone


"Le due squadre simulano una competizione solo apparente, artificiosa proprio come a molti italiani appare oggi una parte della contrapposizione politica. Ciò che conta sembra essere la spicciola comunicazione da spot elettorale..."
mercoledì 3 maggio 2006, di Giuseppe Pulina - 936 letture

Che il mondo del calcio prenda in prestito schemi, concetti e categorie da altri mondi (si tratti pure del cinema o di altre discipline sportive) può andare bene, ma che la politica faccia ricorso al calcio per colmare il vuoto concettuale che negli ultimi tempi la ha sempre più caratterizzata non è, certo, segno di buona salute. Dei politici, in primo luogo, ma anche di chi della politica è, almeno di riflesso, destinatario.

Quante volte, durante l’ultimo soporifero dibattito politico pre-elettorale, abbiamo sentito dire che “bisogna scendere in campo” e “giocare a più punte”? Gianfranco Fini, leader di AN, laziale doc, si augurava che la sua formazione schierasse un tridente (lui, il cavaliere e il buon Casini); Fassino, da una convention dei Ds, gli rispondeva che qualsiasi schema di gioco avesse adottato la Casa delle Libertà, questa avrebbe inevitabilmente subito una valanga di gol.

Il centrosinistra ha scelto da tempo di giocare con una punta, Prodi, in grado di sfondare come un ariete qualsiasi difesa. Soprattutto quella delle forze governative che sondaggi e umori quotidiani colti qua e là davano come perdenti. Insomma, c’è mancati davvero poco perché l’esito delle politiche diventasse materia per i bookmaker di casa nostra. Il passaggio dal toto-scommesse alla fantapolitica d’azzardo avrebbe così completato il quadro della politica pallonara.

Ci sarebbe da ridere, se non fosse che c’è solo da piangere. La generale pochezza della politica (parole da qualunquista che hanno il solo torto di sparare troppo sul mucchio) è ben testimoniata dai suoi continui prelievi dal gergo calcistico. E forse non è nemmeno un caso che in certi club certe frange degli ultras vantino poco onorevoli ascendenze politiche. Il calcio e la politica sembrano avere davvero oltrepassato il Rubicone.

Hanno tratto il dado, toccato il fondo, raggiunto un punto di non facile ritorno. Non c’è perciò più nulla di strano se l’una (la politica) prende in prestito qualcosa dall’altro, e viceversa. Il fatto, poi, che la classe dirigente del mondo del pallone sia stretta dirimpettaia di quella che abita il gran palazzo del potere non è più nemmeno un sospetto. È una certezza, magra e desolante come tutte le cose certe che non promettono nulla di buono.

A dare forza all’anomalo connubio tra calcio e politica contribuisce, comunque, non solo l’appiattimento su un registro linguistico che calza a pennello per l’homo televisivus del nostro tempo. Un neandertaliano di ritorno, verrebbe da dire. C’è anche la virtualità da reality show, la prevedibilità che sa quasi di risultato truccato, il costume dell’accordo facile e del pareggio a buon mercato. Milan o Juventus?

Un tempo chiederselo aveva senso. Ora non più. Le due squadre simulano una competizione solo apparente, artificiosa proprio come a molti italiani appare oggi una parte della contrapposizione politica. Ciò che conta sembra essere la spicciola comunicazione da spot elettorale, il messaggio rapido privo di contenuti, come un coro da stadio che fa gridare alla platea che chi non salta (per esprimersi elegantemente) non è dei nostri.

Ciò che conta è ancora il consenso, ma, con buona pace di Hannah Arendt, il valore che a questo si accorda non ha mai toccato stime così basse. Per averlo, si possono doppare le prestazioni. Una pratica, questa, che, secondo i veri nemici del doping, il mondo del calcio non ha mai veramente ripudiato e combattuto con la dovuta forza e che nell’agire politico è ben visibile nel costume tutto nazionale del venditore di promesse, spacciatore di un futuro che troppo spesso (si pensi a certi contratti con gli elettori) è stato ipotecato senza che niente venisse dato realmente in cambio.

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La politica nel pallone
8 maggio 2006

Un pezzo sul calcio che cade sul piatto come il caccio provebiale caldo e fumante sui maccheroni di giornata.

Anna Franchi

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