La poesia della settimana: Vinicius de Moraes

Bossanova, poesia, saudade, carnevale, colori. Il Brasile e le nostre voglie di fuga.

di Piero Buscemi - martedì 4 marzo 2014 - 2340 letture

Poética

De manhã escureço
 De dia tardo
 De tarde anoiteço
 De noite ardo.

A oeste a morte
 Contra quem vivo
 Do sul cativo
 O este é meu norte.

Outros que contem
 Passo por passo:
 Eu morro ontem

Nasço amanhã
 Ando onde há espaço:
 Meu tempo é quando.

Brasile è sinonimo di musica, allegria, colori. Infinite distese di sabbia e alveari, per i quali, neanche il miglior istituto di statistica potrebbe censirne il numero giusto di abitanti. Questi giorni, poi, sono quanto di più identificativo che una nazione possa esporre al resto del mondo. Potremmo azzardare nell’affermare che, se “pizza” sta a “Italia”, sicuramente “carnevale” sta a “Brasile”. Ma se questa equazione rispecchia senza dubbio il luogo comune folcloristico delle culture dei due paesi, vale anche quella che ha reso “famosa” la nostra nazione come terra di mafia e il Brasile come la terra dei ninho de rua.

In comune abbiamo la grande capacità di occultare i cattivi pensieri con un repertorio vastissimo di note, semicrome, motivetti in tre quarti, melodie sciogli lacrime, tamburelli, percussioni e un’innata autoironia. Pulcinella, Giufà e Masaniello, ma anche Boitatà, Curupira e la Mula sem cabeça hanno ridicolizzato le maschere umane durante i secoli. A ritmo di samba e di tarantella, per qualche ora si possono dimenticare faide mafiose, corruzione, comuni sciolti per infiltrazioni (e non solo di acqua), patti scellerati stato-mafia. Ma si può anche credere che i grattaceli della speculazione edilizia di Salvador de Bahia facciano parte dello sfondo da cartolina, che la scomparsa dei bambini dalle strade di Rio e il commercio di organi siano atti eroici nei confronti dei paesi più evoluti. Che i "Plano de Saúde" siano un passo evolutivo verso la democratizzazione statunitense.

Non resta che affidarci alle braccia consolatrici della samba e dei versi da saudade dei poeti brasiliani. Tra questi, Vinicius de Moraes. Nato a Gávea, Rio de Janeiro il 19 ottobre 1913, come la tradizione dei nomi brasiliani impone, il suo nome completo era Marcus Vinícius da Cruz de Mello Moraes. La lunghezza del suo nome rispecchia integralmente la sua indole artistica, considerando che nelle biografie viene ricordato come poeta, cantante, compositore, drammaturgo e diplomatico.

La dolcezza dei suoi versi, dove il tema dell’amore e della natura fa da filo conduttore di una musicalità e armonia, lo aggraziò agli occhi dei grandi compositori musicali brasiliani, che trovarono nelle sue liriche il completamento letterario delle loro composizioni. Come non ricordare quella che, forse, è la più conosciuta canzone brasiliana nel mondo, Garota de Ipanema, nata dall’ispirazione osmotica tra Vinicius e il musicista Antônio Carlos Jobim, che per rendergli omaggio, riportiamo in una versione eseguita da Toquinho.

La sua carriera di compositore adombrò in parte la sua figura di poeta. Sarà sempre ricordato in Italia per le sue collaborazioni musicali con Sergio Endrigo e Ornella Vanoni, e con lo stesso Toquinho, praticamente adottato dal nostro paese, ma sotto l’aspetto puramente letterario, se il nostro Giuseppe Ungaretti, che conobbe personalmente, lo onorò traducendo diverse sue poesie, il livello artistico dei suoi versi merita un posto d’onore nella poetica internazionale. Dopo aver soggiornato per diverso tempo in Italia, sfuggendo in parte le vicende burrascose della politica brasiliana tra gli anni ’60 e ’70, tornò nella sua Rio de Janeiro, dove si spense il 9 luglio del 1980.


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