La poesia della settimana: José Saramago

Un poeta passato alla storia letteraria come il più grande romanziere del secolo. Tra la sua prosa, cruda e riflessiva, le note più alte della poesia.
di Piero Buscemi - martedì 7 agosto 2012 - 2343 letture

Oceanografia

Volto as costas ao mar que jà entendo,
 a minha humanidade me egresso,
 e quanto hà no mareu surpreendo
 na pequenez que sou e reconheço.

De naufràgios sei mas que sabe o mar,
 dos abismos que sondo, volto exangue,
 e para que de mim nada o separe,
 anda um corpo afogado no meu sangue.

Giro le spalle al mare che conosco,
 al mio essere umano me ne torno,
 e quanto cìè nel mare lo sorprendo
 nella pochezza mia di cui son conscio.

Di naufragi ne so più del mare,
 dagli abissi che sondo torno esangue,
 e perché da me nulla lo separi,
 vive annegato un corpo nel mio sangue.

Autobiografia (a cura dell’autore)

Sono nato da una famiglia di contadini senza terra, in Azinhaga, un piccolo villaggio nella provincia di Ribatejo, sulla riva destra del fiume Almonda, a circa un centinaio di chilometri a nord-est di Lisbona. I miei genitori furono José de Sousa e Maria da Piedade. José de Sousa non avrebbe registrato il mio nome all’anagrafe, e di sua iniziativa aggiunse il soprannome con il quale la famiglia di mio padre era conosciuta nel villaggio: Saramago. Potrei aggiungere che saramago è una pianta selvatica, le cui foglie in passato servivono come nutrimento per i poveri. Fino all’età di sette anni, quando dovetti presentare un documento di identità a scuola, il mio nome completo fu José de Sousa Saramago...

Questo non è stato, comunque, l’unico problema di identità che mi fu destinato dalla nascita. Sebbene sia venuto al mondo il 16 Novembre 1922, i miei documenti ufficiali mostrano che nacqui due giorni dopo, il 18. Questo grazie a questa piccola frode alla quale la mia famiglia sfuggì al pagamento per non aver registrato la mia nascita nel giorno effettivo.

Forse perché combattè nella Prima Guerra, in Francia come artigliere, ed era conosciuto per questo dagli abitanti del villaggio, mio padre decise nel 1924 di abbandonare il lavoro alla fattoria e di spostarsi a Lisbona, dove iniziò la carriera di poliziotto, professione per la quale non erano richiesti particolari "requisiti letterari" (un’espressione comune allora...) rispetto a quelli di saper leggere, scrivere e fare di conto.

Qualche mese dopo il trasferimento nella capitale, mio fratello Francisco, più grande di due anni, morì. Sebbene le nostre condizioni di vita migliorarono dopo il nostro arrivo a Lisbona, non si stabilirono al meglio mai.

Avevo già 13 o 14 anni quando ci trasferimmo, finalmente, in una casa tutta nostra: fino ad allora avevamo vissuto condividendo la casa con altre famiglie. Durante tutto questo tempo, trascorsi molto del mio tempo nel villaggio con i miei nonni materni Jerónimo Meirinho e Josefa Caixinha.

Fui un ottimo studente alle scuole primarie: in seconda classe scrivevo senza commettere errori e frequentai il terzo e il quarto anno in un’unica classe. Poi frequentai il liceo dove rimasi per due anni, con eccellenti risultati il primo anno, non così buoni nel secondo, ma fui ben voluto dai compagni di classe e dagli insegnanti, e fui anche eletto (avevo 12 anni...) come uno dei tesori dell’Unione degli Studenti... Nel frattempo i miei genitori giunsero alla conclusione che, in assenza di risorse, non potevano permettersi di mantenermi al liceo. L’unica alternativa era quella di andare in una scuola tecnica: così per cinque anni imparai a diventare un meccanico. Ma sorprendentemente, i programmi del tempo, sebbene ovviamente di orientamento tecnico, includevano, oltre al Francese, la letteratura. Poiché non avevo libri a casa (i miei libri, comprati con i miei soldi, comunque con soldi presi a prestito da un amico, potei disporne solo all’età di 19 anni) i libri in lingua portoghese, con la caratteristica "antologica", aprirono le porte per fruire della letteratura: anche oggi posso decantare versi imparati in epoca passata. Dopo aver finito il corso di studi, lavorai per due anni come meccanico in una officina. Nello stesso tempo avevo già cominciato a frequentare, durante l’orario di apertura serale, una biblioteca pubblica a Lisbona. E fu lì, senza nessuno aiuto o guida eccetto la curiosità e la voglia di imparare, che la mia passione per la lettura si sviluppò e si raffinò.

Quando mi sposai nel 1944, avevo già cambiato lavoro. Lavoravo presso la Social Welfare Service come dipendente dell’amministrazione civile. Mia moglie, Ilda Reis, allora dattiligrafa presso la Railway Company, sarebbe diventata alcuni anni dopo, una dei più importanti incisori portoghesi. Morì nel 1998. Nel 1947, l’anno della nascita della mia unica figlia, Violante, pubblicai il mio primo libro, un romanzo da me intitolato Il vedovo, ma per ragioni editoriali, uscì con il titolo Il Paese del Peccato. Scrissi un altro libro, Il Lucernario, anche questo inedito, e ne cominciai un altro, ma non riuscii a proseguire se non per poche pagine: il titolo era Miele e Fiele, o forse Louis, figlio di Tadeus... La stesura era pronta quando abbandonai il progetto: avevo preso coscienza che non avevo niente di interessante da dire. Per 19 anni, fino al 1966, quando pubblicai Le Poesie Possibili, ero assente dalla scena della letteratura portoghese, dove pochi notarono la mia assenza.

Per motivi politici restai disoccupato nel 1949, ma grazie alla bontà di un ex insengnante della scuola tecnica, riuscii a trovare lavoro in una società metallica dove lui faceva il manager.

Verso la fine del 1950 cominciai a lavorare in una società editoriale, l’Estúdios Cor, come manager della produzione, così feci ritorno, ma non come autore, nel mondo delle lettere che avevo abbandonato qualche anno prima. Questa nuova attività mi permise di conoscere e stringere amicizia con i più importanti scrittori portoghesi del tempo. Nel 1955, per incrementare le mie risorse economiche, ma anche perché mi piaceva, cominciai a dedicarmi alle traduzioni, un’attività che continuai fino al 1981: Colette, Pär Lagerkvist, Jean Cassou, Maupassant, André Bonnard, Tolstoi, Baudelaire, Étienne Balibar, Nikos Poulantzas, Henri Focillon, Jacques Roumain, Hegel, Raymond Bayer furono alcuni degli autori tradotti. Tra il maggio 1967 e novembre 1968, mi dedicai ad un’altra occupazione parallela come critico letterario. Nel frattempo, nel 1966, pubblicai Le Poesie Possibili, che segnarono il mio ritorno alla letteratura. Nel 1970, un altro libro di poesie, Probabilmente Allegria e poco dopo, nel 1971 e 1973 rispettivamente, con i titoli Di questo mondo e degli altri e Il bagaglio del viaggiatore, due raccolte di articoli che i critici giudicarono essenziali per comprendere i miei lavori successivi. Dopo il mio divorzio nel 1970, iniziai una relazione, che finì nel 1986, con la scrittrice portoghese Isabel da Nóbrega.

Dopo aver lasciato il lavoro presso la casa editrice alla fine del 1971, lavorai per i due seguenti anni in un quotidiano serale, Diário de Lisboa, come manager di un supplemento culturale e come editore.

Pubblicato nel 1974 con il titolo Le opinioni di DL Had, i cui contenuti rappresentano una precisa lettura degli ultimi anni della dittatura, che fu rovesciata in aprile. Nell’aprile del 1975, diventati vice direttore del quotidiano Diário de Nóticias, posto che occupai fino a novembre e dal quale fui attaccato con le conseguenze dei cambiamenti provocati dal colpo di stato militare del 25 novembre che bloccò il processo rivoluzionario. Due libri segnano questo periodo: L’anno 1993, un lungo poema pubblicato nel 1975, che alcuni critici considerano un araldo delle opere che due anni dopo appariranno con il Manuale di Pittura e Calligrafia, un romanzo, e, con il titolo di Appunti, gli articoli politici che avevo pubblicato quando ero direttore di giornale.

Nuovamente disoccupato e con il peso della situazione politica che stavamo vivendo, senza la minima possiblità di trovare lavoro, dedisi di dedicarmi alla letteratura: era arrivato il tempo per provare il mio valore come scrittore. All’inizio del 1976, vissi per qualche settimana a Lavre, un villaggio di campagna nella provincia di Alentejo. Fu quel periodo di studio, osservazione e di appunti presi che mi avrebbero condotto, nel 1980, al romanzo Risorto dalla Terra, che tracciò le caratteristiche del mio stile narrativo. Intanto, nel 1978 pubblicai una raccolta di racconti, Oggetto Quasi; nel 1979 l’opera teatrale La Notte, e dopo questa, qualche mese prima dell’uscita di Risorto dalla Terra, una nuova opera teatrale, Cosa ne farò di questo libro? Con l’eccezione di un’altra piece teatrale, intitolata La seconda vita di Francesco D’assisi, pubblicata nel 1987, il 1980 fu interamente dedicato alla narrativa: Baltazar e Blimunda (1982), L’anno della morte di Ricardo Reis, (1984), La balsa di pietra (1986), La storia dell’assedio di Lisona (1989). Nel 1986, incontrai la giornalista spagnola Pilar del Río. Ci sposammo nel 1988.

In conseguenza della censura del governo portoghese del mio libro Il Vangelo secondo Gesù Cristo (1991), che negò il veto per la sua presentazione al Premio Europeo di Letteratura, con il pretesto che il libro era offensivo per i cattolici, ci trasferimmo con mia moglie nell’isola di Lanzarote nelle Canarie. All’inizio di quell’anno pubblicai l’opera teatrale In Nomine Dei, che fu scritta a Lisbona, dal cui libretto fu tratta l’opera Divara, con musica composta dall’italiano Azio Corghi e inscenata per la prima volta a Münster in Germania nel 1993. Quella con Corghi non fu l’unica collaborazione: sue sono anche le musiche dell’opera Blimunda, tratta dal mio romanzo Baltazar e Blimunda, inscenata a Milano in Italia nel 1990. Nel 1993, cominciai a scrivere un diario, Quaderni di Lanzarote, con cinque volumi fino a quel momento. Nel 1995, pubblicai il romanzo Cecità e nel 1997 Tutti i nomi. Nel 1995, fui premiato con il Premio Camões e nel 1998 con il Premio Nobel per la Letteratura.

José Saramago è morto il 18 giugno 2010.


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