La poesia della settimana: Giovanni Antonio Di Giacomo

Conosciuto con il pseudonimo di Vann’Antò, cantò la Sicilia della sofferenza, quella dei minatori, degli sfruttati e dei sottomessi.

di Piero Buscemi - mercoledì 25 settembre 2013 - 3064 letture

A pici (versi scelti)

Suli ri l’arma mia, Suli r’amuri,
 prima ca trasu ni l’oscurità
 ri la pirrera (o notti ri tirruri
 can nun finisci, r’unni Diu lu sa

can nun ritorna!): o raia rj lu Suli
 ca la sientu nall’arma, ca si fa
 spranza viva e n’arriri santu sciuri
 ri la cciù amata, ri la libbirtà!

Giovanni Antonio Di Giacomo (pseud. Vann’Antò). - Nacque a Ragusa il 24 ag. 1891 da Salvatore e da Carmela Rizza, ultimo di sette figli maschi. La precoce. spiccata inclinazione agli studi gli evitò di finire nelle miniere d’asfalto, come il padre e i fratelli: dal ginnasio ragusano passò dunque al liceo di Siracusa, per poi iscriversi alla facoltà di lettere all’università di Catania, dove si laureò il 7 dicembre 1914.

Rientrato a Ragusa, il D. tentò di galvanizzare la torpida cultura locale attraverso le colonne di un battagliero periodico "di giovani", La Balza. L’intento di partenza era quello di lavorare a "una educazione politica" del popolo che gli desse "coscienza dei suoi doveri e dei suoi diritti". Sennonché la collaborazione di Nicastro introdusse subito nel foglio i fermenti di una polemica antiquietista più vicina a certo ribellismo piccolo borghese, individualista ed aggressivo, che non alla strategia pedagogico culturale dell’attivismo idealista. Proprio sotto l’influsso di Nicastro, in tandem col messinese Guglielmo Jannelli, la rivista abbandonò ben presto ogni velleità di dialogo con i retrivi concittadini per sintonizzarsi con Marinetti: nasceva così una nuova Balza, "quindicinale futurista".

Interventista, nel 1916 il D. partì volontario per il fronte con il grado di tenente: ma i suoi entusiasmi risorgimentali ed irredentistici sarebbero stati messi a dura prova dalla tremenda esperienza della battaglia e della trincea. Ferito alla Bainsizza, nell’autunno del 1917 fu mandato per la convalescenza all’ospedale militare di Siracusa: ne nacque una sorta di breve diario in francese, Tablettes, dove non c’è alcuna traccia di bellicismo patriottico ma solo l’incubo di un’"lieure affreuse de bataille", e la scrittura diventa esplicitamente uno strumento d’evasione, una regressione al gioco infantile.

Finita la guerra, il D. tornò a Ragusa per sposarvi Maria Caterina Licitra (sorella di quel Carmelo che fu discepolo e seguace di Gentile) e quindi iniziò la carriera d’insegnante a Messina (1920). Qui c’erano ad attenderlo i vecchi amici futuristi, ma il suo interesse nei confronti del movimento si era ormai esaurito: pur concedendo la propria firma in qualche particolare circostanza (come la campagna del 1921 contro il cartellone "classicista" del teatro greco siracusano), egli doveva sentirsi mille miglia lontano da Marinetti.

Collaborando all’Albatro e frequentando la libreria Ferrara, il D. si accostava piuttosto ai poeti di tendenza simbolista e inoltre stringeva nuove, determinanti amicizie - con Quasimodo, Pugliatti, La Pira - ed avviava quella che sarebbe stata una lunga, amorosa ricognizione intorno alle proprie radici popolari, pubblicando un "corso di esercizi e di letture siciliane" per le scuole (Li cosi nuvelli, in collaborazione con L. Nicastro) e una raccolta di poesie in dialetto (Voluntas tua, Roma 1926). Divisa in tre sezioni (Vita dei campi, Vita delle miniere e Vita delle trincee), Voluntas tua vuol essere l’oggettivazione "popolare" di un’esperienza in effetti vissuta a un livello più alto (da studente o da intellettuale nella vita civile, da ufficiale nell’esercito): contadini, minatori e fanti alternano canti di gioia e di dolore, di protesta e di rassegnazione, di maledizione e di fede in un trittico abbastanza discontinuo, in parte per ragioni esterne, cronologiche (di alcuni componimenti infatti si sa con certezza che risalgono agli anni giovanili), in misura ben maggiore per una insanata lacerazione nell’atteggiamento del poeta, il quale di fronte ai suoi protagonisti popolari appare diviso tra immedesimazione e distacco, tra denuncia e accomodamento paternalistico.

Nel 1932 il D. pubblicò a Milano Il fante alto da terra, un’operetta che si portava dentro da molti anni (e cioè dall’inizio della guerra) e di cui alcuni brani avevano già visto la luce in rivista (Gli Avvenimenti di Milano, L’Italia futurista di Firenze, Il Marchesino e L’Albatro di Messina). Certamente non fascista, ma in sostanza estraneo a qualsiasi forma di impegno politico, il D. - negli anni ’30 e nei primi anni ’40 - collaborò a vari periodici, più o meno allineati, curando solo i propri interessi didattici, letterari e demopsicologici (v. soprattutto gli interventi sui messinesi Lunario siciliano e Secolo nostro): ché, se talvolta si trovò ad elogiare qualche iniziativa del regime, cio avvenne per una superficiale, non calcolata convergenza, a partire da istanze puramente ed astrattamente etiche.

Preside della scuola media "G. Mazzini" dal 1942, nel 1944 fuprovveditore agli Studi a Ragusa; nell’inverno successivo era di nuovo a Messina, a riprendervi la sua presidenza e ad iniziare, presso quell’università, l’insegnamento (per incarico) di storia delle tradizioni popolari. A conti fatti, la produzione poetica della maturità appare assai meno aggiornata e stimolante di quella giovanile. Senz’altro migliori le poesie di U vascidduzzu; ma tutto sommato lo si deve forse solo alla martellante forza iterativa con cui l’autore ha saputo usare il suo aspro, faticoso dialetto ("Cci mannarru e la cartullina / a n-surdatu muortu. / A n-surdatu muortu / cci mannarru la cartullina!" ecc.). Quanto alla silloge ’A pici, si tratta solo di una nuova edizione (con traduzione a fronte) della serie A pruvulista di Voluntas tua.

Il D. morì a Messina il 25 maggio 1960.


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