La poesia della settimana: Bob Geldof

Poeta, rock star, attivista e attore. L’artista irlandese ha ancora molte cose da fare e da dire. Il mondo ha solo in parte raccolto il suo messaggio di solidarietà. E la strada è ancora lunga.
di Piero Buscemi - martedì 13 maggio 2014 - 1268 letture

Great Song Of Indifference

I don’t mind if you go
 I don’t mind if you take it slow
 I don’t mind if you say yes or no
 I don’t mind at all

I don’t care if you live or die
 Couldn’t care less if you laugh or cry
 I don’t mind if you crash or fly
 I don’t mind at all

I don’t mind if you come or go
 I don’t mind if you say no
 Couldn’t care less baby let it flow
 ’Cause I don’t care at all

I don’t care if you sink or swim
 Lock me out or let me in
 Where I’m going or where I’ve been
 I don’t mind at all

I don’t mind if the government falls
 Implements more futile laws
 I don’t care if the nation stalls
 And I don’t care at all

I don’t care if they tear down trees
 I don’t feel the hotter breeze
 Sink in dust in dying sees
 And I don’t care at all

I don’t mind if culture crumbles
 I don’t mind if religion stumbles
 I can’t hear the speakers mumble
 And I don’t mind at all

I don’t care if the Third World fries
 It’s hotter there I’m not surprised
 Baby I can watch whole nations die
 And I don’t care at all

I don’t mind I don’t mind I don’t mind I don’t mind
 I don’t mind I don’t mind
 I don’t mind at all

I don’t mind about people’s fears
 Authority no longer hears
 Send a social engineer
 And I don’t mind at all

Molti lo ricorderanno mentre, nei panni del personaggio Pink, con una lametta da barbiere si libera delle sopracciglia e dei peli sul petto, lasciando grondare nell’acqua del lavandino gocce di sangue che, nella sequenza successiva, daranno vita ad una delle scene più indimenticabili della cinematografia mondiale. Eravamo nel 1979 e il film era The Wall di Alan Parker. La musica, scontato dirlo, quella di Pink Floyd.

Altri, invece, hanno avuto la fortuna di ascoltarlo qualche anno dopo, durante il megaconcerto del 13 luglio 1985, passato alla storia con il nome di Live Aid, che riuscì a accorciare le distanze tra gli Stati Uniti e l’Europa, unendo le sponde dei due continenti sotto la bandiera della nera Africa, ai cui problemi atavici di fame e malattie, Bob Geldof ha dedicato gran parte della sua carriera artistica.

Un’esperienza che, l’artista irlandese, ripeterà nel 2005, organizzando il Live 8, motivato dalla stessa sensibilità verso i problemi dell’Africa e da venti anni trascorsi senza che il mondo avesse ancora definitivamente risolto il problema.

La durezza dei versi che proponiamo, racchiude il pensiero e lo stile di vita di un attore, musicista, poeta che, dalla sua terra martoriata da secoli, l’Irlanda, dove è nato nel 1951, lo ha portato sempre a spingersi oltre i confini della propria esistenza, comprendendo sin dai primi successi che il compito di un artista non può limitarsi allo sterile guadagno, se con la propria fama può sfruttare l’immagine della rock star per avviare iniziative umanitarie.


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