La poesia della settimana: Antioco Casula

Il poeta che ispirò la rinascita artistica dell’attrice e cantante sarda Marisa Sannia, che a lui volle dedicare il suo ritorno nel mondo della canzone negli anni Novanta.

di Piero Buscemi - martedì 28 agosto 2012 - 2299 letture

A tie, cumpagna mia

Deo ispero de vivere con tue, mia cumpagna,
 in d’una domo bianca in fundu a sa muntagna

Ue murmuran abbas de rios e funtanas
 e creschen maestosas forestas solianas.

E inie sutta a s’umbra de una castagna antiga
 m’hapo a sezzer cun tue, donosa e cara amiga,

A iscultare sas boghes potentes, solitarias
 de su monte e sos cantos chi curren in sas arias.

Cust’est su meu isperu gentile, forte e mannu
 chi temperat sas puntas accuzzas de s’affannu:

Cust’isperu ’e s’anima chi suffrit pro t’amare,
 amiga mia, nara, si podet avverare?

Deo no isco! Intantu pensende in cussa die
 de passare sas oras in paghe accanta a tie

Cumbattinde m’agatto tristu e in terr’anzena
 e s’anima che rundine in die ’e maju serena

Bolat luntana, bolat a tie, mia cumpagna,
 in d’una domo bianca in fundu a sa muntagna.

Antioco Casula (Montanaru) (Desulo 1878 - 1957) Intellettuale barbaricino e maggiore poeta lirico in lingua sarda. Scrisse quattro raccolte di canti: Boghes de Barbagia del 1904, Cantos d’Ennargentu del 1922, Sos Cantos de sa solitudine del 1933, Sa lantia del 1950. Nacque a Desulo, in Barbagia, nel 1878. Frequentate le scuole elementari, fu mandato a Cagliari e a Lanusei per la formazione superiore, esperienze che si rivelarono fallimentari, per il carattere ribelle e insofferente del giovane. Tornato a Desulo per affiancare il padre nella gestione di una modesta attività commerciale, Antioco prese ad alternare le fatiche del lavoro e le scorribande in campagna con la lettura disordinata di romanzi e poesie. Scoprendosi dotato di estro poetico, si cimentò quindi nella stesura di rime amorose, satiriche e religiose, stagliate sullo sfondo della chiusa realtà desulese.

Con la Guerra d’Africa, nel 1896, partì sotto le armi e, ispirato dalla nuova esperienza, compose inni patriottici e canti di guerra. Rientrato a Desulo, stanco dell’ozio paesano, si arruolò nell’arma dei carabinieri, senza tuttavia abbandonare la poesia. Nella minuscola stazione di Tula, paesino del Monteacuto, compose i suoi primi splendidi canti, ispirati dall’aspro e affascinante paesaggio isolano, dai poveri pastori e dai banditi che egli poteva osservare dal punto di vista privilegiato, e al tempo stesso scomodo, del tutore della legge. I canti furono pubblicati tra la fine dell’800 e gli inizi del ’900 nel giornale Piccola Rivista, sotto lo pseudonimo di Montanaru, con notevole successo presso gli intellettuali sardi e della penisola.

Nel 1905, abbandonata l’arma, potè finalmente dedicarsi anima e corpo alla poesia e alla famiglia; nel contempo fu direttore dell’ufficio postale di Desulo e maestro elementare. Convinto assertore del valore della lingua sarda e dell’importanza del suo insegnamento nelle scuole, fu chiamato nel 1925 a Milano per rappresentare la Sardegna al primo congresso nazionale dei dialetti d’Italia. Non mancarono al Montanaru grandi dolori: la morte prematura dei figli e della prima moglie; nel 1928, l’umiliazione del carcere, con l’accusa di legami con i banditi barbaricini, accusa pretestuosa, orchestrata dai gerarchi fascisti che mal tolleravano questa emblematica figura di intellettuale non conformista e soprattutto impegnato nella difesa dell’isola e della sua lingua. Prosciolto e liberato, poté continuare a comporre versi fino alla morte, avvenuta nel 1957.


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